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Lo sai che? La raccomandata con posta privata ha valore legale?

Lo sai che? Pubblicato il 16 gennaio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 16 gennaio 2017

Il timbro del servizio di posta privata non ha valore legale e non serve a dimostrare la data di ricevimento della raccomandata: insomma niente «data certa».

Capita non poche volte che, per evitare la fila all’ufficio postale, si invii una raccomandata attraverso un servizio di posta privata, magari grazie a Internet; senonché il rischio è quello di trovarsi, poi, dinanzi a un documento privo di valore legale. Se, infatti, le raccomandate a.r. del servizio di Poste Italiane consentono di dimostrare, in una eventuale causa, non solo la data di spedizione della busta, ma anche quella di ricevimento e, quindi, con certezza non (facilmente) contestabile, il fatto che il destinatario ne abbia preso conoscenza, non è così per le poste private i cui dipendenti non sono pubblici ufficiali e, quindi, sono privi di poteri certificatori. Detto in parole un po’ più tecniche, la raccomandata di posta privata non offre la cosiddetta «data certa». Molte società di poste private, del resto, non offrono proprio il servizio dell’avviso di ricevimento, tipico invece della raccomandata a.r. di Poste Italiane; e se anche lo offrissero, questo cartoncino non avrebbe alcun valore legale. A dirlo è una recente e interessantissima sentenza della Cassazione [1], che peraltro riprende un’interpretazione già manifestata in passato.

Le conseguenze sono di tutta evidenza e, per comprenderle meglio, ricorreremo a un esempio. Immaginiamo che Tizio debba inviare la disdetta di un affitto a Caio e che questi dichiari invece di averla ricevuta in ritardo e che, pertanto, il contratto si debba automaticamente ritenere rinnovato per altri quattro anni. In un’eventuale causa tra i due, Tizio non avrà possibilità di dimostrare la correttezza del suo operato e, verosimilmente, perderà il giudizio, restando obbligato a pagare i canoni della locazione per un ulteriore quadriennio.

Lo stesso dicasi per le disdette di pay-tv o altri servizi per i consumatori. Ed ancora il discorso vale anche per le lettere che servono a interrompere la prescrizione. A riguardo, si pensi a Tizio che deve diffidare Caio a pagargli un risarcimento e che lo faccia ogni 5 anni per evitare la prescrizione del credito; se Tizio si avvalesse di un servizio postale privato non potrebbe, un giorno, dimostrare di aver interrotto i termini di prescrizione prima del compimento del quinquennio.

La raccomandata con poste private ha valore legale?

La sentenza in commento chiarisce, quindi, una volta per tutte che la raccomandata con poste private non ha valore legale.

Secondo la Corte, anche imprese private, munite di apposita licenza dell’Amministrazione, possono svolgere servizi postali e curare ed eseguire la trasmissione della corrispondenza e delle raccomandate ad eccezione degli atti giudiziari, ma in questo caso il timbro datario apposto sul plico consegnato dal mittente non può valere a rendere certa la data di ricezione, trattandosi di un’attività resa da un soggetto privato il cui personale dipendente non risulta munito di poteri pubblicistici di certificazione della data di ricezione della corrispondenza trattata.

Che resta da fare? Non resta che affidarsi al vecchio postino di Poste Italiane oppure utilizzare la posta elettronica certificata (Pec), sempre a condizione che anche il destinatario ne sia munito, la quale invece ha pieno valore legale.

note

[1] Cass. sent. n. 26778 del 22.12.2016.

Cassazione civile, sez. I, 22/12/2016, (ud. 06/10/2016, dep.22/12/2016), n. 26778

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Assicurazioni Generali s.p.a. impugna il decreto del Tribunale di Catania depositato il giorno 8 aprile 2009, che respinse la sua opposizione allo stato passivo del fallimento della (OMISSIS) s.r.l., dal quale era stato escluso un suo credito di circa 100 mila euro, vantato in ragione di una polizza fideiussoria sottoscritta dalla società poi fallita.

