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Software libero, cloud e open source poco usati per la spending review. Perché?

26 luglio 2012 | Autore:


> Tech Pubblicato il 26 luglio 2012



Si parla tanto di tagli alla spesa pubblica e di spending review: ma poco si è fatto, ancora, in tema di software libero in dotazione alle pubbliche amministrazioni.

Gli enti pubblici, i ministeri, le amministrazioni locali, gli istituti scolastici: centinaia di migliaia di computer su cui vengono istallati software originali, di proprietà dei consueti monopoli (Microsoft prima tra tutti). Non c’è pc della pubblica amministrazione che non sia dotato di un pacchetto Office, di un client di posta come Outlook o di un sistema operativo come Window: software questi le cui licenze sono state profumatamente pagate, con soldi dei contribuenti, ai detentori del relativo copyright.

Tanto per fare un esempio: in una scuola si spendono circa 100 euro solo per l’acquisto delle licenze dei programmi.

Ci sarebbe – almeno in teoria – un modo per evitare questo spreco di soldi pubblici. Per ognuno dei software predetti esiste un corrispondente fratello gemello, creato in forma freeware, quindi libero e gratuito. Un po’ come per i medicinali esiste il farmaco generico: stesse funzionalità, stessi risultati. Così, c’è OpenOffice che si sostituisce integralmente a Office, Linux al posto di Window, e via dicendo.

Si stima che solo il passaggio da Office a OpenOffice per 4.500 computer potrebbe comportare un risparmio di circa un milione di euro.

La riforma del governo Monti [1] ha previsto la possibilità che le pubbliche amministrazioni valutino l’uso di software liberi nei loro bandi di gara. La legge non prevede un obbligo, ma una mera facoltà.

Non ce n’era in realtà bisogno. Già il Codice della Amministrazione Digitale del 2005 [2] prevede che le amministrazioni acquistino “programmi informatici a seguito di una valutazione comparativa di tipo tecnico ed economico”.

Nulla era stato fatto: nel 2010, solo il 35% degli enti pubblici si era dotato di software OS.

Gli sprechi non si fermano qua. Non sarebbe, per esempio, necessario che ogni amministrazione acquisti un proprio software, diverso dalle altre. Un esempio è quello delle carte di identità. In tutta Italia, i documenti si creano nello stesso modo, eppure ogni Comune si dota di un autonomo programma, quando invece sarebbe sufficiente che il Ministero ne compri uno unico, uguale per tutto il territorio, dotandone poi gli enti territoriali.

Non sempre però quello che appare semplice è tale; e quando si parla di tagli alla spesa pubblica è facile sconfinare nel populismo. Ogni forma di risparmio alla spesa pubblica va valutata attentamente.

Prendiamo l’esempio del sistema operativo. L’alternativa a Window, si è detto, potrebbe essere Linux che, comunque, per quanto più semplice, richiederebbe una apposita formazione del personale. Tutti infatti siamo ormai abituati ad avere, nei nostri pc di casa, il sistema di Bill Gates e dubito che un impiegato statale abbia sempre le conoscenze informatiche sufficienti per muoversi con disinvoltura attraverso differenti ambienti operativi. Per risparmiare, dunque, qualche decina di euro a licenza, si finirebbe per spenderne il doppio in attività formativa.

Senza contare poi i problemi di compatibilità che potrebbero sorgere con gli altri programmi già in dotazione alle P.A.: il che richiederebbe l’aggiornamento di tutto il parco macchine e dei relativi driver.

Le medesime considerazioni si potrebbero fare per OpenOffice. Già non è facile trovare un impiegato che conosca tutte le funzionalità di word o di excel; i problemi poi potrebbero triplicarsi con software che, sia pure sulla stessa falsa riga, presentino minime differenze (come la grafica o la collocazione delle icone).

Stesso discorso vale per il cloud. In teoria, non ci sarebbe bisogno di occupare spazio su server costosi, anche questi pagati con le tasse dei cittadini, quando i dati ben potrebbero essere memorizzati sulle nuvole, a prezzi ridotti. Ma anche in questo caso bisognerebbe prima risolvere, con un programma approfondito e con le persone giuste al posto giusto, il problema della sicurezza dei dati.

Insomma, ben venga che il nuovo decreto sviluppo abbia aperto le porte all’open source, riducendo il “digital divide” che distingue il nostro Paese dai colleghi europei. Ma bisognerà procedere con attenzione, caso per caso, analizzando costi e benefici di ogni scelta, senza farsi spingere dall’onda dell’entusiasmo e cadere nella demagogia.

 

 

note

[1] D.L. 201/2011: Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici. L’art. 26-bis ha previsto la possibilità, per le pubbliche amministrazioni, di considerare “l’acquisizione di programmi informatici appartenenti alla categoria del software libero o a codice sorgente aperto”.

[2] D. Lgs. 82/2005 (art. 68), accompagnato dal Codice dei Contratti pubblici di lavori, servizi e forniture: D. Lgs. N. 163/2006.

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1 Commento

  1. Il principio è buono, ma è stato “analizzato” molto superficialmente (nonostante i paragrafi 5 e 9)!
    A.E. (e solo andando poco più a fondo rispetto alla trattazione dell’articolo):
    1 – In anni di ricerche non ho ancora trovato un’azienda che sviluppi software per Enti Pubblici su os linux, farne realizzare uno ad hoc ….
    2 – Per stampare una carta d’identità è anche sufficiente libreoffice (openoffice,word, blocco note, ecc.) con un modello adeguato ed una stampante, ma non è quello il punto: la carta d’identità è solo una minima parte della situazione, il software è integrato con tutti i servizi demografici per recuperare le informazioni necessarie che sono anche (nella maggior parte dei casi) collegati anche con altri servizi come tributi per la tia/trsu. Diversamente per ogni servizio l’operatore dovrebbe andare a spulciarsi il cartaceo necessario per poter rilasciare la carta d’identità, o al servizio tributi dovrebbe fare altre ricerche manuali per aggiungere/rimuovere cittadini, e così via.
    Quindi il “programma acquistato dal ministero” dovrebbe comprendere le funzionalità per tutti i servizi di un ente pubblico, dovrebbe anche esistere un’azienda che oltre a produrre il software sia in grado di gestire tutto il territorio italiano per assistenza e help desk; questa senza andare troppo a fondo nel problema, perchè un comune di 200 abitanti non è uguale ad un comune di 50.000.
    3 – Sostituire MS Office con openOffice/LibreOffice è fattibile, l’unico intoppo è che il personale spesso non ne conosce nemmeno l’esistenza e nessuno lo suggerisce; la capacità di un utente medio che già conosce la suite di Microsoft utilizzerà senza problemi la versione open source.
    4 – Dal punto di vista del parco macchine, il passaggio da windows a linux sarebbe “indolore”, però si torna sempre al discorso relativo al punto 1!

    Come per tutte le innovazioni è necessario valutare l’insieme, per restare in teme: con l’open source la PA risparmierebbe tantissimo, ma non c’è nessuno che lo fornisce!

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