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Il mantenimento del figlio fuori sede

6 febbraio 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 febbraio 2017



Mio figlio da quest’anno frequenterà l’università in un’altra città dove metterà la residenza. Come devo comportarmi con l’assegno di mantenimento mensile che verso per lui alla madre?

Non è chiaro evincere dal tenore del quesito se il lettore vorrebbe sospendere (o ridurre) il versamento dell’assegno di mantenimento per il figlio per il fatto che questi lascerà la casa dove ora vive con la madre. Certamente, però, si desume che il ragazzo, se pur maggiorenne, non è economicamente autosufficiente, visto che i motivi del suo trasferimento sono dovuti alla necessità di intraprendere gli studi universitari e non, invece, un’attività lavorativa.

Mantenimento dei figli maggiorenni: quanto dura?

Posto ciò, va precisato che l’obbligo al mantenimento dei figli sussiste su entrambi i genitori anche quando i giovani abbiano raggiunto la maggiore età, se non siano in grado di provvedere in modo autonomo alle proprie esigenze di vita. Principio questo che vale in ogni caso, sia cioè nell’ipotesi di coppia di fatto, che di coppia coniugata, separata o divorziata [1].

Anzi, in base a numerose pronunce, perché venga meno l’obbligo di versare l’assegno occorre non solo che il figlio sia autonomo, ma anche che abbia raggiunto una posizione lavorativa stabile e conforme alla professionalità acquisita (si legga a riguardo: Mio figlio guadagna: devo versargli il mantenimento? ).

Se cambiano le condizioni sull’assegno per il figlio decide il giudice

Ora, presupponendo che vi sia un provvedimento del tribunale che ha stabilito la misura dell’assegno dovuto dal lettore alla madre del ragazzo quale contributo al mantenimento di quest’ultimo, tale importo, per legge, va corrisposto fino a quando il figlio non abbia raggiunto l’ indipendenza economica; esso, quindi, non può essere in alcun modo ridotto o non versato dal genitore sul quale grava detto obbligo, anche nel caso in cui intervengano nuove situazioni (come, nel caso di specie, il trasferimento per motivi di studio).

Pertanto, il coniuge che, per qualsiasi ragione, intenda modificare o sospendere il versamento di detto assegno, dovrà nuovamente rivolgersi al giudice per chiedere la modifica delle condizioni economiche della separazione o del divorzio o dei provvedimenti relativi al figlio nato fuori dal matrimonio, sottoponendo alla  valutazione del tribunale le nuove situazioni venutesi a creare.

Il trasferimento fuori sede del figlio fa aumentare le spese

Dunque, se il ragazzo non ha raggiunto una autonomia economica, se pur parziale, non potrà essere chiesta neppure la riduzione dell’assegno da versare. Ed anzi, a ben vedere, il trasferimento in un’altra città può rappresentare un valido motivo per la madre (ove sia quest’ultima a continuare a gestire le “entrate” del figlio) per chiedere un aumento del contributo versato dal padre. Occorre, infatti, tenere conto dei nuovi e maggiori esborsi legati al costo di un nuovo alloggio e alla vita autonoma che il ragazzo dovrà condurre lontano dalla famiglia.

Mantenimento del figlio: il contributo è dovuto da entrambi i genitori

Non va dimenticato, però, che quello stabilito dal giudice è solo il contributo dovuto dal genitore non convivente con il figlio. Intendendosi che il figlio debba contare su analogo importo da parte del genitore presso il quale è collocato; contributo che deve essere sì fornito in relazione alle sostanze di ciascun genitore, ma anche tramite la collaborazione domestica e ogni altra forma di assistenza e cura (nel caso di specie, da parte della madre convivente).

Ciò significa che, ove il figlio lasci la casa, cambiando addirittura residenza, entrambi i genitori dovranno provvedere a corrispondergli quanto necessario per vivere e, stavolta (vista la distanza), non potrà che trattarsi di un contributo economico in senso stretto.

E d’altronde, «se cessa la coabitazione col figlio divenuto maggiorenne e non ancora economicamente indipendente, il genitore separato non è più legittimato a chiedere all’altro genitore il pagamento dell’assegno per il mantenimento del figlio» [2].

Il trasferimento del figlio modifica i presupposti del contributo al mantenimento

Nel caso di specie, quindi, appare quanto mai opportuno che i genitori concordino nuove modalità di contribuzione alle spese del figlio, anche eventualmente prevedendo, col necessario consenso e la partecipazione del giovane nel  procedimento giudiziario, un versamento diretto del mantenimento a quest’ultimo. La legge [3], infatti, stabilisce che «il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni, non indipendenti economicamente, il pagamento di un assegno periodico. Tale assegno, salvo diversa determinazione del giudice, è versato direttamente all’avente diritto». Formula questa che lascia comprendere, però, che il versamento diretto al figlio maggiorenne (e non invece all’altro genitore) non è – come molti vorrebbero – un atto automatico, da compiersi al sopravvenire del 18° anno, ma richiede l’autorizzazione del tribunale. (A riguardo si legga: Mantenimento versato direttamente al figlio maggiorenne).

Si comprende quindi come, in situazioni come questa, non possa che giovare a tutti impegnarsi nella la ricerca di una soluzione condivisa da poter sottoporre al giudice per la semplice omologazione (ossia la sua approvazione) piuttosto che dar vita a lunghe e costose controversie giudiziarie.

note

[1] Art 147, 315 bis, art. 337 co.4 cod. civ.

[2] Trib. Modena, 6.09.2007 (nella specie la madre, con ricorso per modifica delle condizioni della separazione, aveva chiesto l’attribuzione al figlio non convivente di un assegno di almeno 1300 euro mensili a carico del padre).

[3]  Art. 337 septies cod. civ.

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