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Lo sai che? Consumatori: fornire informazioni false è una pratica sleale

Lo sai che? Pubblicato il 20 gennaio 2017





> Lo sai che? Pubblicato il 20 gennaio 2017

Il comportamento di aziende o professionisti, che forniscono ai consumatori informazioni false o ingannevoli, costituisce una pratica commerciale sleale.

Il consumatore che chiede informazioni, ad un’azienda o ad un professionista, su un prodotto o su un servizio che ha acquistato o che intende acquistare ha diritto a ricevere una risposta completa e soprattutto veritiera, senza omissioni o inesattezze. Viceversa, fornire informazioni inesatte, incomplete o addirittura non veritiere, costituisce una pratica commerciale sleale. Questo principio, già contenuto nel Codice del Consumo, è stato ribadito ed approfondito dalla Corte di Giustizia Europea, con una recente sentenza. [1]

Bisogna però chiarire alcuni importanti aspetti di questo diritto, riconosciuto al consumatore.

Quando un’informazione è ingannevole

Le informazioni fornite da un’azienda o da un professionista, a proposito di un prodotto o di un servizio, possono essere considerate ingannevoli non solo quando sono completamente false, ma anche quando, pur essendo in linea di principio vere, vengono presentate al consumatore in modo parziale ed ambiguo, ovvero che si presta a ingenerare fraintendimenti. [2] Tali considerazioni valgono sia per le informazioni fornite prima della conclusione del contratto, che durante la sua esecuzione; sia in risposta ad una specifica domanda di un cliente, che per le attività di pubblicità e di marketing, che sono invece rivolte genericamente a tutti i consumatori.

Le informazioni come strumento per influenzare le scelte dei consumatori

L’obbligo di correttezza, che la legge impone ad imprese e professionisti, è molto rigoroso e le ragioni di questo rigore sono principalmente legate alla loro maggior forza, rispetto ai consumatori. In primo luogo dal punto di vista economico, perché le loro risorse, soprattutto nel caso delle società commerciali internazionali, sono di gran lunga superiori a quelle dei semplici utenti. In secondo luogo perché questi soggetti economicamente forti, servendosi del loro enorme bagaglio di competenze ed informazioni tecniche e giuridiche, che normalmente sono sconosciute alla maggior parte degli utenti, riescono ad influenzarne le scelte di mercato.

L’obiettivo, che la legge si pone, quindi, è di evitare che le società o i professionisti diffondano informazioni false, incomplete o ingannevoli, con l’intento di influenzare le scelte dei consumatori e convincerli a prendere decisioni per loro svantaggiose che, se fossero stati correttamente informati, essi non avrebbero preso.

La tutela prima e durante il rapporto di clientela: il caso dei costi aggiuntivi

L’obbligo di corretta informazione opera sia in via preventiva, cioè quando il consumatore non ha ancora deciso se acquistare un prodotto o sottoscrivere un contratto con un’azienda o un professionista, sia dopo l’acquisto o la sottoscrizione e cioè durante il normale svolgimento del rapporto di clientela.

Capita spesso, infatti, che una società fornisca ai propri clienti informazioni errate o ingannevoli, per spingerli a compiere delle scelte svantaggiose, come ad esempio quella di stipulare nuovi contratti o aderire ad offerte commerciali, che comportino l’applicazione di condizioni sfavorevoli, come l’addebito di costi aggiuntivi. Tale comportamento costituisce sempre una pratica commerciale ingannevole e perciò sleale, anche nel caso in cui il costo aggiuntivo risulti esiguo [3].

L’obbligo di correttezza vale anche nei confronti del singolo consumatore

La legge non fa distinzione fra i diritti del singolo consumatore e dei gruppi numerosi di utenti; pertanto gli strumenti di tutela che essa prevede operano esattamente allo stesso modo, in entrambi i casi. Questo significa che, se un soggetto forte fornisce informazioni false o ingannevoli ad un solo consumatore oppure a molti, il suo comportamento costituisce in entrambi i casi una pratica commerciale sleale e come tale sarà sanzionato [4].

Non importa il fatto che l’informazione sia facilmente reperibile

Per la legge non ha alcuna importanza il fatto che il consumatore avrebbe potuto facilmente reperire per conto proprio le informazioni corrette. Ciò che conta, infatti, è solo il comportamento scorretto tenuto dalla società o dal professionista che, in violazione dell’obbligo di correttezza che la legge impone loro, abbiano approfittato della buona fede dell’utente, per fornirgli informazioni false o ingannevoli.

Di norma, le informazioni di cui i consumatori hanno più spesso bisogno riguardano aspetti quali le caratteristiche e la composizione di un dato prodotto e gli eventuali rischi collegati al suo utilizzo, nonché i criteri di determinazione del suo prezzo, oppure ancora le modalità di assistenza post-vendita e di gestione dei reclami, da parte dell’azienda.

In tutti questi casi e in generale ogni qual volta il consumatore abbia necessità di ottenere informazioni, per compiere le proprie scelte in maniera consapevole, vige l’obbligo di assoluta correttezza e trasparenza, da parte dell’azienda o del professionista.

Il consumatore danneggiato dalla condotta sleale dell’azienda o del professionista può sporgere reclamo, sia da solo che tramite un legale o un’associazione dei consumatori e nel caso in cui le sue richieste non vengano accolte, potrà eventualmente rivolgersi ad un apposito organismo di conciliazione (come ad esempio i Co.Re.Com., nel caso di controversie con aziende operanti nel campo delle telecomunicazioni), per cercare di sanare l’eventuale situazione svantaggiosa o se ciò è ormai impossibile, per ottenere il risarcimento del danno subito.

In caso di ulteriore mancato accordo, infine, si potrà valutare l’opportunità di agire per vie legali.

note

[1] Si tratta degli articoli da 21 a 23 del Codice del Consumo, nonché della sentenza del 16.04.2015 della Prima Sezione della Corte di Giustizia Europea, relativa alla causa numero C-388/2013.

[2] Un caso esemplare di informazione ambigua si ha quando la società o il professionista forniscono al consumatore informazioni in maniera incompleta, omettendo alcuni dettagli o spiegazioni determinanti per la corretta comprensione dell’informazione.

[3] È stata proprio la Corte di Giustizia Europea a precisare che, in questi casi, nonostante si tratti di un costo aggiuntivo irrisorio, la pratica commerciale si deve comunque considerare sleale, perché si tratta comunque di un onere economico che un soggetto forte (una società o un professionista) pone a carico di un soggetto debole (il consumatore), attraverso l’uso di informazioni scorrette o ambigue.

[4] Anche in questo caso è stata la Corte di Giustizia Europea a chiarire che se la violazione dell’obbligo di correttezza delle informazioni non fosse stato valido anche nel caso del singolo utente, si sarebbe creata un’evidente discriminazione fra i gruppi numerosi, tutelati dalla legge ed i singoli soggetti, per i quali non ci sarebbe stata nessuna tutela.


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