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È reato svelare l’omosessualità altrui

24 luglio 2012


È reato svelare l’omosessualità altrui

> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 luglio 2012



Commette violazione della privacy e reato di diffamazione chi svela l’omosessualità altrui.

La Corte di Cassazione [1] ha stabilito che svelare l’altrui omosessualità costituisce “diffamazione” e “violazione della privacy”.

Nessun dubbio sul fatto che ciò possa costituire una lesione della riservatezza: la sfera della sessualità, infatti, rientra tra i cosiddetti dati sensibili, che ricevono massima protezione dal codice della privacy.

Qualche riserva, invece, ci sorge in merito al concetto di “diffamazione” che, come a tutti noto, consiste nella offesa della altrui reputazione [2]. È logico pensare che la reputazione possa essere lesa solo attribuendo a qualcuno una condotta illecita o socialmente non approvata.

In una società, tuttavia, che non discrimina l’omosessualità, non dovrebbe parlarli di “diffamazione” nel momento in cui si attribuiscono a terzi determinate preferenze sessuali piuttosto che altre. Sarebbe come ritenere diffamatorio dire di qualcuno che è musulmano piuttosto che cristiano.

Attendiamo di leggere, tuttavia, il testo integrale della sentenza per meglio esprimerci sull’argomento.

 

note

[1] Cass. sent. n. 30369 del 24.07.2012.

[2] Art. 595 cod. pen.


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7 Commenti

  1. Gentile Redazione,

    sono assolutamente d’accordo con la riserva da Voi espressa in merito alla parte in cui la Cassazione parla di diffamazione nel caso citato.

    Il reato di diffamazione, a seguito dello sviluppo della concezione normativa di onore e reputazione ( in base alla quale non serve che la reputazione o l’onore siano lesi, ma che una persona si erga a giudice di un altra, così venendo meno al dovere e al principio di solidarietà e di uguaglianza sociale ex art. 3 Cost. ) è reato di condotta/pericolo. Ciò perché il soggetto agente sta interferendo con la proiezione dell’ identità personale, di un altro individuo, nella collettività, fuorviandola, denigrandola, o comunque alterandola.

    Se un soggetto comunica alla comunità che Caio è omosessuale, egli sta semplicemente lasciando che l’identità personale di Caio esca fuori in via del tutto naturale e rispondente ai principi interiori di Caio, affermandola, insomma, per quella che è.

    Se poi Caio aveva in concreto interesse a non svelare tale notizia, reputo che questo sia rilevante dal punto di vista civilistico ma non in ambito penale.

    Saluti, Filippo Lombardi.

  2. Infatti, mi sembra più corretto inquadrare la fattispecie sotto il profilo della lesione dei dati sensibili (ossia quelli relativi alla sfera sessuale). Come dire che Tizio è stato operato di varicocele, cosa che gli potrebbe magari creare inibizione. Il che è comprensibile. Ma parlare, in questo caso, di reato di diffamazione è come parlare di Quote Rosa per difendere l’uguaglianza delle donne

  3. io sono d’accordo con Filippo anche in relazione ai dubbi avanzati a proposito della lesione della riservatezza; a meno che, considerata la faccenda, non si voglia precisare che, dato il contesto entro cui vive il soggetto interessato -eventualmente- leso, vi siano state effettive successive discriminazioni sociali (anche lavorative) direttamente da quest’affermazione lesiva sicuramente dipendenti.

    in questo caso, allora, la reputazione assumerebbe dei contorni “soggettivizzati”, nel senso che verrebbe fatta corrispondere all’ambito socio-culturale di riferimento; e la decisione sarebbe poco opinabile, secondo me, da un punto di vista penalistico.

  4. Credo che la vicenda va correttamente inquadrata nell’ambito dei limiti del diritto di cronacaI palesemente superati dall’articolista, in quanto non ha rispettato il principio di continenza e soprattutto di rilevanza pubblica della notizia. Quale rilevanza pubblica ha una notizia riguardante la sessualità di una persona. Non appare fuori luogo ritenere che sia leso il diritto alla privacy, sia la reputazione sub specie di dignità della persona assunta nella sua valenza di libera e riservata espressione della propria sessualità. Non appare invece rispettosa del principio costituzionale di uguaglianza fare riferimento al concetto di reputazione secondo il contesto sociale di riferimento.

  5. Gentile Redazione,

    ho appurato proprio oggi, proprio grazie al commentatore Vincenzo Boncristiano, che il caso concreto non si riferisce ad un episodio di diffamazione sic et simpliciter, ma di una diffamazione a mezzo stampa, con tutte le conseguenze giuridiche che ne derivano, a causa della specificità del ruolo del giornalista e delle regole della verità – pertinenza – continenza. Pare quindi che questa pronuncia della Corte sia rispettosa dei canoni penalistici. Le considerazioni che facevamo nei giorni scorsi tornerebbero in tutta la loro rilevanza qualora si parlasse di singolo soggetto che, senza intento denigratorio, rappresenta ad un collettivo l’omosessualità altrui.

    Cordiali saluti,

    Filippo

    1. Caro Filippo, insieme a te ho avuto modo solo ora di leggere il testo per esteso della sentenza e ti do perfettamente ragione. Si tratta di un caso di “diffamazione a mezzo stampa”. Il giornalista è stato condannato per aver pubblicato una notizia che non era “pertinente” e di “pubblico interesse”. In questo senso va intesa la diffamazione a mezzo stampa.

