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Figlio non riconosciuto: può rivendicare l’eredità?

21 Febbraio 2019 | Autore:
Figlio non riconosciuto: può rivendicare l’eredità?

Diritti sull’eredità e figli nati fuori dal matrimonio: anche i figli non riconosciuti hanno la possibilità di poter vantare diritti sui beni lasciati dal genitore se ottengono il riconoscimento.

Vengono chiamati anche “figli adulterini” i figli naturali non riconosciuti ma nati da una relazione extraconiugale in costanza di matrimonio. Per poter comprendere tutte le problematiche legate allo stato di figlio non riconosciuto, è necessario prima ricordare che attualmente secondo la legge la posizione dei figli naturali, cioè dei figli nati al di fuori del matrimonio ma riconosciuti dal genitore, è totalmente equiparata a quella dei figli legittimi, cioè dei figli nati all’interno del matrimonio. Tanto accade con tutto quello che consegue in ordine ai rapporti coi genitori ed ai diritti ereditari. Però, questo pari trattamento che la legge riserva ad un figlio nato dentro o al di fuori del rapporto di coniugio sottostà a delle precise regole. Innanzitutto, è necessario che sia stata riconosciuta la paternità o la maternità del figlio naturale: ed è indifferente che ciò avvenga spontaneamente da parte del genitore o forzosamente in virtù di una decisione da parte del giudice. Solo il riconoscimento permette che la prole naturale sia considerata dalla legge a tutti gli effetti come figlio. Ne consegue che un figlio naturale che però non ha questo riconoscimento legale di paternità o maternità, a rigore, non può avanzare pretese dall’eredità del genitore defunto. Quindi, se la domanda è se un figlio non riconosciuto può rivendicare l’eredità del proprio genitore, la risposta in questo caso è negativa, a meno che il figlio non chieda prima in giudizio il riconoscimento della paternità (o della maternità). Solo dopo la sentenza del giudice che accerti il rapporto di filiazione, egli potrà accedere ai lasciti e rivendicare la quota che la legge gli riserva.

Cosa deve fare il figlio non riconosciuto

Come si è avuto modo di anticipare, un non tanto lontano intervento legislativo del 2013 [1] ha fatto sì che la posizione dei figli naturali (cioè, quelli nati al di fuori del matrimonio) sia stata definitivamente equiparata a quella dei figli legittimi (ossia, quelli nati dal matrimonio). Di conseguenza, oggi secondo la legge esiste un unico status di figlio con diritti uguali e senza distinzioni derivanti dalle diverse modalità di nascita o di concepimento, se dentro o fuori dal rapporto di matrimonio.

Ciò che rende possibile ciò, però, è il riconoscimento che non è altro che un atto attraverso cui la nascita di un figlio si trasforma in una filiazione vera e propria e rilevante per il diritto. In pratica, col riconoscimento il figlio nato al di fuori del matrimonio viene qualificato “legalmente” figlio di quel genitore e diventa titolare di diritti nei confronti del padre o della madre naturali (ed anche degli eredi).

Il riconoscimento, oltre che dal lato strettamente personale, ha dei chiari effetti patrimoniali tra le parti interessate. Infatti, ad esempio, a seguito del riconoscimento del figlio naturale normalmente iniziano i rapporti di frequentazione tra padre e figlio che, però, non sono più demandati alla mera volontà del padre o della madre (come poteva capitare prima del riconoscimento) ma sono stabiliti come obbligo di legge. Questo in virtù del diritto-dovere del genitore, discendente dalla normativa, di intrattenere rapporti significativi con la prole (legittima o naturale). È anche vero, però, che gli effetti del riconoscimento incidono pure sul fronte patrimoniale ed, in special modo, sull’eredità.

Occorre sapere che prima del 2013 ai figli naturali riconosciuti era garantito l’accesso alla loro porzione di eredità, anche se c’era la possibilità per i figli legittimi di esercitare il cosiddetto diritto di commutazione. Con questa espressione, in pratica, la legge indica la facoltà un tempo riconosciuta ai figli legittimi di soddisfare in denaro oppure in beni immobili ereditari la quota spettante ai figli naturali così eliminandoli dalla comunione. Con la legge del 2013 anche questa facoltà riconosciuta ai figli legittimi viene rimossa: in questo modo il legislatore ha compiuto un ulteriore passo avanti verso la totale equiparazione dei figli, rimarcando anche la propria volontà di rendere tutti i figli nati da una persona uguali di fronte alla legge, anche con riferimento ai diritti di successione.

