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Uccidere la moglie con ripetute martellate: nessuna aggravante della crudeltà

5 Luglio 2012 | Autore:
Uccidere la moglie con ripetute martellate: nessuna aggravante della crudeltà

L’aggravante della crudeltà ricorre quando l’assassino agisce con l’intento di provocare una sofferenza ulteriore rispetto alla morte.

Quel che stiamo per dire potrà provocare raccapriccio e odio per la giustizia, ma il principio non fa una piega: la Cassazione [1] ha detto che non è crudele (e quindi non scatta l’aggravante della crudeltà) chi uccide moglie e suocera con violente martellate.

L’aggravante in questione, infatti, scatta solo quando l’assassino agisca con l’intento di cagionare una sofferenza ulteriore rispetto a quella della morte, per il “semplice” piacere di vedere soffrire, senza pietà e umanità. Si tratta di una componente ulteriore rispetto a quella che già caratterizza l’omicida, componente che impone una punizione più severa.

Invece, secondo i giudici, il colpire ripetutamente con un martello, in modo veemente e con furore, è volto solo a procurare la morte. L’utilizzo di tale strumento, infatti, come mezzo per uccidere, richiede un’attività ripetuta e violenta; altrimenti, con ogni probabilità, non si avrebbe proprio un omicidio.

Nella condotta del killer, secondo la Corte, non era quindi ravvisabile una crudeltà superiore a quella di un qualsiasi omicida, ma solo “un’ordinaria esplicazione dell’attività necessaria per commettere un omicidio (…). La reiterazione dei colpi di martello era stata finalizzata alla commissione degli omicidi e non era stata tale da denotare una sua particolare malvagità e spietatezza”, volta a infliggere alle vittime gratuite sofferenze.

Peraltro, nel caso di specie, la Corte ha giustificato l’ira dell’assassino per via dello stato di furore e di rabbia momentanea in cui si trovava.

“Dura” lex, sed lex [2].

 

 


note

[1] Cass. sent. n. 25835 del 4.07.2012.

[2] Brocardo latino che significa: “La legge è dura, ma è pur sempre la legge”.


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