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Dovere di lealtà e correttezza dell’avvocato

8 febbraio 2017


Dovere di lealtà e correttezza dell’avvocato

> L’esperto Pubblicato il 8 febbraio 2017



Separazione e divorzio: l’avvocato può difendere prima la coppia e poi il singolo coniuge?

Al fine di valutare la condotta dell’avvocato che, avendo difeso la coppia in sede di separazione, intenda difendere successivamente un singolo coniuge, occorre fare chiarezza su quanto previsto dalla legge, ed in particolare dal codice deontologico forense che all’articolo 24 stabilisce: «L’avvocato deve astenersi dal prestare attività professionale quando questa possa determinare un conflitto con gli interessi della parte assistita e del cliente o interferire con lo svolgimento di altro incarico anche non professionale».

La norma, dunque, già in via generale, preclude all’avvocato di perorare la causa di un cliente quando sussiste un conflitto di interesse e, cioè, quando l’avvocato stesso o terzi in rapporto con lui hanno un interesse configgente.

La stessa norma, al comma 3, stabilisce poi che il conflitto di interessi sussiste anche nel caso in cui il nuovo mandato determini la violazione del segreto sulle informazioni fornite da altra parte assistita o cliente o quando  la conoscenza degli affari di una parte possa favorire ingiustamente un’altra parte assistita o cliente.

Pertanto già in base a tali regole generali, ben può dirsi che un avvocato che abbia difeso i coniugi in sede di separazione non possa – successivamente (ad esempio, in sede di divorzio) – assistere uno solo dei coniugi. E ciò perché, sostanzialmente, agirebbe contro l’altro, sfruttando la conoscenza delle pregresse informazioni, in violazione dei divieti elencati.

Se non bastasse, lo stesso codice [1] è ancora più chiaro nello stabilire che, se l’avvocato può assumere un incarico professionale contro un proprio ex-cliente (purché sia trascorso almeno un biennio dalla cessazione del rapporto professionale), in ogni caso quello che abbia assistito congiuntamente coniugi o conviventi in controversie di natura familiare deve sempre astenersi dal prestare la propria assistenza in favore di uno di essi in controversie successive tra i medesimi.

Questa previsione pone per l’avvocato un obbligo assoluto di astensione, a prescindere dal fatto che il conflitto d’interessi sia reale o solo potenziale. A prescindere, cioè, dalla dimostrazione del fatto che l’avvocato, difendendo un solo coniuge ma conoscendo fatti o situazioni relative anche all’altro, agisca “sfruttando” tali nozioni, in violazione dei doveri di lealtà e correttezza.

Pertanto, nel caso in cui l’avvocato non ottemperi a quanto sopra detto, sarà sicuramente possibile effettuare una denuncia presso il suo ordine professionale, volta ad aprire un procedimento disciplinare a suo carico. Tale procedimento, nel caso in cui si dovessero riscontrare tali profili di responsabilità in capo al legale, potrebbe comportare la sanzione della sospensione dall’esercizio dell’attività sino a 3 anni. In tale sede, peraltro, sarebbe sufficiente verificare l’avvenuta difesa in giudizio di un coniuge (dopo aver in passato assistito la coppia), senza che sia necessario alcun profilo di colpa o dolo in capo all’avvocato.

Residua, infine, per il coniuge (quello difeso congiuntamente in sede di separazione) la possibilità di agire civilmente contro l’avvocato che abbia difeso l’altro coniuge successivamente, se tale modo di agire gli abbia cagionato dei danni. Occorrerà, però, in tal caso, dimostrare tali danni, oltre che l’elemento soggettivo in capo all’avvocato e, cioè, la colpa o il dolo. Requisiti che, si ribadisce, non vengono accertati in sede disciplinare.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Claudio Di Giacinto

note

[1] Art. 68 cod. deontologico forense.


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