Diritto e Fisco | Articoli

Caro collega… Professore!

16 gennaio 2017 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 16 gennaio 2017



In occasione dell’inaugurazione del nuovo sito web de «La Legge per Tutti» vorrei dedicare una riflessione, non solo professionale, a tutti i miei colleghi.

Quanti sono i dottori commercialisti

Siamo un piccolo esercito silenzioso, 116mila dottori commercialisti ed esperti contabili che si alzano ogni mattina, molto presto, e che già sanno che torneranno a casa molto tardi la sera e quasi privi di forze, soprattutto sotto il profilo psichico.

Quanto rende la nostra professione?

Le statistiche della nostra Fondazione parlano, per il 2015, di una media di circa 50mila euro all’anno lordi da imposte, con un trend in diminuzione.

E’ vero che la statistica, secondo Trilussa, è «quella scienza per la quale, se io muoio di fame e tu mangi due polli, abbiamo mangiato un pollo a testa», ma le differenze si livellano sempre di più verso il basso  e, al di là di quanto conforto economico possa dare la professione, la domanda che la maggior parte dei colleghi si pone sempre più spesso è: «Ne vale davvero la pena?».

Basta il denaro a sostenere l’impegno e lo sforzo fisico e psicologico?

Chi facesse la professione solo per denaro non potrebbe resistere, senza passione, alle continue tensioni, all’incertezza del diritto, alla incessante volubilità di un legislatore continuamente condizionato nelle norme che emana in materia tributaria dalle interpretazioni a senso unico della prassi amministrativa, che ormai sta diventando una vera e propria «soft law», una specie di sottile e vagamente minaccioso avviso al contribuente.

Si è vero che la legge parla a tuo favore, ma guarda che i casi favorevoli devono essere delimitati come dico io e non come è nelle intenzioni del legislatore, sembra dire l’Amministrazione finanziaria, che ogni tanto mostra anche i canini, magari parlando di «lato oscuro dell’accertamento».

Quali sono le motivazioni originarie del nostro impegno e del nostro lavoro?

Tuttavia ieri, in occasione dell’apertura del Corso di Perfezionamento per magistrati e difensori tributari, all’Università statale di Milano, ho assistito all’intervento del professor Gaffurri  e del presidente Scuffi.

Devo dire, cari colleghi, che ne ho tratto enorme beneficio ed una maggior consapevolezza del mio, del nostro, ruolo.

Il Professore ha introdotto una riflessione molto ampia e molto articolata, ma il senso del discorso, che tento di riepilogare indegnamente, era questo.

In uno Stato di diritto i principi generali che governano la sostenibilità dello sviluppo e della crescita di una società civile sono quelli della capacità contributiva e della conseguente redistribuzione etica della ricchezza.

A partire dai principi fondamentali della Costituzione di cui agli articoli 2 e 3 (principio di eguaglianza e di solidarietà, rimozione di tutti gli ostacoli alla piena realizzazione dell’individuo) l’impronta del nostro ordinamento è sempre stata quella di incoraggiare e favorire la nascita e la diffusione di una etica sociale solidale.

Il Professore allora si chiedeva quale potesse essere lo strumento principale attraverso il quale si potevano raggiungere gli scopi, costituzionalmente previsti, dello sviluppo etico della società civile e della redistribuzione equilibrata della ricchezza.

La risposta, in pectore, è che l’unico strumento adatto a tale incombenza è sicuramente il sistema fiscale, attraverso il quale si trovano le risorse per garantire la sovranità e la stessa sopravvivenza dello Stato e dei suoi cittadini.

Il sistema fiscale funzionerebbe da «cerniera» fra i contribuenti più e meno abbienti, raccogliendo le risorse da chi ne ha di più e distribuendole a chi ne ha di meno.

Ma anche il sistema fiscale, a maggior ragione, essendo unico strumento di equilibrio e di collegamento fra le risorse e la spesa dello Stato, deve essere improntato a criteri non solo giusti, ma anche equi ed etici.

Pertanto là dove l’Amministrazione finanziaria interviene, ad esempio:

  • in occasione della emanazione di norme agevolative che le circolari continuamente circoscrivono puntigliosamente, quasi ad annullare lo sforzo del legislatore;
  • nel caso delle sanzioni amministrative applicate spesso in modo sproporzionato rispetto alle violazioni commesse, soprattutto se formali;
  • nel caso in cui la «presenza» dell’Amministrazione finanziaria rende più difficile, anche sotto il profilo psicologico, l’applicazione di una norma potenzialmente favorevole al contribuente, come ad esempio accade in relazione all’istituto della sospensiva del pagamento del dovuto in caso di ricorso, troppo spesso negata sulla base del solo pericolo per la riscossione e senza esame preliminare delle ragioni del contribuente;

in tutte queste situazioni ed in molte altre che tutti noi ben conosciamo per esperienza quotidiana, ci si chiede se, l’applicazione pratica e concreta del sistema fiscale rispetti ancora i principi costituzionali.

Cosa può fare il dottore commercialista in questa situazione?

Ecco i dottori commercialisti sono parte importantissima di quel sistema fiscale e la nostra consapevolezza sta crescendo, tanto che la categoria ha promosso il primo sciopero a dicembre ed è stato un importantissimo evento che ha mostrato che anche noi, seppure notoriamente individualisti nello studio e nel lavoro, siamo capaci di unione forte e solidarietà, nelle difficoltà.

Purtroppo la realtà ci mostra spesso comportamenti molto distanti da quelli che sarebbero dovuti in base al principio della buona amministrazione e dell’affidamento del contribuente nei confronti della Amministrazione finanziaria.

La «guerra» per il riequilibrio del sistema fiscale, che oggi sembrerebbe pericolosamente sbilanciato a favore dell’Erario, è solo all’inizio e le battaglie saranno lunghe, dure e costose da combattere, ma, se ragioniamo in termini di sistema, le armi a nostra disposizione sono tante, non ultime quelle della capacità di solidarietà e di resistenza, sia psicologica che fisica, nonché della formazione professionale e personale, continue.

Nell’ambito della legittimità possiamo fare molte cose, sia come individui che come collettività, sia come professionisti che come persone.

Ma il nostro ruolo, fondamentale, passa necessariamente per il confronto, la formazione, la passione.

Sono armi che dall’altra parte sono usate non troppo spesso.

Pensiamoci, ricordando che la nostra professione non è una professione per vecchi.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI