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Lo sai che? Che cos’è la collazione

Lo sai che? Pubblicato il 28 gennaio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 28 gennaio 2017

La collazione: che cos’è e quali sono gli eredi che la debbono prendere in considerazione. La collazione delle donazioni in denaro: caratteristiche e modalità.

 

Che cos’è la collazione?

Con la successione ereditaria si realizza una specie di passaggio di consegne tra il defunto e i suoi eredi. Quest’ultimi, nominati per testamento oppure individuati secondo quanto la legge stabilisce in materia, se accetteranno l’eredità, diventeranno inevitabilmente i titolari dei beni del soggetto deceduto.

Ebbene, a proposito proprio del patrimonio, quando un soggetto muore, per stabilire l’esatto ammontare dell’asse ereditario, sul cui importo andranno quindi calcolate le quote dei successori, occorre conteggiare non soltanto i beni presenti alla sua morte (patrimonio residuo), ma anche quelli oggetto di donazione a favore dei discendenti o del coniuge e da questi ricevuti durante la vita del donante. In altre parole, se ad esempio, uno dei figli ha ricevuto una donazione in denaro dal genitore scomparso, quando questi era in vita, se accetta l’eredità di quest’ultimo, deve imputare alla propria quota il valore della donazione stessa [1].

Ecco un esempio pratico:

  • Tizio ha lasciato ai due figli, Caio e Sempronio, un patrimonio residuo di 1000 e, in vita, ha donato a Caio 200.
  • Se Caio decide di accettare l’eredità del padre, deve necessariamente imputare alla propria quota ereditaria la donazione ricevuta, e cioè 200.
  • In tal caso, quindi, il patrimonio ereditario complessivo è pari a 1200 (1000 residuo + 200 di donazioni). Le quote sono pari a 600 a testa. Evidentemente, dei 1000 rimasti alla morte del padre, a Caio spettano 400, avendo egli già ricevuto in vita 200, a titolo di donazione.

Questo meccanismo, appena descritto, assume il nome tecnico di “collazione”, ed opera soltanto nei rapporti tra i seguenti eredi: i discendenti ed il coniuge superstite.

La collazione delle donazioni di denaro

Abbiamo visto che se, ad esempio un genitore ha donato a un figlio, detto anche donatario, una somma di denaro, questi, in sede ereditaria, dovrà imputarla alla propria quota. Questa imputazione dovrà avvenire nel rispetto di certe regole e secondo il seguente ordine:

  • il donatario potrà prelevare dal patrimonio ereditario residuo meno soldi, rispetto agli altri coeredi, di quelli che avrebbe potuto prendere se non ci fosse stata alcuna donazione.
  • Se nel patrimonio residuo non c’è abbastanza denaro da consentire l’operazione descritta, allora:
  • o il figlio, immette tanto denaro o titoli di stato da compensare i diritti degli altri coeredi;
  • oppure gli altri coeredi potranno prelevare altri beni dal patrimonio ereditario residuo, di valore corrispondente alla predetta donazione ricevuta dal figlio.

Se questa seconda opzione non può essere eseguita, poiché nel patrimonio residuo non ci sono beni sufficienti, allora il donatario sarà obbligato ad un conguaglio in denaro di quanto dovuto [2].

Detto ciò, secondo la norma appena richiamata in nota ed alla luce della corrente interpretazione giurisprudenziale della stessa [3], l’ammontare della somma oggetto della donazione ricevuta e della successiva imputazione ereditaria deve essere calcolato e considerato senza alcuna rivalutazione o interessi. Quindi, all’ipotesi in esame, si applica quello che tecnicamente viene definito come il principio nominalistico:

– se Tizio ha avuto 100 denari, deve imputare all’asse ereditario 100 denari. Eventuali interessi, potranno essere calcolati, nella misura legale, solo a partire dall’apertura della successione [4].

note

[1] Art. 737 cod. civ.

[2] Art. 751 cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 18416/2011 – 12919/2012.

[4] Art. 745 cod. civ.


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