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Editoriali Condannato Tenenbaum: oltre 17 mila euro di danni per ogni download di canzone

Editoriali Pubblicato il 1 settembre 2012

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> Editoriali Pubblicato il 1 settembre 2012

Condannato Joel Tenenbaum per aver scaricato e diffuso, tramite un software peer to peer, trenta brani prelevati da internet: la vittoria dell’industria dei contenuti contro gli utenti del web.

E così i discografici americani hanno avuto la loro bella sentenza da incorniciare: il tribunale del Massachusetts ha confermato la condanna di Joel Tenenbaum a 675 mila dollari (circa 528 mila euro) per aver scaricato e diffuso, tramite un software peer to peer, trenta brani prelevati da internet (circa 17.600 euro a canzone).

Si tratta di uno dei casi giudiziari più seguiti da quando è cominciata l’annosa guerra tra industria dei contenuti e utenti del web.

Il processo era iniziato nel 2007, su iniziativa della Sony. La major aveva rintracciato, tra i tanti utenti dediti al download illegale, l’indirizzo IP di un giovane, un certo Joel Tenenbaum, prescegliendolo (tra tanti) – chissà per quale oscura ragione – a vittima sacrificale per la propria crociata contro la pirateria informatica.

In brevissimo tempo, il nome del ragazzo statunitense è divenuto il simbolo della lotta tra vecchie lobbie del disco e sostenitori della libera condivisione dei contenuti sul web.

Un giudizio tanto interessante quanto scontato nell’esito: la condanna del ragazzo era già scritta sin dal primo deposito in tribunale.

È la vecchia storia del gigante contro il bambino, il diritto contro l’illegalità. Ma anche il ricco contro il povero. Perché pochi sono gli attori che dispongono di risorse tali da riunire, in un’unica causa, cronisti, telecamere, principi del foro e oratori super pagati. “Ti piace vincere facile?” qualcuno avrebbe potuto ironizzare.

Così come, due anni dopo, sarebbe avvenuto contro The Pirate Bay, quello contro Joel è stato un vero e proprio “spectrial” ossia un “giudizio-spettacolo” (dall’incontro delle parole “trial” e “spectacle”): un espediente per intimorire la massa. Tutto si è giocato, infatti, sul campo del puro e astratto diritto. Non era certo da un cittadino qualsiasi – peraltro costretto a scaricare dalla rete qualche album per risparmiare pochi dollari – che si poteva sperare l’adempimento di una condanna così elevata. Del resto, quando il danno è così frammentato in milioni di condotte micro-offensive (tutti i miliardi di download dei milioni di utenti connessi a un software peer to peer), si finisce per colpire semplicemente il ladro di merendine, colto col piede di porco a forzare il distributore automatico.

Non erano i soldi che interessavano alle major… È fin troppo chiaro che altre erano le logiche sottese all’azione, quelle di una banale messa in mostra di muscoli. “Colpiscine uno per educarne cento”.

Il giudizio intentato ormai cinque anni fa contro Tenenbaum è stato anche uno degli ultimi giudizi intentati, dall’industria dei contenuti, nei confronti di un privato cittadino. Di lì a breve, le major avrebbero cambiato rotta, spostando la battaglia contro i motori di ricerca, più reperibili e solvibili rispetto agli squattrinati studenti smanettoni.

Ma questa è un’altra storia, che stiamo tutt’ora scrivendo…


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1 Commento

  1. COPYRIGHT COME MOLOCH. Questo spectrial dà un’immagine spettrale e medioevale della lotta portata dalle vecchie tecnologie contro la nuova digitale. Dà anche il senso dell’agonia e dlela fine del copyright se il sistema, grassatore come un vecchio Moloch, domanda e richiede un sacrificio assai costoso e paradossale prendendosela con debole squattrinato. http://it.wikipedia.org/wiki/File:Molok.jpg

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