Secondo il tribunale tutta la documentazione prodotta dall’opponente era priva di data certa anteriore alla dichiarazione di fallimento, non soccorrendo come prova il timbro apposto dal gestore di un servizio di posta privata su alcune lettere scambiate tra il terzo garantito e la società assicuratrice.

Il ricorso è affidato ad un unico motivo.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.Con l’unico motivo la ricorrente denuncia la violazione dell’art. 2704 c.c. e del D.Lgs. 22 luglio 1999, n. 261, avendo il tribunale erroneamente ritenuto che il timbro apposto dal gestore di un servizio di posta privata non fosse idoneo a conferire data certa alle missive sulle quali risultava apposto.

2.- Il motivo è infondato.

Trova applicazione nella vicenda in esame l’art. 2704 c.c., comma 1 che consente nei confronti dei terzi la prova della data della scrittura privata – che non sia stata autenticata, nè registrata, nè riprodotta in atti pubblici – dal giorno in cui si sia verificata la morte o la sopravvenuta impossibilità fisica di chi l’ha sottoscritta, ovvero un fatto che stabilisca “in modo egualmente certo” l’anteriorità della formazione del documento.

Ora, secondo il risalente orientamento di questa Corte, formatosi quando il servizio postale era espletato in via esclusiva dallo Stato tramite sue aziende (D.P.R. 29 marzo 1973, n. 156, artt. 1 e 3 -Codice Postale) e le persone addette ai servizi postali erano considerate pubblici ufficiali ovvero incaricati di pubblico servizio, secondo le funzioni loro affidate (art. 12 Codice postale), se la scrittura privata non autenticata forma un unico corpo con il foglio sul quale è stato impresso un timbro postale, la data risultante da quest’ultimo deve ritenersi come data certa della scrittura, perchè la timbratura eseguita in un pubblico ufficio deve considerarsi equivalente ad un’attestazione autentica che il documento è stato inviato nel medesimo giorno in cui essa è stata eseguita (Cass. 1ottobre 1999, n. 10873; Cass. 23 aprile 2003, n. 6472; Cass. 14 giugno 2007, n. 13912; Cass. 28 maggio 2012, n. 8438).

Com’è noto, peraltro, oggi il D.Lgs. 22 luglio 1999, n. 261, emanato in attuazione della direttiva 97/67/CE che ha liberalizzato i servizi postali, da un lato, consente alle imprese private che abbiano ottenuto apposita licenza dall’Amministrazione (art. 5, comma 1 D.Lgs. cit.), di svolgere l’attività di “fornitore di un servizio postale” e, dall’altro, ha previsto che per esigenze di ordine pubblico siano affidati in via esclusiva al “fornitore del servizio universale”, id est all’organismo che fornisce l’intero servizio postale su tutto il territorio nazionale – oggi Poste Italiane s.p.a. – soltanto i servizi inerenti le notificazioni o le comunicazioni di atti a mezzo posta, connesse con la notificazione di atti giudiziari di cui alla L. 20 novembre 1982, n. 890, e successive modificazioni (art. 4, lett. a) D.Lgs. cit.).

Ne consegue che tutti i fornitori di servizi postali all’attualità possono certamente eseguire “invii postali”, cioè curare la trasmissione della corrispondenza – fatta eccezione per gli atti giudiziari -, ma l’eventuale timbro datario apposto sul plico consegnato dal mittente non può valere a rendere certa la data di ricezione, trattandosi qui di una attività d’impresa resa da un soggetto privato, il cui personale dipendente non risulta munito di poteri pubblicistici di certificazione della data di ricezione della corrispondenza trattata.

Nella vicenda all’esame di questa Corte, allora, correttamente il Tribunale etneo ha ritenuto che il timbro datario apposto su talune lettere da una società privata, che aveva curato l’inoltro della corrispondenza fra l’odierno ricorrente e un terzo, fosse inidoneo a dimostrare, ai sensi dell’art. 2704 c.c., comma 1 la certezza della data di formazioni di tali atti nei confronti del curatore fallimentare, non trattandosi di un fatto equipollente a quelli richiamati in via esemplificativa dalla cennata norma, cioè di una circostanza oggettiva, esterna alle parti, idonea a stabilire “in modo egualmente certo” quando fosse stato formato il documento.

