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Clausole vessatorie nei decreti ingiuntivi: il giudice deve disapplicarle prima della notifica

17 Luglio 2012 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 Luglio 2012



Clausole vessatorie nei decreti ingiuntivi: il giudice le deve disapplicare prima della notifica al debitore senza attendere che sia quest’ultimo ad impugnarle con l’opposizione.

Se, nei documenti che il creditore offre al giudice per ottenere un decreto ingiuntivo, salta fuori una clausola vessatoria, il magistrato è tenuto a disapplicarla, dichiarandola nulla. Non bisogna attendere, dunque, che sia il debitore a impugnare la clausola abusiva, proponendo opposizione al decreto ingiuntivo: al contrario, già il giudice stesso, prima ancora dell’eventuale opposizione, deve leggere attentamente la richiesta del creditore, vagliare i documenti allegati e verificare se vi siano clausole vessatorie.

La Corte di Giustizia dell’U.E., così, con una recente sentenza [1], ha aperto la strada a una tutela particolarmente in favore forte di tutti i consumatori qualora vengano fatti valere, nei loro confronti, contratti onerosi.

Capita infatti che, a volte, il debitore cui sia stato notificato un decreto ingiuntivo rinunci ad opporsi ad esso: un po’ perché disincentivato dai costi e dai tempi del processo; un po’ perché non cosciente dei propri diritti. Fatto sta che, in tali ipotesi, qualora il decreto ingiuntivo sia stato emesso sulla base di un contratto (immaginiamo quello con una banca) contenente clausole abusive (per esempio, una clausola che, scritta con caratteri minuscoli, stabilisca interessi moratori elevati), il decreto diviene definitivo, con un irrimediabile pregiudizio per il consumatore.

Proprio per evitare ciò, la Corte di Giustizia ha chiarito che ogni giudice, già in fase di valutazione della richiesta del creditore per ottenere un decreto ingiuntivo, e senza dover attendere la successiva fase di opposizione al decreto stesso, deve valutare se esistano clausole abusive contrarie alla disciplina comunitaria. In tali casi, egli è tenuto a disapplicarle completamente (né potrebbe semplicemente modificarne il contenuto, riconducendole ad equità).

La decisione costituirà un precedente di notevole impatto anche per il nostro diritto, impedendo così l’emissione di decreti ingiuntivi in favore di quei soggetti (si pensi proprio agli istituti di credito) che, invece, sino ad oggi, hanno ottenuto benefici dall’altrui inerzia e dalle mancate opposizioni alle loro esose richieste.

note

[1] C. Giust. sent. C-618/10 del 14.06.2012.


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2 Commenti

  1. Egr. avvocato, grazie per la preziosa segnalazione. Mi preme però aggiungere alla sua attenta disamina che molto spesso, in virtù dell’art. 50 del T.U.B., le banche depositano esclusivamente il saldaconto debitamente firmato da un funzionario dello stesso istituto, senza estratti conto nè tantomeno contratti e loro ripattuizioni successive. Secondo questa sentenza, quindi, in assenza del contratto non potrebbe essere emesso il d.i. ? E l’art. 50 ???

    1. Caro Livio, la questione che lei solleva potrebbe essere superata con l’art. 640, a mente del quale: “Il giudice se ritiene insufficientemente giustificata la domanda, dispone che il cancelliere ne dia notizia al ricorrente, invitandolo a provvedere alla prova. Se il ricorrente non risponde all’invito o non ritira il ricorso oppure se la domanda non e’ accoglibile, il giudice la rigetta con decreto motivato”. In altre parole, qualora il giudice ritenga insufficiente la documentazione prodotta dal ricorrente, potrebbe invitare quest’ultimo a integrare la domanda, salvo – in caso di inerzia – il successivo rigetto del ricorso. Questo vuol dire che un magistrato attento potrebbe comportarsi come lei giustamente suggerisce. Grazie per la pertinentissima segnalazione.

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