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Lo sai che? Pubblicità ingannevole: il contratto è annullabile

Lo sai che? Pubblicato il 20 luglio 2012

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> Lo sai che? Pubblicato il 20 luglio 2012

Il contratto concluso a seguito di pubblicità dichiarata “ingannevole” dall’AgCm (Autorità garante della concorrenza e del mercato) è annullabile.

La legge [1] prevede la possibilità, per ogni cittadino, di chiedere al giudice l’annullamento del contratto che sia stato concluso a seguito dei raggiri della controparte [2]. I raggiri devono essere la vera causa che ha determinato il consumatore a concludere l’accordo (sia esso orale, scritto, di vendita di beni, servizi, ecc.) [3]. Per cui bisogna avere la certezza, al fine di accogliere la richiesta di annullamento, che il contratto non sarebbe stato concluso se non ci fossero stati i raggiri ad influire sul consenso altrui.

Da questi raggiri sono escluse quelle normali “vanterie” che il venditore è solito fare della propria merce (per es.: “queste arance sono le migliori che potete trovate al mercato”): accorgimenti, anche maliziosi, normalmente tollerati in rapporto al costume e alla pratica degli affari [4].

Tale tipo di millanterie sono infatti inidonee a ingannare un uomo di normale avvedutezza.

Tuttavia, il progresso della tecnica pubblicitaria rende sempre più difficile stabilire quando il raggiro sia tollerabile o meno. Il caso dei cibi impanati che, in televisione, appaiono in una splendida veste e che poi, nelle cucine, risultano in tutt’altro modo è un classico esempio.

L’esigenza di tutelare i consumatori ha così portato il Tribunale di Terni a fissare un criterio oggettivo: il contratto è annullabile per raggiri solo quando la pubblicità (su tv o su altri media) sia stata dichiarata ingannevole dall’Antitrust e, quindi, sia stata eliminata dalla programmazione.

Chiunque, pertanto, abbia acquistato un qualsiasi prodotto a seguito di uno spot poi annullato e multato, può chiedere che gli venga restituita la somma corrisposta.

 

note

[1] Art. 1439 cod. civ.

[2] Cosiddetto “dolo”. 

[3] Trib. Terni sent. del 06.07.2012.

[4] Cosiddetto “dolus bonus”.


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