Inoltre, è importante anche sapere che si deve proprio alla legge del 2013 [1] la possibilità di riconoscere anche i figli incestuosi cioè quelli nati da genitori legati da rapporto di parentela (padre, figlia; zia, nipote ecc.) o di affinità (cognati, ad esempio). In precedenza, infatti, tale possibilità era riservata solo ai genitori in buona fede, cioè, a quei genitori che all’epoca del concepimento non erano a conoscenza della parentela o della affinità.

È qui che sorge, però, il primo dilemma: un figlio riconosciuto, quindi, può rivendicare l’eredità: ma un figlio non riconosciuto? O, meglio ancora, la legge stabilisce che un figlio non riconosciuto ha diritto all’eredità? La risposta, in linea generale, è negativa ma con una piccola (e fondamentale) precisazione. Come detto, infatti, in linea di principio un figlio che non sia stato riconosciuto dal genitore non ha diritti sull’eredità perché “legalmente” non ha (meglio, non appare avere) alcun vincolo di sangue con questi. Ciò, però, diviene possibile se il figlio agisce per il suo riconoscimento e solo dopo che un provvedimento del giudice lo accerta. Egli quindi, per poter esercitare eventuali diritti ereditari, dovrà prima ricorrere al giudice per far riconoscere la paternità. Solo dopo aver ottenuto una sentenza favorevole potrà quindi rivendicare la sua parte di eredità, giusto quanto dispone la legge.

L’azione di riconoscimento 

L’azione di riconoscimento della paternità o maternità è, quindi, condizione fondamentale perché il figlio naturale possa accedere all’eredità. Essa mira ad ottenere dal giudice una sentenza che accerti il rapporto di filiazione con il defunto [2]. L’azione è imprescrittibile, cioè non esiste un termine entro cui va fatta valere da parte del presunto figlio e da esso discendono tutte le relative conseguenze giuridiche. Ad esempio, il diritto-dovere del figlio di avere un rapporto col padre, il dovere di quest’ultimo di versare degli assegni di mantenimento per il mantenimento del figlio riconosciuto, la possibilità per la prole di assumere il cognome del padre e così via dicendo, tutti i diritti-doveri che nascono per legge con la nascita di un figlio.

Facciamo un esempio, quello che poi il caso più ricorrente nelle aule di tribunale. Precisamente, l’ipotesi in cui il figlio viene riconosciuto prima dalla madre, assumendo così il di lei cognome, e solo in epoca successiva dal padre. Ecco è evidente che il figlio in questa ipotesi, una volta ottenuto il riconoscimento, può trovarsi in due differenti situazioni:

  • può chiedere al giudice l’attribuzione del cognome paterno, a cui ha diritto in virtù dell’avvenuto riconoscimento di questi, se all’epoca del provvedimento di riconoscimento è minorenne;
  • può decidere liberamente di mantenere il cognome della madre oppure di assumere il cognome paterno in aggiunta a quello della madre o, ancora, di usare cognome del padre in sostituzione di quello della madre.

A questo punto, però, sorge una domanda: chi può esercitare l’azione di riconoscimento? Solo il figlio? In verità, la dichiarazione giudiziale di paternità o di maternità può essere chiesta:

  • dal figlio che ha raggiunto la maggiore età;
  • se il figlio è invece minorenne, dal genitore che esercita la responsabilità genitoriale. Anche se nel caso in cui il figlio ha 16 anni, è doveroso per il tribunale sentire quest’ultimo prima di proseguire nel giudizio;
  • se il figlio è deceduto, dai discendenti del figlio naturale non riconosciuto.

Quindi, è sempre permessa l’azione di riconoscimento? Non sempre, in verità. L’eccezione però è l’unica e si ha nell’ipotesi in cui l’eventuale riconoscimento andrebbe a porsi in contrasto con lo stato, già posseduto all’epoca dell’azione giudiziaria, di figlio legittimo oppure legittimato. Quindi, ad esempio, se Tizio è figlio legittimo di Caio oppure figlio adottivo di Caio non sarà possibile un’azione di riconoscimento della paternità di Sempronio perchè andrebbe ad opporsi ad uno stato “legale” già esistente.

Cosa accade all’azione di risconoscimento se il presunto padre è morto? Cambia, intanto, che l’azione di riconoscimento andrà proposta nei confronti degli eredi di quest’ultimo. Inoltre, e questa è la differenza più importante, la relativa azione si deve esercitare entro il termine di due anni dal decesso del padre. Quindi, in merito all’eredità il figlio non riconosciuto potrà chiamare in giudizio, ad esempio, i figli legittimi del presunto padre.

