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Pagamento del Tfr in caso di impugnazione del licenziamento

14 gennaio 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 gennaio 2017



Si può provvedere al pagamento del Tfr anche se il dipendente ha impugnato il licenziamento? Il pagamento del Tfr maturato può essere dilazionato nel tempo? Esiste un tempo massimo previsto per legge per il pagamento del Tfr?

È possibile pagare il Tfr anche in caso di impugnazione del licenziamento?

Per quanto riguarda la possibilità di pagare il Tfr in caso di impugnazione del licenziamento, questa sussiste senza dubbio, anzi, è un obbligo, in base al codice civile [1], che statuisce: «In ogni caso di cessazione del rapporto di lavoro subordinato, il prestatore di lavoro ha diritto ad un trattamento di fine rapporto (…)».

Dunque, l’articolo specifica che il Tfr deve essere pagato sempre, quale che sia la motivazione della cessazione del rapporto di lavoro e qualunque sia la successiva situazione, compreso il caso in cui il licenziamento sia stato impugnato dal lavoratore.

Certo, il fatto che il licenziamento sia stato impugnato potrebbe costituire un problema in seguito alla percezione del Tfr, se il lavoratore fosse reintegrato nel posto di lavoro.

Che cosa succede se la liquidazione viene erogata al lavoratore e questi viene reintegrato nel posto di lavoro dal giudice?

Sicuramente, il dipendente, una volta reintegrato, deve restituire il Tfr eventualmente percepito.

Tuttavia, è necessario fare una distinzione, basata sulla tipologia del provvedimento di reintegrazione.  Se il provvedimento giudiziario, difatti, è una sentenza, non vi è dubbio in merito al fatto che il dipendente sia tenuto a restituire il Tfr percepito.

Se, invece, non si tratta di una sentenza, ma di un provvedimento cautelare d’urgenza (si tratta del provvedimento che conclude la fase d’urgenza del giudizio che, normalmente, in caso di licenziamento, precede il vero e proprio giudizio di primo grado a cognizione piena), il lavoratore può trattenere il Tfr non corrisposto, perché solo la sentenza ha il potere di ricostituire il rapporto lavorativo: è quanto stabilito da una nota sentenza [2].

Inoltre, una volta reintegrato il lavoratore, pur avendo il datore di lavoro pieno diritto alla restituzione del Tfr, vi sono dei notevoli problemi nelle modalità di restituzione, se nulla è stabilito, a tal proposito, dal giudice: secondo la Corte di Cassazione, il datore di lavoro non può, unilateralmente e senza il consenso del dipendente, recuperare somme, che secondo lui sono dovute, trattenendole dalla retribuzione.

Al contrario, se il lavoratore contesta l’esistenza del credito da Tfr, il datore di lavoro è costretto a promuovere un giudizio che ne accerti l’esistenza, in quanto non possiede, in merito, un potere di autotutela [3].

Peraltro, anche nel caso in cui il credito da Tfr sia accertato, il codice di procedura civile [4] dispone che le retribuzioni e le «altre indennità relative al rapporto di lavoro» non possono essere pignorate in misura superiore ad un quinto: conseguentemente, anche in caso di accertamento del credito, il datore di lavoro non potrebbe trattenere più di un quinto della retribuzione.

È possibile pagare il Tfr in ritardo?

La legge, in merito, dispone solo che si abbia diritto alla liquidazione alla cessazione del rapporto, senza prevedere un termine specifico.

Alla fissazione di una scadenza, entro la quale erogare il Tfr, suppliscono però alcuni contratti collettivi.

Nel caso concreto, occorre analizzare che cosa dispone il Ccnl applicato.

In generale, rifacendoci a quanto previsto nella generalità dei contratti dei vari settori, possiamo dire che il Tfr debba essere erogato all’atto della cessazione del servizio, considerando i tempi tecnici necessari per calcolare il tasso di rivalutazione, ma in ogni caso non oltre 30 giorni dal termine del rapporto.

I Ccnl, in genere poi, ammettono la possibilità di un ritardo nel pagamento, ma , posta l’immediata esigibilità del credito, per il differimento è dovuto un interesse, comprensivo della rivalutazione monetaria per crediti da lavoro; tale tasso si applica, logicamente, solo nei casi in cui il ritardo non è imputabile al lavoratore.

Possibilità di concordare un piano di dilazione

I  Ccnl, invece, non precisano nulla in merito alla possibilità di dilazionare la liquidazione: in assenza di un espresso divieto normativo e contrattuale, si ritiene allora senz’altro possibile concludere un accordo col dipendente.

Si potrà, quindi, concordare lecitamente un piano di rateazione, posto che, tuttavia, nulla costringe il lavoratore ad accettarlo, che ben potrebbe pretendere immediatamente l’intera cifra.

Nel caso in cui il dipendente non voglia accettare, potrebbe esperire un’azione legale per ottenere quanto dovuto, con rivalsa delle ulteriori spese sostenute e degli interessi.

Peraltro, a tutela del dipendente, l’accordo può essere concluso anche con l’assistenza di un’organizzazione sindacale, ed essere depositato presso la direzione territoriale del lavoro.

Per quanto concerne gli interessi, è bene specificare che su ognuna delle rate debbano essere calcolati  a scalare, ovvero quelli maturati solo sul capitale residuo.

Non esiste un termine di dilazione massimo previsto per legge.

Articolo tratto da una consulenza della dott.ssa Noemi Secci

note

[1] Art. 2120 del Codice Civile.

[2] Pret. Frosinone, sent. del 04.02.1994, est. Cianfrocca.

[3] Cass. sent n. 9388 del 07.09.1993 n. 9388.

[4] Art. 545 del codice di procedura civile.


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