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Niente annullamento matrimonio se c’è convivenza tra i coniugi

18 Gennaio 2017


Niente annullamento matrimonio se c’è convivenza tra i coniugi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 Gennaio 2017



La convivenza stabile e duratura tra gli sposi, successivamente al matrimonio, impedisce la delibazione della sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità del matrimonio.

Se i coniugi hanno convissuto almeno tre anni, l’eventuale sentenza di annullamento del matrimonio ottenuta dalla Sacra Rota (o meglio detto Tribunale ecclesiastico) non può avere effetto per la legge italiana. È quanto ricorda la Cassazione con una recente sentenza [1].

Cos’è la delibazione della sentenza di annullamento del matrimonio

In caso di annullamento del matrimonio pronunciato da un tribunale ecclesiastico, affinché tale sentenza possa avere effetti civili anche per la legge italiana è necessaria la cosiddetta delibazione: uno o entrambi i coniugi devono presentare alla corte d’appello una domanda che implica un controllo del giudice sulla suddetta pronuncia in merito alla sua validità. Ciò consente di annotare la sentenza nei registri dello stato civile e permette ai coniugi di riacquistare la libertà di stato.

La sentenza può essere delibata quando:

  • contiene disposizioni conformi all’ordine pubblico cioè alle regole fondamentali ed essenziali con le quali la Costituzione e le leggi italiane delineano il matrimonio [2];
  • non è contraria a una sentenza italiana;
  • verte su un oggetto per il quale non è in corso un giudizio tra le stesse parti. È possibile pertanto delibare una sentenza ecclesiastica se tra i coniugi è in corso un giudizio di separazione personale davanti al giudice italiano: i due giudizi infatti hanno oggetti, ragioni e conseguenze giuridiche del tutto differenti.

Se c’è convivenza non può esserci annullamento del matrimonio

Per quanto riguarda il primo dei requisiti appena citati, quello relativo all’ordine pubblico, secondo la Cassazione non si può delibare una sentenza ecclesiastica di annullamento del matrimonio, indipendentemente dal vizio accertato, se c’è stata una prolungata convivenza di almeno 3 anni tra i coniugi [3].

La delibazione della sentenza è negata quando la convivenza coniugale, oltre a essere stabile (ossia durare più di 3 anni), è riconoscibile all’esterno per mezzo di comportamenti inequivocabili.

Essa costituisce un’eccezione in senso stretto; pertanto può essere eccepita unicamente dal coniuge interessato a farla valere (che ha l’onere di provarne la sussistenza) e non può essere dedotta per la prima volta in Cassazione.

note

[1] Cass. sent. n. 26188/2016.

[2] Cass. S.U. sent. n. 17767/2007.

[3] Cass. SU sent. n. 13515/2015.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 7 luglio – 19 dicembre 2016, n. 26188
Presidente Bernabai – Relatore Dogliotti

Svolgimento del processo

Con citazione, ritualmente notificata, T.M. conveniva in giudizio F.M. davanti alla Corte di Appello di Firenze, per sentir dichiarare l’efficacia nel nostro ordinamento di sentenza, emessa dal Tribunale Ecclesiastico Regionale Etrusco del 05/06/2012, ratificata in data 15/11/2012 dal Tribunale Ecclesiastico Regionale Flaminio e resa esecutiva in data 03/04/2013 dal Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, dichiarativa della nullità del matrimonio contratto tra le parti, per vizio psichico del soggetto comportante inettitudine,al momento della manifestazione del consenso, a contrarre matrimonio. La F. si costituiva, deducendo la contrarietà della decisione all’ordine pubblico italiano, e chiedendo, in via subordinata, l’affermazione del suo diritto ad un assegno di mantenimento. La Corte di Appello di Firenze, con sentenza in data 10/10/2014, dichiarava efficace in Italia la sentenza del Tribunale ecclesiastico, nonché inammissibile la domanda subordinata, proposta dalla convenuta, circa l’assegno di mantenimento.
Ricorre per cassazione la F. .
Resiste, con controricorso, il T. .