Cosa accade, invece, se l’azione di riconoscimento è stata iniziata prima della morte del possibile padre ma il genitore muore durante il processo? In verità, non accade nulla di straordinario perché il giudizio continuerà normalmente solo che proseguirà nei confronti degli eredi del genitore defunto. Se vuoi una panoramica completa sul riconoscimento del figlio naturale, leggi il nostro articolo: Riconoscimento del figlio naturale: può farlo solo il padre?.

Un altro aspetto di cui si deve tenere conto è che, nella pratica, fornire la prova della paternità non è cosa semplice. Durante il processo che si occupa del riconoscimento, la prova della paternità o della maternità può essere esperita dal figlio con ogni mezzo. Ad esempio, se il figlio vuole ottenere il riconoscimento della paternità può ottenere ciò provando il rapporto di filiazione anche tramite la testimonianza della madre o di conoscenti dei due genitori. A tal proposito, però, si deve anche dire che vi è l’orientamento di alcuni giudici che non ritengono sufficiente la dichiarazione della madre che indica il presunto padre.

Anche per questo nel processo di riconocimento la prova “principe”, cioè quella che più fornisce certezza in ordine alla paternità, rimane ancora oggi l’esame del dna. Esso è praticabile anche sul cadavere del padre defunto, purchè il giudice ne abbia ordinato la riesumazione per il relativo esame. Questo esame consiste in analisi biologiche particolarmente approfondite, del dna prelevato dal presunto figlio e dal presunto padre, che consentono di determinare l’attribuzione della paternità o della maternità con una garanzia pari al 100%. Se vuoi approfondire le azioni che si possono esercitare in questi casi, leggi il nostro articolo: Figlio non riconosciuto: cosa succede.

Dopo il riconoscimento: i diritti sull’eredità

Una volta ottenuta la sentenza del giudice che dichiara il rapporto di filiazione, il figlio ormai riconosciuto potrà accedere ai lasciti ereditari. Infatti, in caso di decesso del genitore, col riconoscimento il figlio è posto nella stessa situazione giuridica degli altri eredi legittimari, cioè di quei familiari del deceduto (come il coniuge ed i figli) che hanno diritto sempre e comunque ad una quota, prestabilita dalla legge a seconda dei casi, del patrimonio del genitore.

Nel caso di specie, il figlio riconosciuto potrà accettare l’eredità entro dieci anni dal passaggio in giudicato della sentenza, cioè da quando la pronuncia del giudice è diventata definitiva e non può essere più impugnata [3].

Per maggiori approfondimenti sui diritti del figlio riconosciuto, leggi il nostro articolo: Il figlio riconosciuto può agire per l’eredità.

Se, però, il riconoscimento avviene dopo l’apertura della successione e la avvenuta ripartizione dei beni ereditari ed il figlio riconosciuto ritiene di essere stato leso dalla divisione dei beni ereditari o dalle stesse disposizioni testamentarie, il figlio naturale potrà esperire l’azione di riduzione entro dieci anni dall’accettazione dell’eredità. Bisogna sapere, infatti, che una determinata parte dell’eredità, cosiddetta “legittima”, è riservata per legge ad una serie di soggetti, chiamati per l’appunto “legittimari”, che sono il coniuge, i figli (anche adottivi) e gli ascendenti (genitori, zii ecc.). Qualora queste persone (compresi quindi i figli naturali) siano lese dal riparto delle quote ereditarie, non ricevendo ciò che spetta loro per legge, rientra nel loro diritto di poter esperire la già citata azione di riduzione al fine di recuperare tutto quanto è loro dovuto.

In pratica, con la azione di riduzione, una volta dimostrata l’esistenza della lesione della quota del figlio naturale riconosciuto, il giudice va a ridurre in modo proporzionale la quota che gli altri eredi hanno ottenuto, per soddisfare il soggetto illegittimamente estromesso dalla divisione dei beni. Quest’ultimo potrà, quindi, far dichiarare invalide le disposizioni testamentarie che hanno leso i propri diritti e ottenere la restituzione dei làsciti dovuti da parte di chi, nel frattempo, ne sia entrato in possesso, anche se i beni del defunto, ad esempio, nel frattempo siano stati alienati a terzi.

Dopo il riconoscimento: quando è possibile l’impugnazione

Al termine del giudizio di riconoscimento possono verificarsi dei casi “limite”, ma che pur sempre esistono nella realtà, in cui è possibile impugnare e contestare il provvedimento di riconoscimento. Ciò non è sempre possibile, quindi, stiamo parlando di eccezioni ai casi che normalmente si verificano. Occorre, dunque, conoscere in quali casi il riconoscimento può essere impugnato. Ciò è possibile, ad esempio:

  • quando il riconoscimento è falso, cioè quando il figlio in verità non non è stato procreato dal padre che, invece, ha dichiarato di esserne il genitore;
  • quando il riconoscimento è stata diretta conseguenza di violenza operata sul genitore autore del riconoscimento, quindi quando il genitore è stato costretto a riconoscere il proprio stato e ciò anche quando la dichiarazione è vera.

