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Il capo mi può insultare sul lavoro?

23 Novembre 2018


Il capo mi può insultare sul lavoro?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 Novembre 2018



Così come il datore di lavoro o il superiore gerarchico, anche il titolare dello studio non può insultare i dipendenti.

Il capo non può insultare i dipendenti sul posto di lavoro. Costa caro al datore di lavoro, titolare dell’azienda o dello studio professionale, pronunciare offese nei confronti di quanti lavorano o collaborano con lui: per lui scatta il reato di maltrattamenti in famiglia  [1] (punito con la reclusione da 1 a 5 anni). Benché questi, infatti, sia in una posizione di superiorità organizzativa e gestionale, questo non lo autorizza a ledere la dignità dei sottoposti, trattandosi di un rapporto tra persone poste sul medesimo piano.

Un principio di estrema democrazia e uguaglianza quello pronunciato di recente dalla Cassazione [2] con una sentenza che, certamente, non mancherà di far discutere in certi ambienti lavorativi caratterizzati da animosità e impeto.

I poteri del datore di lavoro

Per capire se il datore di lavoro può arrivare ad insultare i propri dipendenti occorre partire dall’anilisi del rapporto che c’è tra datore di lavoro e lavoratori. Quando viene sottoscritto il contratto di lavoro, infatti, il dipendente si pone alle dipendenze del datore di lavoro [3]. Questo significa che il lavoratore è tenuto ad osservare e rispettare le direttive e le prescrizioni che gli vengono fornite dal datore di lavoro. E’ questo il cosiddetto potere direttivo del datore di lavoro, ossia il potere di dire al dipendente cosa deve fare. Sarà quindi del tutto legittimo dire alla propria segretaria “Preparami una lettera per il sig. Tizio con il quale lo ringrazio per il dono ricevuto”.

Oltre al potere di dire al dipendente cosa deve fare, il datore di lavoro ha anche il potere di sanzionare il lavoratore che non fa il proprio dovere. Si tratta del cosiddetto potere disciplinare. Continuando con il nostro esempio, se la segretaria non scrive la lettera che gli è stata richiesta dal datore di lavoro, quest’ultimo può sanzionarla, ad esempio, con un richiamo verbale. In questo caso il datore di lavoro potrà, dunque rimproverare la dipendente contestandogli di non aver obbedito all’ordine che le era stato impartito.

La posizione della Cassazione

Se è dunque del tutto legittimo per il datore di lavoro dare ordini ai dipendenti e rimproverarli se non fanno il loro dovere, questo non significa che questi poteri possano essere esercitati in modo tale da offendere e umiliare la dignità del dipendente. L’esercizio del potere direttivo e disciplinare, dunque, deve sempre essere esercitato nel rispetto della dignità del lavoratore che è una persona umana e che si trova, peraltro, in una posizione di debolezza rispetto al datore di lavoro.

Questo è, in buona sostanza, il principio elaborato della Corte di Cassazione secondo cui le preoccupazioni, le insidie e le “arrabbiature” sul lavoro non consentono di andare oltre una certa soglia quando si tratta di terminologia usata con le altre persone: non si può arrivare a ingiuriare i dipendenti, criticando non tanto il loro operato, quanto piuttosto la loro persona. Insomma, l’offesa non deve essere gratuita, ma deve rimanere sempre nei limiti di una naturale critica all’attività prestata.

La Cassazione ha più volte affrontato il problema, in ambito di lavoro subordinato, dei comportamenti posti dal capo ai danni dei dipendenti, idonei a produrre in questi ultimi uno stato di abituale sofferenza fisica o solo morale. In particolare i giudici hanno confermato che, in questo caso, scatta non tanto il reato di abuso dei mezzi di correzione quanto il più grave delitto di maltrattamenti quando la finalità è quella dello sfruttamento del dipendente per motivi di lucro personale [4].

Non c’è dubbio – si legge in sentenza – che il datore di lavoro sia titolare del potere di correzione e di disciplina, intesi come poteri di indicare le modalità adeguate di esecuzione della prestazione di lavoro, necessarie, o anche solo opportune, perché la complessiva attività posta in essere dal lavoratore per raggiungere un risultato economico possa essere efficiente. In tali limiti è possibile ritenere il dipendente un soggetto sottoposto all’autorità del datore di lavoro. Tuttavia, il rapporto tra datore di lavoro e lavoratore dipendente è un rapporto tra due persone uguali, poste cioè sul medesimo piano, quanto al profilo della dignità e dell’autonomia individuale. Non si può quindi parlare di un potere riconducibile al concetto di educazione, quale invece quello, ad esempio, che si ritrova in ambiente scolastico.

