Diritto e Fisco | Editoriale

Raccolta firme online per leggi comunitarie: si può, ma a che prezzo?

24 Luglio 2012 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 Luglio 2012



L’Europa adotta il sistema di firme online per le proposte di legge; e l’Italia? L’online salverebbe i weekend estivi dei nostri ligi compatrioti dal noioso onere di recarsi presso gli uffici del Comune a firmare proposte e referendum, come nel caso dell’attuale e dimenticata norma per ridurre gli stipendi ai parlamentari. 

Dallo scorso aprile 2012, ogni cittadino europeo può presentare, alle istituzioni comunitarie, proposte di legge, con la relativa raccolta di firme, nelle materie in cui l’Ue ha competenza per legiferare. Ancora una volta, internet si dimostra un democratico strumento in mano del popolo per esercitare una partecipazione attiva, moderna e aperta alla politica.

Ma spesso non sono le idee a mancare, ma la capacità di realizzarle.

Comprensibile che vi sia da rispettare un numero minimo di firme perché la proposta possa approdare al tavolino della Commissione europea: numeri che, per quanto elevati (l’elenco lo trovate qua), si giustificano per l’altrettanto ampio territorio (quello europeo) su cui finirebbero per influire.

In parte condivisibili sono anche le precauzioni e le condizioni poste per la raccolta online delle adesioni (anche in questo caso, indicate analiticamente in questa pagina): come il divieto di utilizzazione dei dati dei firmatari per finalità diverse da quelle per cui sono stati forniti.

Il bello viene, invece, quando si parla dei sistemi tecnologici di cui dotarsi per raccogliere le firme: sistemi che, sebbene studiati per garantire sicurezza e trasparenza, finiscono per essere tanto onerosi economicamente quanto complessi burocraticamente, da sfiorare l’autocannibalismo.

È richiesta l’installazione di un software su un server per la raccolta e la conservazione dei dati dei firmatari. I partecipanti all’iniziativa popolare, infatti, possono aderirvi inviando il proprio consenso e gli estremi della carta di identità con posta ordinaria (non quindi con PEC, sistema quest’ultimo in cui, come ben sappiamo, crede solo l’Italia).

Tutto qua? Si. Tutto qua. Ma…

– oltre a doversi dotare di tutta l’infrastruttura hardware (il server) e software (il programmino messo a disposizione dalla Ue);

– bisogna anche ottenere le numerose certificazioni di sicurezza, elenco che potete trovare qua.

Qui sorgono i dubbi.

Si storce sempre il naso quando, nel riempirsi la bocca di parole come “democrazia” e “partecipazione del popolo alle leggi”, si finisce per disegnare sistemi tanto macchinosi e costosi da essere di fatto impraticabili per il privato. “Sicurezza” non vuol necessariamente dire – specie oggi, con le tecnologie moderne – “costose infrastrutture”. Così come strutturato, l’attuale sistema “online” sembra invece ad appannaggio di enti esponenziali come le associazioni di tutela dei consumatori, fondazioni e simili. Il che spaventa: perché, ancora una volta, si finisce per dare il potere (di iniziativa legislativa) a chi il potere già ce l’ha.

I dubbi si moltiplicano anche in ordine alla scelta di un server fisico dedicato al posto di un meno costoso server sulla nuvola. Allo stesso modo, ha poco senso accontentarsi di un consenso fornito tramite mail ordinarie (e non certificate) se poi l’organizzatore è obbligato a una lunga trafila di controlli per garantirne la genuinità.

Ci sarà ancora bisogno di lavorare, nell’ottica di una maggiore effettività del servizio.

Ma, con riferimento alla possibilità che l’Italia adotti, per le proprie leggi, un sistema di iniziativa online, il pessimismo è più forte. L’online salverebbe i weekend estivi dei nostri ligi compatrioti dal noioso onere di recarsi presso gli uffici del Comune a firmare proposte e referendum, come nel caso dell’attuale e dimenticata norma per ridurre gli stipendi ai parlamentari. Proposte che, per quanto volute (almeno a parole), implicano sempre una rinuncia: quei preziosi cinque minuti dedicati alla Gazzetta dello Sport.

 


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