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Pignoramenti nulli dopo un anno dalla notifica della cartella


Pignoramenti nulli dopo un anno dalla notifica della cartella

> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 gennaio 2017



L’Agente della riscossione deve iniziare il pignoramento entro massimo un anno dalla notifica della cartella di pagamento, a pena di nullità dell’esecuzione forzata.

Se hai ricevuto una cartella di pagamento da Equitalia o, dal 1° luglio 2017, dall’Agenzia delle Entrate-Riscossione e ti stai chiedendo quali saranno le successive mosse dell’Esattore, di certo non possiamo anticiparti cosa succederà con esattezza, ma possiamo quantomeno tracciare il termine entro cui potrebbe avvenire un pignoramento: non prima di 60 giorni dalla notifica della cartella, ma non oltre un anno. Questo perché la legge [1] stabilisce che l’Agente della Riscossione deve iniziare il pignoramento entro un anno dalla notifica della cartella o dell’accertamento esecutivo; decorso tale termine, non è più possibile avviare la procedura di esecuzione forzata, a meno che non venga notificato un nuovo atto che, in questo caso, si chiama, intimazione di pagamento. Si tratta di un atto contenente l’intimazione ad adempiere all’obbligo di pagamento entro 5 giorni (non più 60 giorni come per la cartella di pagamento). L’intimazione di pagamento scade dopo 180 giorni (nella metà del tempo, quindi, rispetto alla cartella di pagamento che, come abbiamo appena detto, scade dopo un anno).

Sintetizzando, decorso un anno a partire dalla consegna della cartella (o, se il contribuente non l’ha ritirata, a partire dall’11° giorno successivo all’avviso di deposito presso la Casa comunale), l’Esattore che voglia passare alle “maniere forti” e procedere al pignoramento, deve notificare al contribuente l’intimazione di pagamento. Lo stesso avviso perde di efficacia se l’Agente della Riscossione non procede al pignoramento entro 180 giorni dalla sua notifica. In questa circostanza, per poter nuovamente iniziare l’esecuzione forzata, si dovrà notificare un altro avviso e così via.

In ogni caso, l’AdR deve iniziare l’esecuzione entro il termine di prescrizione ordinario che, secondo l’orientamento espresso di recente dalle Sezioni Unite della Cassazione, varia a seconda del tipo di tributo di cui si chiede il pagamento, ossia:

  • 10 anni per Iva, Irpef, Irpeg, canone Rai, contributi camera commercio;
  • 5 anni per Imu, Tasi, Tosap, Tari, multe stradali, contributi Inps e Inail;
  • 3 anni per bollo auto.

Una volta eseguito, il pignoramento perde efficacia quando dalla sua esecuzione sono trascorsi 200 giorni senza che sia stato effettuato il primo incanto per la vendita del bene all’asta (se il debitore ha fatto richiesta di sospensione della riscossione, il termine è sospeso dalla domanda fino alla comunicazione della decisione).

Che succede dopo la notifica della cartella di pagamento

Se il contribuente non paga entro 60 giorni dalla notifica della cartella, scattano gli interessi di mora. In particolare gli interessi decorrono a partire dalla data della notifica e fino a quella del pagamento. Il tasso degli interessi varia di anno in anno a seconda di quanto determinato annualmente con decreto. Dal 15 maggio 2016 gli interessi di mora sono del 4,13%. Inoltre, per i debiti affidati in carico all’Agente della riscossione fino al 31 dicembre 2015, va pagato anche l’aggio della riscossione dell’8% delle somme; per i debiti affidati oltre tale data, l’aggio è stato sostituito dai cosiddetti «oneri di riscossione» che ammontano al 6% delle somme.

Il fisco, dopo i 60 giorni dalla notifica della cartella, può procedere subito con il pignoramento; solamente nel caso in cui non sia intrapresa l’esecuzione forzata entro un anno dalla notifica della cartella di pagamento, per poterla avviare è necessario notificare prima l’intimazione di pagamento di cui abbiamo appena parlato.

Nel caso di mancato pagamento di cartella di importo iscritto a ruolo superiore a € 1.500 per tributi erariali e relativi accessori, per il contribuente scatta il divieto di compensazione fra imposte diverse.

Come impugnare l’intimazione di pagamento del fisco

L’intimazione di pagamento, notificata dal fisco decorso più di un anno dalla cartella di pagamento, è nulla se, insieme ad essa, non vengono allegate le cartelle esattoriali richiamate nel provvedimento impugnato dal contribuente. Lo ha precisato, di recente, la Commissione tributaria provinciale di Bologna [2]. In tal caso si parla di nullità per carenza di motivazione.

Lo Statuto del contribuente [3] stabilisce che gli atti del fisco devono avere i requisiti della «chiarezza e motivazione», il che implica che sul titolo esecutivo debba essere riportata la motivazione della pretesa tributaria. Inoltre, i medesimi atti devono contenere l’indicazione dei «presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione» della p.a., pertanto «se nella motivazione si fa riferimento ad un altro atto, questo deve essere allegato all’atto che lo richiama». Per tale ragione, Equitalia o, dal 1° luglio 2017, l’Agenzia delle Entrate-Riscossione deve precisare «le causali del recupero», incluso «il procedimento attraverso il quale il concessionario è giunto alla quantificazione del credito»; in mancanza, vi è assenza di motivazione che è causa di nullità dell’atto impugnato.

note

[1] Art. 50 dPR n. 602/1973.

[2] Ctp Bologna, sent. n. 1339/5/16.

[3] Art. 7, legge n. 212/2000, Statuto del contribuente.

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