3.- Nulla sulle spese.

P.Q.M.

La Corte respinge il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 6 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 22 dicembre 2016

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3 Commenti

  1. Articolo che va letto con le dovute accortezze. Da gestore di una posta privata sono consapevole che gli ATTI GIUDIZIARI sono invii riservati a Poste Italiane. Sul fatto che la raccomandata di un privato non abbia alcun valore legale assolutamente no; c’è un Ministero, quello delle Comunicazioni, che rilascia licenze e autorizzazioni e spiega chiaramente che gli invii dei privati hanno validità legale. Poi, a me che sono un privato, Poste Italiane ha rilasciato una sua affrancatrice…che natura avrebbero gli invii fatti da me privato usando una macchinario di Poste Italiane? Buon lavoro

    1. @Giuseppe, comprendiamo il disappunto, ma non è la prima volta che la giurisprudenza è in disaccordo con il ministero e la P.A. Purtroppo, a conti fatti, alla fine a decidere sono sempre i giudici. Quindi anche a produrre una autorizzazione amministrativa, l’orientamento non cambia.

  2. @redazione
    grazie per la risposta ma voglio farvi alcune osservazioni;avete scritto…:
    ” La raccomandata con poste private ha valore legale?
    La sentenza in commento chiarisce, quindi, una volta per tutte che la raccomandata con poste private non ha valore legale.”
    Nella sentenza non vi è alcun punto dove venga sancito quanto da voi detto, ovvero, “la raccomandata con poste private non ha valore legale”.
    Quanto da voi asserito metterebbe in discussione tutti gli invii fatti ad istituti quali INAIL, INPS ed altri ancora.
    Avete concluso l’articolo in questo modo:
    “Che resta da fare? Non resta che affidarsi al vecchio postino di Poste Italiane oppure utilizzare la posta elettronica certificata (Pec), sempre a condizione che anche il destinatario ne sia munito, la quale invece ha pieno valore legale.”
    Sono a chiedervi, e lo faccio di riflesso anche ai giudici, se per risolvere la problematica del timbro, basterebbe prendere una di quelle macchine Affrancaposta che Poste Italiane offre in comodato d’uso e che sono pubblicizzate sul vostro sito, per far si che un ufficio, anche di posta privata, possa apporre il timbro certo di Poste Italiane?
    che validità hanno gli invii che gli uffici di poste private effettuano mediante l’apposizione del timbro di Poste Italiane ricorrendo all’uso della Affrancaposte di Poste Italiane?
    Preciso che io sono in possesso di una Affrancaposta di Poste Italiane, e sono una figata….mi rilasciano il timbro di Poste Italiane ma lo lavora un soggetto privato… 😉
    Nella sentenza si parla di liberalizzazione del mercato postale e mi vien da ridere.Siamo sicuri che siamo in un reale regime concorrenziale? come mai gli invii postali sono esenti iva mentre quelli dei privati no?
    concludo riportando un pezzo della sentenza

    “Ne consegue che tutti i fornitori di servizi postali all’attualità possono certamente eseguire “invii postali”, cioè curare la trasmissione della corrispondenza – fatta eccezione per gli atti giudiziari -, ma l’eventuale timbro datario apposto sul plico consegnato dal mittente non può valere a rendere certa la data di ricezione, trattandosi qui di una attività d’impresa resa da un soggetto privato, il cui personale dipendente non risulta munito di poteri pubblicistici di certificazione della data di ricezione della corrispondenza trattata.”

    a tale sunto dei giudici si potrebbe completare……
    P.Q.M.
    COMPRATE UNA MACCHINA AFFRANCAPOSTE di Poste Italiane

    scusate ma alcune cose andavano precisate

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