Invece, se il riconoscimento è stato fatto per errore del genitore autore della dichiarazione oppure a seguito di un inganno a suo danno ma non c’è stata violenza ed inoltre il riconoscimento è vero, non è possibile l’impugnazione perchè la legge si preoccupa di far prevalere l’interesse del figlio.

Quando, invece, l’azione di impugnazione è possibile la stessa può essere iniziata:

  • dal genitore che ha effettuato il riconoscimento e ciò finanche quando egli era consapevole che il riconoscimento non era veritiero;
  • dal figlio che è stato riconosciuto;
  • da chiunque vi abbia interesse, quindi, ad esempio anche gli eredi del genitore autore del riconoscimento.

Entro quanto tempo è possibile l’azione di impugnazione? In merito a questo aspetto occorre fare una precisazione. Infatti, da un lato, l’impugnativa è imprescrittibile per il figlio, cioè non è soggetta a nessun termine e più essere azionata in qualunque momento. Mentre per gli altri legittimati, padre o madre oppure persone che vi abbiano interesse (come gli eredi del genitore autore del riconoscimento) l’impunativa deve essere azionata entro specifici termini di decadenza. Ad esempio, per il genitore autore del riconoscimento il termine normalmente è di un anno che decorre dal giorno dell’annotazione del riconoscimento sull’atto di nascita genitore. Ma se il riconoscimento è stato diretta conseguenza di violenza operata su questi, il termine di un anno decorre dal giorno in cui la violenza è cessata.

Per tutti gli altri soggetti legittimati all’impugnazione del riconoscimento, invece, l’azione deve essere esercitata entro il termine di cinque anni che decorrono dal giorno dall’annotazione del riconoscimento sull’atto di nascita del figlio riconosciuto.

Infine, con riferimento al materiale probatorio da offrire al giudice, ad esempio della falsità della dichiarazione di paternità o di maternità, la legge stabilisce che la prova può essere fornita con ogni mezzo, come prova testimoniale, prova documentale, indagini sul dna, ecc.

note

[1] D.Lgs. n. 154/2013 («Revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione»).

[2] Artt. 269 ss. cod. civ.

[3] Art. 480 cod. civ.

[4] Artt. 553 ss. cod. civ.


5 Commenti

  1. Salve

    in merito a quanto riportato, e nello specifico
    “L’azione è imprescrittibile, cioè non esiste un termine entro cui va fatta valere. Se il presunto padre è morto però, come nel caso che stiamo trattando, essa si può proporre nei confronti degli eredi di quest’ultimo, ma entro due anni dal decesso.”

    potete specificare dove la legge prevede questa eccezione all’imprescrittibilità, ovvero entro due anni dalla morte del presunto padre?

    Grazie

    1. Salve

      volevo chiedere anch’io delucidazioni in merito a questa parte, visto che da quello che ho capito, il termini di prescrizione di due anni, nell’art. 270 c.c., è riferito ai figli del figlio deceduto che richiede la paternità.

      Grazie

  2. La risposta non è completa. Vi sono figli che hanno fatto causa civile prima della recente riforma. Quando cioè anche per il figlio maggiorenne c’era il termine di 1 anno dalla conoscenza dei fatti ( di diversa paternità) per promuovere l’azione. Purtroppo esistono situazione in cui i giudici hanno rigettato la richiesta di disconoscimento di paternità e quei figli non possono più rifare la stessa azione di disconoscimento, perché per legge 2 volte la stessa azione non si può fare E QUINDI NON POSSONO FARE RICHIESTA DI RICONOSCIMENTO. ALLORA DEVONO SAPERE CHE POSSONO FARE RICHIESTA ART 580 E ART 594 DEL CODICE CIVILE.

  3. volevo sapere se è in corso un azione disconoscimento di paternità da parte di un figlio maggiorenne propedeutica alla successiva azione di riconoscimento e il padre naturale muore, il figlio naturale non riconosciuto può chiedere un provvedimento cautelare per la sospensione della divisione del patrimonio ereditario in attesa della causa in corso ?

  4. salve volevo sapere una cosa. e morto il padre di mio fratello e marito di mia madre lui il defunto non mi a riconosciuto quindi ho il cognome di mia madre a tal proposito ora che il marito di mia madre e morto posso richiedere parte dell’eredita? e sopratutto devo firmare pure io la successione? prendiamo pure atto che avevono i beni in comune con mia madre

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