      In pratica, la questione nodale è quella dell’interesse pubblico a rendere noti determinati fatti.
      Sul punto, i giudici Supremi affermano che la relazione del negoziante «è una situazione di fatto riconducibile alle scelte di vita privata» della parte lesa, quindi «non ha alcun rilievo sociale con la conseguenza che l’articolo in questione potrebbe aver violato, ad un tempo, la privacy della persona offesa e – attraverso tale violazione – la reputazione della stessa».

      Ti ringrazio per l’utile segnalazione

  6. AGGIORNAMENTO DEL 26 LUGLIO 2012
    Ci teniamo a fornire una correzione in merito all’articolo proposto. Nuove fonti rivelano che il caso concreto su cui si è pronunciata la Corte non riguarda un privato cittadino reo di aver rivelato in pubblico l’omosessualità altrui, bensì l’operato di un giornalista, il quale avrebbe raccontato in un proprio articolo su un quotidiano locale la storia amorosa omosessuale dell’interessato, dal quale è partita poi la querela.

    Il reato contestato, di conseguenza, non è quello di diffamazione tout court ( cioè, la diffamazione che sarebbe compiuta dal privato cittadino, spesso per odio nei confronti del diffamato) ma quello di diffamazione a mezzo stampa. Tale forma di diffamazione è particolare, poiché si verifica quando si presentano i seguenti presupposti: 1) il soggetto agente deve essere un articolista, cioè un giornalista che scrive e pubblica un articolo di propria competenza; 2) l’articolista deve superare i limiti del diritto di cronaca, che sono quelli della verità, della pertinenza e della continenza [1].

    La verità ( o meglio, la verosimiglianza) non significa che quello che il giornalista scrive deve essere obbiettivamente vero, altrimenti si starebbe chiedendo agli organi di stampa di riportare verità universali, con notevole lesione del diritto di cronaca, ma significa che l’articolista deve aver cercato la fondatezza della notizia in altre testate giornalistiche, con un approfondito lavoro di selezione delle informazioni più attendibili e delle fonti più credibili. Non è sufficiente, infatti, che l’articolista si sia affidato all’autorevolezza della prima fonte solo perché magari essa è un’azienda giornalistica famosa.

    La pertinenza significa che ci deve essere un interesse del pubblico, cioè dei lettori, alla conoscenza della notizia. Ciò vuol dire che le notizie di gossip e pettegolezzo sono escluse dalla rilevanza pubblica, salvo il caso che si riferiscano a persone importanti che rivestono incarichi pubblici o imprenditoriali di alto profilo. In questi casi, il privato cittadino potrebbe essere interessato ai comportamenti privati del soggetto noto, perché può ritenere importante che tale individuo si comporti secondo certi canoni etici anche in privato, oltre che durante lo svolgimento del suo incarico pubblico.

    La continenza si concretizza quando l’articolista usa un linguaggio pacato, mite, educato. Egli non deve utilizzare l’ironia o mettere in dubbio la dignità di essere umano del soggetto di cui tratta nell’articolo. Non deve utilizzare parole fuorvianti, che presentino significati subliminali, o che siano aggressive. Deve quindi aggiungere alla normale imparzialità correlata al ruolo di giornalista anche un’espressione linguistica rispettosa dell’altrui persona, e che conserva intatto il decoro del soggetto coinvolto nell’articolo anche qualora si tratti del più spietato dei criminali.

    Laddove il giornalista non rispetti anche solo uno di questi tre criteri, scatta il reato di diffamazione a mezzo stampa, che tra l’altro prevede una possibile responsabilità, per omessa vigilanza, del direttore o del vice-direttore dell’azienda giornalistica [2]. La legge penale è più severa nei confronti dei giornalisti poiché coloro che operano nel mondo della stampa sono in grado di raggiungere col mezzo cartaceo o telematico una cerchia indeterminata di persone, servendo “su un piatto d’argento” notizie riguardanti la sfera intima della persona e che potrebbero risultare scandalose per qualcuno. Inoltre, ai giornalisti viene imputata una maggiore bravura e competenza nel soppesare le parole e quindi viene richiesta una diligenza maggiore nello scrivere le notizie.

    Nel caso concreto la Corte ha constatato il mancato rispetto del principio di pertinenza, in quanto ha considerato inutile per la collettività la ricezione della notizia di una storia omosessuale altrui. Quindi, ha giudicato colpevole il giornalista, poiché ha leso la reputazione altrui, cioè il modo in cui il querelante verrà d’ora in poi giudicato da parte della società.

    [1] Questi criteri fanno parte del cosiddetto “decalogo del buon giornalista”.
    [2] Questa ipotesi di responsabilità è disciplinata dagli articoli 57 e successivi del codice penale. Dal punto di vista giuridico si parlerà di concorso del direttore nel delitto di diffamazione dell’articolista, quando il primo era d’accordo col secondo o sapeva che quest’ultimo stesse per compiere il reato e non l’ha fermato. Si parlerà di omessa vigilanza nel caso in cui il direttore, date le piccole dimensioni dell’azienda, o data la non comprovata competenza dell’articolista, poteva in concreto svolgere un controllo più stringente nei suoi confronti, fermo restando che il controllo deve volgere più alla conoscenza delle fonti utilizzate dall’articolista che al controllo approfondito sulla fondatezza delle valutazioni personali di quest’ultimo.

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