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Editoriali Internet entra nella Dichiarazione Universale dei diritti fondamentali dell’uomo

Editoriali Pubblicato il 12 luglio 2012

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> Editoriali Pubblicato il 12 luglio 2012

Il web è divenuto ufficialmente un diritto fondamentale dell’uomo, ricompreso nell’art. 19 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e del cittadino.

Aveva visto bene il nostro ex Garante Privacy Stefano Rodotà quando, qualche settimana fa, aveva proposto di inserire un nuovo art. 21 bis nella nostra Costituzione, a difesa della libertà di espressione anche in Internet: ora a dirlo è addirittura il Consiglio sui diritti umani delle Nazioni Unite. A partire da sabato scorso, infatti, con l’approvazione della risoluzione A/HCR/20/L.13, il web è divenuto ufficialmente un diritto fondamentale dell’uomo, ricompreso nell’art. 19 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e del cittadino.

Gli stessi diritti che le persone hanno offline devono essere protetti online, in particolare la libertà di espressione, che è applicabile indipendentemente dalle frontiere e su ogni media scelto”, si legge nel testo approvato a Ginevra. Il documento attribuisce apertamente alla rete “una forza nell’accelerazione del progresso verso lo sviluppo nelle sue varie forme” e chiede “a tutti gli Stati di promuovere e facilitare l’accesso a Internet”. Frasi forti, che parlano da sole.

La risoluzione si inserisce in un progressivo cammino di tutela della libertà di accesso a Internet già intrapresa dall’ONU. L’ultimo precedente è stato il noto Rapporto sulla promozione e la protezione del diritto di opinione ed espressione (dell’agosto del 2011) che ha affermato “Sebbene l’accesso a Internet non sia ancora un diritto umano come tale, il Rapporto desidera sottolineare che gli stati hanno un obbligo positivo a promuovere o facilitare il godimento del diritto alla libertà di espressione e dei mezzi di espressione necessari per esercitare questo diritto, compreso Internet”.

Gli Stati aderenti dovranno quindi adeguarsi al nuovo dictat, che peraltro è in perfetta linea con la recente bocciatura, da parte del Parlamento europeo, dell’ACTA (il trattato che si proponeva di contrastare la pirateria e la contraffazione online).

Se la decisione rimarrà una mera affermazione di principi astratti oppure avrà implicazioni pratiche è troppo presto per dirsi, sebbene le politiche lobbystiche delle industrie dei contenuti hanno sempre trovato il modo per giustificare alcune spinte liberticide. Non dimentichiamo, infatti, le numerose richieste di cancellazione di contenuti che quotidianamente vengono inoltrate a Google da titolari di copyright e dagli stessi governi, richieste che recentemente Big G ha pubblicato nel Trasparency Report.

Il momento sembra peraltro il più appropriato perché ciascun popolo chieda al proprio legislatore di adottare una normativa interna apposita per proclamare le libertà della rete. Chi lo sa che, sull’onda dell’entusiasmo, qualcosa di buono non esca fuori…

 


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