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Che fare se mi hanno ritirato la patente all’estero?

9 febbraio 2017


Che fare se mi hanno ritirato la patente all’estero?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 febbraio 2017



Sono stato fermato in Francia per eccesso di velocità. Mi hanno ritirato la patente; posso circolare sul territorio italiano? La patente mi verrà restituita fra 30 giorni.

La regola generale circa il principio di territorialità delle licenze di guida stabilisce che ogni Nazione è libera di stabilire le proprie modalità di rilascio e rinnovo della patente, imponendo sia ai cittadini residenti che ai turisti o ai viaggiatori di passaggio l’obbligo di rispettare le norme del codice della strada di riferimento.

Se viene commessa all’estero un’infrazione che comporta la sospensione della patente, tale Paese ha facoltà di trattenerla per il periodo della sospensione oppure fino a quando il conducente non lascia il Paese o in alternativa avvisare il Paese che ha rilasciato la licenza di guida.

La convenzione di Vienna del 1968, all’art. 42, che riguarda il caso che ci occupa, ossia la sospensione della validità delle patenti di guida, stabilisce che le parti contraenti o le loro parti costitutive possono ritirare ad un conducente che commetta sul loro territorio un’infrazione che comporti il ritiro della patente di guida in virtù della loro legislazione, il diritto di usare sul loro territorio la patente di guida, nazionale o internazionale, di cui è titolare. In simile caso, l’autorità competente della parte contraente o della parte sostitutiva che ha ritirato il diritto di usare la patente potrà:

  1. a) farsi consegnare la patente e conservarla fino alla scadenza del periodo durante il quale è ritirato il diritto di usare la patente o finché il conducente lasci il suo territorio, se tale partenza ha luogo prima della scadenza di tale periodo;
  2. b) avvisare del ritiro del diritto di usare la patente l’autorità che ha rilasciato o a nome della quale è stata rilasciata la patente;
  3. c) se si tratta di una patente internazionale, apporre sull’apposito spazio la menzione che la patente non è più valida nel suo territorio;
  4. d) nel caso in cui essa non abbia applicato la procedura prevista al comma a) del presente paragrafo, completare la comunicazione menzionata al comma b) chiedendo all’autorità che ha rilasciato la patente o a nome della quale è stata rilasciata la patente di avvisare l’interessato della decisione presa nei suoi confronti.

Nulla nella presente Convenzione dovrà essere interpretato come un’interdizione alle parti contraenti o ad una delle loro parti costitutive di impedire ad un conducente titolare di una patente di guida, nazionale o internazionale, di guidare se è evidente o provato che il suo stato non gli consente di guidare con sicurezza o se il diritto di guidare gli è stato ritirato nello Stato in cui ha la sua residenza abituale.

Quanto detto viene confermato anche dalla recente giurisprudenza. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea [1], intervenendo in tema di sospensione della patente di guida, ha stabilito che uno Stato membro è legittimato a sospendere all’interno del proprio territorio la patente di un cittadino di un altro paese europeo se l’automobilista ha commesso una infrazione tale da essere ritenuto, sempre per le leggi del paese ospitante, non idoneo alla guida.  In altre parole, l’automobilista comunitario che commette gravi infrazioni all’estero può subire, a seguito di un controllo di polizia, la sospensione della patente di guida, vedendosi rifiutare pertanto il diritto di circolare su quel dato territorio, pur mantenendo la titolarità della patente europea che gli permette di continuare a guidare altrove senza problemi.

Da quanto sopra evidenziato, dunque, è possibile affermare che la sospensione della patente di guida effettuata in Francia non comporterà un’inibizione alla circolazione anche in Italia. Spetterà dunque alla Francia disciplinare le modalità per riammettere, eventualmente, il conducente alla guida sul suo territorio, tale inibizione non può essere a tempo indefinito ma può durare al massimo cinque anni.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Rossella Blaiotta 

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