HOME Articoli

Lo sai che? Vendita on line di pc usati: quale normativa applicare?

Lo sai che? Pubblicato il 14 gennaio 2017

Articolo di




> Lo sai che? Pubblicato il 14 gennaio 2017

Vorrei avviare un’attività di acquisto e vendita di pc usati su internet: devo chiedere a ogni singolo cliente un documento di riconoscimento? Qual è la legge di riferimento?

Secondo il Tulps [1], tutti coloro che intendono effettuare “operazioni” su beni usati (dove per “operazioni” si devono intendere tutte le movimentazioni, a qualsiasi titolo del bene usato: acquisto, vendita, trasformazione, modificazione, importazione, temporanea importazione, esportazione, compravendita intracomunitaria, ecc…) devono porre in essere un triplice adempimento:

– effettuare una dichiarazione preventiva all’autorità locale di pubblica sicurezza;

identificare le persone con cui si compiono le operazioni a mezzo della carta di identità o di altro valido documento personale purché rilasciato dall’amministrazione dello Stato;

– tenere un registro ove annotare giornalmente le operazioni compiute annotando le generalità di coloro che le compiono.

I motivi sono ovvi e corrispondono alle esigenze di pubblica sicurezza onde evitare e combattere i reati di riciclaggio, ricettazione, furto, ecc…; infatti, obbligare i soggetti che intervengono nella compravendita di beni usati ad identificare i soggetti coinvolti nelle operazioni ha come scopo quello di rendere possibile la tracciabilità dei beni usati commercializzati (per opportuno approfondimento di veda Come avviene il riciclaggio del danaro sporco su internet?).

Tuttavia, poiché l’interesse della pubblica sicurezza è quello di rendere tracciabili i beni usati per reprimere alcuni reati, detta tracciabilità è ampiamente motivabile quando i beni usati sono di pregio e/o di valore, mentre potrebbe tramutarsi in un ostacolo alla libera commercializzazione quando i beni usati sono di modico od esiguo valore. Infatti l’articolo 247 del Regio Decreto n. 635/1940, che è il Regolamento di Esecuzione del Tulps, stabilisce che: «Fatte salve le disposizioni di legge in materia di prevenzione del riciclaggio, le disposizioni degli articoli 126 e 128 della legge si applicano al commercio di cose usate quali gli oggetti d’arte e le cose antiche, di pregio o preziose, nonché al commercio ed alla detenzione da parte delle imprese del settore, comprese quelle artigiane, di oggetti preziosi o in metalli preziosi o recanti pietre preziose, anche usati. Esse non si applicano per il commercio di cose usate prive di valore o di valore esiguo».

La problematica dunque si sposta sul concetto di valore dei beni usati. Quando si può definire una cosa usata come “priva di valore” o di ”valore esiguo”? Non esiste un comportamento uniforme.

In ogni caso la determinazione del concetto di bene usato “privo di valore” o di “valore esiguo” compete al Comune, in quanto autorità locale di pubblica sicurezza [2]. Il compito è oggi più che mai necessario anche per ridurre gli oneri amministrativi a carico delle imprese, come richiedono la Comunità Europea e le più recenti normative nazionali: dunque, il tema è molto delicato ed in tal senso si attendono novità. Un riferimento pratico, comunque, si può trovare nel lavoro del gruppo tecnico regionale per la gestione del Portale dello sportello unico per le attività produttive [3] della Regione Friuli Venezia Giulia, che ha individuato il valore esiguo delle cose usate in quei beni che, indipendentemente dal valore originario, vengano ceduti al dettaglio o all’ingrosso per una somma non superiore ad euro 250,00. Poiché si tratta di un valore indicativo e privo di qualsiasi validità giuridica, non è detto che il Comune al quale viene richiesta l’autorizzazione all’esercizio dell’attività di e-commerce, debba adeguarsi a detto valore, né che intenda neppure esprimerlo.

Premesso quanto sopra, si ritiene che la soluzione che può essere data al nostro lettore possa essere la seguente: dovrà verificare preliminarmente se i beni usati commercializzati rientrino nel concetto di beni “privi di valore” o di “valore esiguo”. Successivamente, dovrà verificare se il Comune nel quale si intende presentare la Scia (Segnalazione Certificata di Inizio Attività) per lo svolgimento dell’attività di e-commerce abbia individuato o meno il valore di riferimento come sopra precisato. Qualora così non fosse, dovrà verificare se il Comune intenda adottare tale norma regolamentare, proponendo di far riferimento al lavoro effettuato dal gruppo tecnico della Regione Friuli Venezia Giulia o di ogni delibera che altri Comuni avessero potuto adottare.

Articolo tratto da una consulenza del dott. Mauro Finiguerra

 

note

[1] Artt. 126 e 128 R.D. n. 773 del 18.06.1931.

Art. 126: «Non può esercitarsi il commercio di cose antiche o usate senza averne fatta dichiarazione preventiva all’autorità locale di pubblica sicurezza».

Art. 128: «I fabbricanti, i commercianti, gli esercenti e le altre persone indicate negli articoli 126 e 127 non possono compiere operazioni su cose antiche o usate se non con le persone provviste della carta d’identità o di altro documento munito di fotografia, proveniente dall’amministrazione dello Stato. Essi devono tenere un registro delle operazioni di cui al primo comma che compiono giornalmente, in cui sono annotate le generalità di coloro con i quali le operazioni stesse sono compiute e le altre indicazioni prescritte dal regolamento».

[2] D.P.R. n. 616 del 24.07.1977.

[3] D.P.Reg. n. 257 del 27.10.2011.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI