Diritto e Fisco | Editoriale

Il decreto Romani: censura su internet?

16 Ottobre 2011 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 Ottobre 2011



Il decreto Romani rischia di mettere i bavagli alle web-tv e a qualsiasi forma di riproduzione di filmati attraverso internet.

Il cosiddetto decreto Romani, dal nome del suo curatore, il Viceministro Paolo Romani appunto, ha già fatto parlare di sé esperti, parlamentari e blogger di tutta Italia. Si è detto, in proposito, che lo schema di decreto legislativo, pur essendo un atto dovuto, in quanto attuativo della direttiva 2007/65/CE, vorrebbe mettere i bavagli alle web-tv ed a qualsiasi forma di riproduzione di filmati attraverso internet (per esempio, blog o piattaforme UGC come YouTube), imponendo un’autorizzazione governativa ai servizi di media audiovisivi [1].

In parole semplici, il decreto Romani vuole equiparare i siti di video online alle reti televisive, con un conseguente maggior grado di controllo del loro contenuto da parte del Governo.

La normativa inoltre, sulla scia del recente caso che ha visto contrapposti Mediaset e YouTube (per la diffusione, da parte di quest’ultima, di estratti delle trasmissioni della RTI) assegna all’autorità di vigilanza (Agcom) il potere di richiedere agli internet provider la rimozione di contenuti ritenuti lesivi delle normative sul diritto d’autore, con rischi di sanzioni da 150.000 euro.

Perché si rientri nel campo soggettivo di applicazione della nuova norma, è necessario che:

1. vi sia un “fornitore di servizi di media“, cioè un soggetto che si assuma la responsabilità editoriale della scelta dei contenuti audiovisivi;

2. l’obiettivo principale sia la fornitura di programmi “al fine di informare, intrattenere o istruire il grande pubblico“;

3. il servizio sia esercitato nell’esercizio di una attività principalmente economica;

4. il servizio sia esercitato “in concorrenza con la radiodiffusione televisiva“;

5. il contenuto audiovisivo, all’interno del sito, abbia carattere “non meramente incidentale“.

I sostenitori del decreto (tra cui l’on. Roberto Cassinelli) tranquillizzano la blogosfera: l’ambito applicativo del decreto esclude dal novero dei soggetti passivi i blog amatoriali o le piattaforme UGC, perché non presenterebbero i requisiti sub 1), 2) e 3).

Il decreto non riguarderebbe neanche gran parte delle nascenti web-tv, spesso predisposte sotto forme giuridiche no profit (Associazioni).

Il decreto, invece, andrebbe ad incidere – così come esso stesso un po’ spudoratamente dice – sui “concorrenti con la radiodiffusione televisiva“.

E qui urge un commento chiarificatore.

E’ infelice la definizione del legislatore, laddove parla di “concorrenti“. Parole del genere prestano il fianco a facili critiche, come quella di voler stroncare, da parte di un esecutivo già di per sé troppo interessato al settore televisivo, tutti gli eventuali concorrenti alle tv private.

Ma forse non è questo che la legge vuole dire.

Invero, se parliamo di internet come di una realtà ormai diffusa al pari della televisione, e forse utilizzata ancor più della stessa televisione, non c’è ragione di disciplinarla in modo diverso da quest’ultima. L’art. 3 della Costituzione, infatti, sulla scorta del principio di uguaglianza sostanziale, impone il trattamento in modo uguale di situazioni uguali, ed il trattamento in modo diverso di situazioni diverse.

E’ bene dunque chiedersi: internet e la tv sono realtà diverse? E la risposta è certamente negativa.

Attenzione a non cadere nel luogo comune di considerare internet come un porto franco, un luogo che non può né deve essere toccato dalla censura o da qualsiasi altra norma, solo perché “internet è libertà“, “internet è intoccabile“. Apodittiche affermazioni di questo tipo, frutto di teoremi anarchici, non hanno ragione né giuridica [2], né morale [3].

Internet, dunque, deve essere disciplinato in quanto è un settore della realtà fenomenica che interagisce con il cittadino: e dove esistono diritti in capo ad alcuni soggetti, necessariamente devono esistere obblighi in capo ad altri. Lo stesso diritto alla “libertà” comporta l’esistenza di un obbligo, in capo ad altri soggetti, a rispettare l’altrui libertà.

Anche a voler ammettere che internet possa dirsi libero, affinché tale liberà possa esplicarsi è necessario che sussista un obbligo – imposto dalla legge – in capo agli altri soggetti, ad astenersi dal limitare tale diritto. Ed ecco che entra sempre in gioco la legge, e quindi la regolamentazione. Inoltre, la legge è necessaria per regolare il conflitto tra più diritti [4].

Ritornando allo schema di decreto legislativo, laddove si parla di “concorrenti“, non si vuole porre l’accento sul discorso commerciale del termine, quanto piuttosto sulla questione di identità sostanziale dei soggetti. Se per aprire una tv sull’etere è necessaria l’autorizzazione governativa, non v’è ragione perché la stessa non debba essere obbligatoria anche per una web-tv. Situazioni uguali disciplinate in modo uguale.

C’è tuttavia chi (l’avv. Guido Scorza per esempio) non condivide “l’idea che qualcuno possa sostituirsi alle famiglie nella selezione dei siti pericolosi per lo sviluppo dei minori. Al di là della soglia del lecito e dell’illecito, questa, è, infatti, una scelta che compete ai genitori e solo ai genitori.

E’ però incomprensibile la ragione per cui certe persone, che prima gridano allo scandalo se la tv trasmette programmi diseducativi e violenti, poi proclamano l’intoccabilità della rete. Perché scandalizzarsi solo davanti al tubo catodico e non davanti al video del pc?

Critiche al decreto sono intervenute anche da parte dell’Agcom e da Sky. La volontà del decreto di introdurre un’autorizzazione preventiva per l’online, è stato detto, “rischierebbe di trasformare quest’ultima in un filtro burocratico“. Meglio sarebbe, aggiunge, “restare sulla linea di intervento europeo“.

In ogni caso, il Viceministro ha annunciato la propria intenzione di modificare il testo del decreto all’esito di un incontro con Google e Yahoo.

note

[1] Art. 4, lett. a e b.

[2] Non c’è motivo perché la legge non debba spingersi a disciplinare un settore della realtà quotidiana.

[3] Non è tranquillizzante sapere che i bambini, pur se non troveranno in tv film a luci rosse o violenti, li troveranno invece facilmente su internet.

[4] Per es. il diritto alla libertà di espressione non può spingersi oltre il diritto di terzi a non veder oltraggiata la propria immagine, l’identità personale e la privacy!


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