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L’antimafia sociale in “Cosa Nuova”


> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 luglio 2012



Il 23 Maggio 1992: il giudice Giovanni Falcone e gli uomini della sua scorta perdevano la vita in un tragico attentato. Cinquantasette giorni dopo, Paolo Borsellino ebbe la stessa  sorte. Cosa Nostra riuscì nel suo intento: decapitare il temuto pool antimafia e lanciare un chiaro segnale intimidatorio alle istituzioni.

Nella rielaborazione storica degli eventi, quella folle estate siciliana segnò il picco violento di una mafia stragista e vendicativa, che aveva la pretesa – altrettanto folle – di poter interloquire “da pari” con apparati dello Stato. La “primavera palermitana” della società civile, fatta di sogni e speranze di rinascita e liberazione, venne anch’essa inghiottita dai profondi crateri delle bombe.

Ma la risposta dello Stato fu speculare, altrettanto violenta: entro la prima metà degli anni novanta venne finalmente completato un percorso legislativo – partito nel 1965 con le prime leggi antimafia di tipo preventivo – che vide il diritto tramutarsi: da strumento di giustizia a strumento di lotta. Si applicò una politica criminale marcatamente “emergenziale”, perchè le istituzioni compresero l’urgenza di dover difendere lo Stato e la democrazia. Si improntò la legislazione antimafia al contrasto ai patrimoni mafiosi, la si arricchì del carcere duro per i boss e di apposite fattispecie penali per colpire la collusione con la politica. L’antimafia delle leggi concluse il suo lungo periodo di gestazione; il contrasto ai clan divenne ruvido e “atletico”, il sacrificio di Falcone e Borsellino sembrava non essere stato vano.

A distanza di vent’anni da quelle tragiche istantanee, la mafia italiana continua ad essere una realtà presente e minacciosa. Oggi ci si chiede ancora, in una perenne e scolorita retorica, come la mafia possa essere sconfitta, e quando ciò avverrà.

Quando la legislazione antimafia venne introdotta nel nostro ordinamento, negli anni Sessanta, si aveva la consapevolezza che la mafia potesse essere sconfitta abbattendo “fisicamente” la figura del boss, spesso carismatico ed onnipotente nel suo feudo. Vennero varate leggi di prevenzione che ne permettevano l’esilio, il soggiorno forzato, la sorveglianza speciale.

Poi, negli anni Ottanta, Pio La Torre ebbe un’intuizione: la mafia è impresa, oltre ad entità criminale. Il parlamentare siciliano pagò con la morte la sua lucidità d’analisi – che portò al varo del ben noto 416 bis ed al relativo corollario di misure di aggressione ai patrimoni -, così come Giovanni Falcone, che perseguì con ostinazione l’idea di colpire i boss e le loro ricchezze perlomeno in egual misura.

Eppure, nonostante la dura opera di contrasto, repressione e prevenzione da parte delle procure, i boss mercanteggiano ancora la loro onnipotenza, e la mafia è resta un’impresa che non conosce crisi. L’antimafia delle leggi, a vent’anni dalla morte di Falcone e Borsellino, sostanzia la delusione di molte aspettative. Deve essere accompagnata da qualcos’altro, perchè ha esaurito la sua carica propulsiva: come un motore tirato al massimo, più di tanto non va.

Una delle grandi conquiste della democrazia vede lo Stato essere, rispetto al cittadino, Stato sociale; non solo deve garantirne la sicurezza e l’incolumità fisica, ma preservarne la dignità e tutelarne i diritti fondamentali. Deve legiferare ed aggredire fenomeni criminali, ma ha anche la responsabilità di comporre politiche lavorative territoriali, di deflagrare conflitti sociali emergenti, di contribuire alla crescita culturale della popolazione, di essere alternativa alla povertà. Di creare il futuro delle generazioni. L’antimafia delle leggi va accompagnata all’antimafia sociale. Nelle terre di mafia, una dicotomia che deve assumere valore di dogma.

Questo il punto di approdo, e la tesi di fondo impressa nella filigrana delle pagine di “Cosa Nuova. Viaggio nei feudi della ‘ndrangheta con lo Squadrone Cacciatori“. Un pensiero inespresso eppure martellante e continuo. Perchè accompagnando nelle loro operazioni i carabinieri dei Cacciatori di Calabria – questi rappresentanti dello Stato in terra di ‘ndrangheta, in terra infidelium – si perviene ad una triste ed amara verità: le leggi sconfiggono un nemico, al massimo una paura, non instillano convinzioni, e la repressione supplisce un vuoto, ma non lo colma. L’antimafia “militare”, quella più vincolata alla nuda legge e magistralmente espressa dai Cacciatori, deve essere accompagnata da altro: occorre una nuova antimafia sociale.

di ANDREA APOLLONIO (andreamorgana@gmail.com)

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