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Lo sai che? Testamento falso: chi deve dimostrarlo?

Lo sai che? Pubblicato il 18 gennaio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 18 gennaio 2017

Onere della prova: la dimostrazione della falsità della firma o della scrittura spetta a chi intende contestare il testamento.

Spetta a chi contesta il testamento dimostrare che esso è falso, ossia che non è stato scritto dal defunto; non è quindi onere della controparte provare invece l’autenticità del documento. È quanto chiarito dal Tribunale di Treviso con una recente sentenza [1] che riprende quanto stabilito, due anni fa, dalle sezioni unite della Cassazione [2].

La questione è di massima delicatezza. Immaginiamo che vi sia il sospetto che il testamento sia stato alterato in qualche sua parte o che la scrittura non sia quella del parente defunto. Come dimostrarne la falsità? Andrà fatto un raffronto calligrafico con gli altri documenti redatti a penna dal medesimo soggetto, onde verificare che la scrittura “combaci”, sia cioè quella della stessa persona. Diversamente, si deve concludere che il testamento è falso.

Ma il punto sul quale si è dibattuta la giurisprudenza è a chi spetti l’onere della prova o, in altri termini, a chi compete iniziare la causa (sostenendone i costi inziali e i conseguenti rischi in caso di mancanza di prove). Se dovessimo ritiene che tale onere spetta a chi vuol avvalersi del testamento, questi dovrà dimostrare che il documento è genuino. Se viceversa spetta a chi intende contestare il testamento, egli dovrà provarne la falsità. Quale delle due è la soluzione più corretta?

Sul punto sono di recente intervenute le Sezioni Unite che hanno capovolto il precedente orientamento [3]: oggi l’interpretazione seguita dai tribunali è quella di ritenere che l’onere della prova spetta alla parte che contesta l’autenticità del testamento. Spetta quindi a quest’ultima proporre una cosiddetta «domanda di accertamento negativo» volta a dimostrare la provenienza della scrittura.

Non è sufficiente, dunque, disconoscere il testamento, lasciando poi alla controparte la patata bollente di dimostrare l’autenticità del testamento. Bisogna, invece, agire in giudizio e, con il raffronto con altri documenti, dimostrare che la scrittura non è quella del soggetto defunto.

Leggi anche Testamento olografo: come contestarne l’autenticità

In questo, il testamento olografo segue quindi una regola diversa da tutte le altre scritture private per le quali, invece, basta disconoscerne la firma per renderle prive di valore e obbligato la controparte a dover dimostrare invece la genuinità della sottoscrizione.

Si evita così che un atto così delicato e suscettibile di “alterare” interessi tra loro spesso contrapposti come quelli degli eredi, possa essere contestato troppo facilmente, con una semplice dichiarazione. Non basta, quindi, dire semplicemente che il testamento non proviene dal defunto, ma bisogna anche dimostrarlo.

Chi, pertanto, afferma che la scrittura o la firma del testamento non è quella del parente deceduto deve disconoscere il documento e proporre una causa diretta all’accertamento negativo della provenienza della scrittura, assumendosi il conseguente onere della prova.

Se il defunto era incapace di intendere e volere

Un secondo modo per contestare il testamento è quello di dimostrare che il soggetto, al momento della redazione della scrittura, era incapace di intendere e volere. Ma anche in tal caso bisogna stare molto attenti alle prove fornite al giudice, che devono inequivocabilmente dimostrare l’esistenza di un grave deficit mentale.

Sul punto, infatti, un ormai «rigoroso» orientamento giurisprudenziale stabilito sancito che: «In tema di annullamento del testamento, l’incapacità naturale del testatore richiede l’esistenza non già di una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche ed intellettive del “de cuius“, bensì la prova che, a causa di una infermità (transitoria o permanente),o di altra causa perturbatrice, il soggetto sia stato privo in modo assoluto, al momento della redazione dell’atto di ultima volontà, della coscienza dei propri atti o della capacità di autodeterminarsi; peraltro, poiché lo stato di capacità costituisce la regola e quello di incapacità l’eccezione, spetta a chi impugni il testamento dimostrare la dedotta incapacità, salvo che il testatore non risulti affetto da incapacità totale e permanente, nel qual caso grava, invece, su chi voglia avvalersene provarne la corrispondente redazione in un momento di lucido intervallo [4]».

note

[1] Trib. Treviso, sent. n. 2204/2016 del 14.09.2016

[2] Cass. S.U. sent. n. 12307/2015.

[3] Sul punto ci sono stati tre orientamenti. Secondo il primo (Cass. sent. n. 1545/1951), oggi ripreso dalle Sezioni Unite, «avverso le scritture private provenienti da terzi così come per il testamento era ammissibile la proposizione di un’azione di accertamento negativo con onere della prova a carico dell’attore».

Successivamente è seguito un secondo orientamento secondo cui, colui che intende contestare la riconducibilità dello scritto all’autore deve esclusivamente effettuarne il disconoscimento. Spetta poi all’avversario dimostrare la genuinità del testamento.

Infine, per il terzo orientamento, l’unico mezzo processuale idoneo per contestarne la riconducibilità all’autore è la querela di falso.

Secondo infine le Sezioni Unite del 2015, l’interpretazione preferibile è quella che prevede «la proposizione di una azione di accertamento negativo che ponga una quaestio nullitatis in seno al processo (più correttamente, una quaestio inexistentiae)».

[5] Cass. sent. n. 27351/2014.


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