Motivi della decisione

Con il primo motivo, la ricorrente lamenta violazione dell’art. 120, 64 l. 218/95, 8 l. n. 121/85, 112 c.p.c., là dove la Corte territoriale aveva ritenuto “irricevibili” le argomentazioni della ricorrente poste a sostegno della sussistenza degli effetti contrari all’ordinamento interno della sentenza ecclesiastica. Afferma la ricorrente che le emergenze istruttorie di cui alla sentenza ecclesiastica sono state richiamate al solo fine di rappresentare che le circostanze poste a base della decisione sul difetto di discrezione di giudizio, non sono equiparabili alla incapacità di intendere e di volere di cui all’art. 120 c.c.. Con il secondo motivo, violazione dell’art. 112 c.p.c. affermando la tempestività dell’eccezione ostativa alla delibazione, in ragione della durata del matrimonio, formalizzata all’udienza di discussione.
Il primo motivo appare infondato.
Correttamente la Corte di merito afferma, secondo un indirizzo giurisprudenziale ampiamente consolidato (tra le altre Cass. n. 16051 del 2009), che, in tema di delibazione delle sentenze ecclesiastiche dichiarative della nullità di matrimonio concordatario per difetto di consenso, la condizioni di vizio psichico, assunta dal giudice ecclesiastico come comportante inettitudine del soggetto a contrarre il matrimonio, pur non essendo del tutto coincidente, non si discosta sostanzialmente dall’ipotesi di incapacità di intendere e di volere contemplata dall’art. 120 c.c.. Afferma la ricorrente di non voler “sindacare” le emergenze istruttorie della sentenza ecclesiastica, ma di indicare la differenza, nella specie, tra il difetto di discrezione di controparte e l’incapacità di cui all’art. 120 c.c. Ma, in realtà, essa finisce proprio inamissibilmente per chiedere un controllo della decisione ecclesiastica, richiamando in particolare la nozione di “immaturità”, secondo l’ordinamento ecclesiastico, privilegiata dalla sentenza, oggetto di delibazione, che essa definisce “assai ambigua”. Del resto, la ricorrente non chiarisce in che modo eventuali differenze tra la nozione di vizio psichico “ecclesistico” e dell’incapacità di cui all’art. 120 c.c. potrebbero essere in contrasto con l’Ordine pubblico Italiano. Il secondo motivo va dichiarato parimenti infondato. Questa Corte a Sezioni Unite (Cass. N. 16379 e 16380 del 2014), componendo in contrasto giurisprudenziale, sorto nell’ambito della prima sezione civile (al riguardo, v. Cass. N. 1343 del 2011; Cass. N. 8926 del 2012), ha indicato nella convivenza stabile e duratura tra gli sposi (ma se non vi fosse stabilità e durata, a ben vedere, non vi sarebbe neppure “convivenza”), successiva alla celebrazione del matrimonio, e dunque attinente al matrimonio rapporto, un limite generale di ordine pubblico alla delibabilità delle sentenze ecclesiastiche di nullità matrimoniale. Le predette sentenze a Sezioni Unite precisano che la relativa questione costituisce eccezioni in senso stretto e, come tale, deve essere proposta all’atto della costituzione (tempestiva) del convenuto. Richiamano in tal senso le sezioni Unite l’eccezione circa l’interruzione della separazione, ai fini della pronuncia di divorzio (art. 3 L. Divorzio). Si tratta di interpretazione che questo Collegio condivide e che ben esprime una scelta di rispetto dell’autonomia delle parti (libero il convenuto di proporre o meno l’eccezione), con l’apposizione di un limite alla valutazione, altrimenti troppo incisiva, del giudice, così invece opportunamente scevra da ogni forma di paternalismo. L’eccezione dunque non può essere rilevata di ufficio dal giudice. Solo la parte interessata (e cioè il convenuto) è legittimata: come il diritto a chiedere la nullità o l’annullamento matrimoniale, spetta alle parti anche lo strumento per paralizzare l’azione, che rimane nella loro disponibilità. L’eccezione, da intendersi, come si diceva, in senso tecnico, dovrà essere formulata, a pena di decadenza, con la comparsa di costituzione e risposta, ai sensi degli artt. 166 e 167 c.p.c.. È da escludere che l’eccezione possa essere ritualmente proposta per la prima volta in sede di memoria ex art. 183 VI comma c.p.c., così come, per la prima volta, davanti a questa Corte.
È pacifico, nella specie, che l’eccezione sia stata proposta dalla convenuta soltanto in sede di udienza di discussione davanti alla Corte di Appello.
Questo Collegio non condivide l’assunto di una pronuncia di questa Corte, rimasta peraltro isolata (Cass. n. 25676 del 2015) che ha parlato di overruling (e cioè di una regola nuova di diritto, introdotta dalle predette sentenze a Sezioni Unite, tale da comportare una remissione di termini:
In realtà il revirement non è stato così profondo e repentino: la questione era già stata ampiamente dibattuta in dottrina e non mancavano pronunce di merito, nel senso poi recepito da questa Corte a Sezioni Unite, che, del resto, come si è detto ha composto un contrasto sorto nell’ambito della prima sezione tra Cass. N. 1343 del 2011 e 8926 del 2012. E dunque ben avrebbe potuto la convenuta proporre in termini la relativa eccezione, anche prima dell’intervento risolutore delle Sezioni Unite.
Va conclusivamente rigettato il ricorso.
La sostanziale novità delle questioni trattate richiede la compensazione tra le parti delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; compensa tra le parti le spese del presente giudizio di legittimità. A norma dell’art. 52 D.L. 196/03, in caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri atti identificativi delle parti, dei minori e dei parenti, in quanto imposto dalla legge.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del DPR 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1-bis dello stesso articolo 13.


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