Ebbene, è comunque vero che il più tenue reato di abuso dei mezzi di correzione può comunque configurarsi in ambienti di lavoro. La nozione di abuso presuppone infatti un eccesso rispetto al “normale” e questo può avvenire, ad esempio, quando il rimprovero verbale superi i limiti suoi propri (ad esempio, il ricorso a epiteti ingiuriosi o minacciosi).

Tuttavia, quando sono in gioco esplosioni d’ira, sanzioni umilianti, insulti o addirittura il lancio di oggetti – anche se in concomitanza di errori dei dipendenti – si ha il reato di maltrattamenti.

In altri termini, nel caso del rapporto di lavoro il potere di correzione e disciplina è esclusivamente funzionale ad assicurare la qualità e l’efficacia del risultato perseguito dalla singola organizzazione lavorativa, di cui è responsabile e fonte il datore di lavoro.

Quando l’insulto è mobbing?

Nel caso in cui gli insulti rivolti dal datore di lavoro al dipendente dovessero ripetersi costantemente in un lasso di tempo prolungato, superiore a sei mesi con lo scopo di umiliare il dipendente, isolarlo e costringerlo di fatto ad andarsene potremmo essere in presenza del mobbing e, in particolare, del mobbing verticale.

Il mobbing infatti è composto da tutte quelle condotte, tra le quali vi rientrano sicuramente anche gli insulti, che tendono a concentrarsi su un dipendente e a stremarlo, isolarlo, umiliarlo e portarlo a dimettersi.

Cosa rischia il datore di lavoro che insulta i dipendenti?

Come abbiamo visto la condotta del datore di lavoro che insulta i propri dipendenti è illegittima ed espone dunque chi la commette a delle conseguenze. Innanzitutto, come abbiamo visto, tale comportamento potrebbe essere considerato un reato penale.

Se l’insulto al dipendente viene qualificato come abuso dei mezzi di correzione, il datore di lavoro rischia di essere punito, se dal fatto deriva il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente, con la reclusione fino a sei mesi.

La situazione si complica se il comportamento del datore di lavoro viene qualificato un maltrattamento contro familiari o conviventi, nel qual caso il datore di lavoro rischia di essere punito con la reclusione da due a sei anni.

Oltre al rischio di essere indagato e poi condannato per questi reati penali, il datore di lavoro rischia di subire una causa per risarcimento del danno, soprattutto se gli insulti assumono i connotati del mobbing.

In questo caso, infatti, il lavoratore insultato ha diritto di chiedere al giudice il risarcimento di tutti i danni subiti a causa della condotta illegittima del datore di lavoro.

Difficile dire a quanto possono ammontare questi danni. Se gli insulti del datore di lavoro hanno provocato, ad esempio, la depressione o comunque una malattia psicologica nel dipendente questi potrà chiedere:

  • il risarcimento dei danni patrimoniali determinati dalle spese sostenute per visite mediche, acquisto di medicinali, etc.;
  • il risarcimento dei danni non patrimoniali, in particolare il danno biologico, il danno alla salute psico-fisica del dipendente.

Il dipendente dovrà procurarsi una relazione medico-legale che attesta la presenza del danno, la sua riconducibilità agli insulti subiti dal capo e quanto incide sulla salute del dipendente. A questo punto ci sono delle tabelle [5] che quantificano il danno che spetta al danneggiato in base alla percentuale di lesione accertata dal medico legale e l’età anagrafica della vittima.

Qualora non sia possibile basarsi su dati oggettivi, il Giudice potrebbe quantificare il danno che spetta al dipendente insultato secondo equità, ossia stabilire la somma ritenuta equa.

Cosa può fare il dipendente insultato dal capo?

Alla luce di quanto esposto, il lavoratore che subisce insulti dal proprio datore di lavoro può:

  • denunciare il datore di lavoro presso i Carabinieri o direttamente presso la Procura della Repubblica riportando nella denuncia i fatti accaduti;
  • promuovere, attraverso un legale, una causa di fronte al giudice del lavoro per vedersi riconosciuti i danni provocati dagli insulti del capo.

In questo secondo caso si tenga conto che è il lavoratore a dover provare il fatto e cioè a dover fornire le prove (ad esempio una registrazione o le testimonianze dei colleghi) che consentono al giudice di accertare che effettivamente l’insulto c’è stato.

note

[1] Art. 572 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 51591/16 del 2.12.2016.

[3] Articolo 2094, c.c.

[4] Cass. sent. n. 10090/2001.

[5] Tabelle per la liquidazione del danno biologico elaborate dal Tribunale di Milano.


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