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Editoriali Diritto all’oblio: colpevoli alla gogna

Editoriali Pubblicato il 16 ottobre 2011

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> Editoriali Pubblicato il 16 ottobre 2011

Su internet non è garantito il diritto all’oblio: le notizie sulle condanne penali rimangono in eterno e si resta colpevoli per sempre.

Vi è una profonda voragine tra diritto e società digitale. Le norme e i principi sono stati scritti quando ancora non esisteva internet e sono improntati ad altri sistemi di comunicazione. Essi, quindi, mostrano oggi i vuoti e le contraddizioni implicite nel contrasto generazionale.

L’ultima, in ordine temporale, di queste incoerenze è celata in una pagina di Wikipedia, che recita così:

“Wolfgang Werlé e Manfred Lauber sono due fratellastri tedeschi, condannati all’ergastolo nel 1993, per il brutale assassinio tre anni prima di Walter Sedlmayr, un giovane attore bavarese, di cui erano stati soci in affari.”

Il problema sulla liceità o meno di tale pubblicazione passa per la previa conoscenza di un principio sancito in molti ordinamenti moderni: il cosiddetto “diritto all’oblio”, che oggi viene anche frettolosamente scambiato col più generico “diritto alla privacy”.

Il diritto all’oblio è una garanzia costituzionale in forza della quale chiunque può esigere la non diffusione di dati relativi alla propria persona, anche se veritieri (come l’aver riportato una condanna penale divenuta definitiva), se essi non rivestono più il carattere dell’attualità e dell’interesse pubblico.

Infatti, il diritto di riprodurre fatti negativi, purché veritieri, da parte di organi di stampa ed assimilati, trova un limite nella pertinenza degli stessi: i fatti possono essere riproposti, magari a distanza di tempo, solo se hanno una stretta relazione con nuovi episodi di cronaca e se vi è un interesse pubblico alla loro diffusione.

In altre parole, è giusto pubblicare, il giorno dopo un processo per omicidio, la notizia della condanna del colpevole. Ma è illegittimo pubblicare questa notizia diverso tempo dopo, quando il fatto non è più di interesse pubblico e la sua diffusione non assume i connotati della cronaca.

Qui ovviamente non si parla degli atti criminali che hanno mutato il corso della storia. L’assassino di Kennedy, l’attentatore del Papa o Gavrilo Princip, killer dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria [1] sono persone che, in un modo o nell’altro, hanno cambiato gli eventi e pertanto fanno parte della storia. Di loro non ci si può dimenticare perché essi stessi hanno scelto di condizionare gli eventi. In questa sede, invece, si fa riferimento al crimine isolato, che non ha alcun legame con la storia dell’umanità. E, per quanto la nostra società sia legata morbosamente ai fatti di cronaca nera ed ai suoi risvolti da soop, gli assassini di Cogne, di Erba, di Garlasco, ecc. hanno diritto ad essere dimenticati. Che vi piaccia o no.

Ritornando al caso dei due killer: se pure la notizia è vera ed è stata accertata nel corso del processo, la sua pubblicazione attraverso un sistema telematico fa sì che essa sia sempre presente, in qualsiasi motore di ricerca. Tutto viene ripescato attraverso una semplice stringa di ricerca su Google, anche ciò che non è più attuale e di interesse pubblico. E’ quanto è stato definito “la gogna elettronica“.

Alexander Stopp, avvocato dei due imputati [2], ha inviato una diffida all’Associazione no-profit che gestisce Wikipedia, onde ottenere la cancellazione della pagina in questione. Il legale ha citato una sentenza dell’Alta Corte Federale tedesca che, nel 1973, ha riconosciuto il diritto degli ex criminali ad essere “dimenticati“. Dal canto suo, Wikipedia ha respinto la richiesta, ritenendosi non obbligata ad osservare le leggi tedesche.

Subito l’utenza di internet si è divisa in due schiere.

La prima, quella di matrice europea-continentale, si è detta a favore dei due colpevoli. Essi, in quanto hanno pagato il debito con la collettività, hanno diritto alla riabilitazione sociale e, quindi, ad essere “dimenticati”.

L’utenza anglo-americana, invece, con una visione istituzionale della privacy assai più compressa rispetto a quella europea (e ciò in ragione della tutela della sicurezza pubblica, oltreoceano avvertita come bene principale) ha ritenuto il diritto di cronaca ineliminabile. Si ricordi, infatti, che il primo emendamento della carta costituzionale statunitense indica nella libertà di parola il fondamento dello Stato a stelle e strisce.

Se è vero che vivere in un mondo che non dimentica appare discriminatorio (in contrasto con la funzione stessa della pena, che mira alla riabilitazione del colpevole) e riporta alle famose profezie di George Orwell, è altresì vero che imporre la cancellazione delle pagine su internet significa aprire le porte ad una censura generalizzata della rete. Chi deciderà ‘cosa’ e ‘quando’ cancellare? Quali saranno le leggi da applicare in caso di contrasto tra le disposizioni di diversi ordinamenti? Saremo disposti a cancellare gli estremi dei combattenti per Al Qaeda dai nostri database?

Floyd Abrams ammoniva già molto tempo fa: “Quando si accetta di sopprimere certe parole, la ricerca di nuove parole da sopprimere non ha piu’ fine”.


note

[1] 28 giugno 1914.

[2] Rilasciati rispettivamente nel 2007 e 2008 per buona condotta.


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