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Quando il rumore del vicino di casa si considera intollerabile

19 gennaio 2017


Quando il rumore del vicino di casa si considera intollerabile

> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 gennaio 2017



Condominio, rumori sopra la normale tollerabilità: il rispetto di leggi e regolamenti non esclude che il rumore sia illecito da un punto di vista civilistico ai fini del risarcimento del danno al vicino di casa.

Immaginiamo che il nostro vicino di casa produca rumori continui e molesti durante tutto l’arco della giornata, rumori che ci provocano così tanto disturbo da impedirci di riposare la sera e di lavorare durante la giornata. Di fronte alle nostre contestazioni, il proprietario dell’appartamento, confinante con il nostro, si trincera sostenendo che egli rispetta i limiti previsti dalla legge e, in particolare, da un decreto del 1991 in tema, appunto, di soglie di rumore [1]. Gli facciamo presente che, al di là di quello che prevede la legge – saranno le pareti troppo sottili degli appartamenti o il fatto che la nostra camera da letto e lo studiolo confinano proprio con le camere da cui proviene il trambusto – per noi è impossibile isolarci e il rumore ci disturba in continuazione.

Secondo voi chi ha ragione? Noi che cerchiamo di avere pace e tranquillità, oppure il vicino che si è formalmente messo in regola con i limiti di rumore previsti dall’ordinamento?

La soluzione è stata data ieri dalla Cassazione [2].

Secondo la Corte, una cosa è il rispetto della disciplina amministrativa in tema di soglie dei rumori, un’altra la previsione del codice civile secondo cui i rumori – specie quelli in un condominio – non devono risultare intollerabili. Si tratta di due normative autonome e differenti, che richiamano due distinti settori del diritto: i rapporti con la pubblica amministrazione da un lato (per evitare l’inquinamento acustico) e i rapporti privati dall’altro (per evitare di danneggiare il vicino di casa). Dunque, il rispetto del decreto del 1991 non significa che i rumori siano leciti anche da un punto di vista civilistico e, in caso di intollerabilità degli stessi, può scattare il risarcimento del danno.

Il codice civile [3] stabilisce che le immissioni di rumore non possono superare la normale tollerabilità, soglia che viene determinata dal giudice caso per caso, tenendo conto di una serie di variabili come:

  • il rumore di fondo del luogo ove si trovano gli appartamenti interessati: in una zona urbana è più difficile sentire il rumore di un vicino rispetto a una residenziale o campagnola;
  • l’orario in cui il rumore viene prodotto;
  • la natura del rumore e la ripetizione dello stesso;
  • la necessità del rumore: alle attività commerciali e industriali si consente “qualcosa in più” per non bloccare la produzione della nazione che, altrimenti, ne verrebbe pregiudicata totalmente.

Come stabilire se un rumore è intollerabile

Secondo la Corte di Cassazione «il superamento dei livelli massimi di tollerabilità determinati da leggi e regolamenti integrano senz’altro gli estremi di un illecito anche se l’eventuale non superamento non può considerarsi senz’altro lecito» in quanto la valutazione della loro tollerabilità deve essere effettuata alla stregua dei principi stabiliti dal codice civile.

Se le emissioni acustiche superano la soglia prevista dal decreto del 1991 a tutela degli interessi collettivi, con pregiudizio per la quiete pubblica, a maggior ragione le stesse devono considerarsi intollerabili per il codice civile con riferimento alla posizione del vicino, più esposto alla loro portata lesiva proprio per la posizione di vicinanza rispetto alla fonte.

Viceversa, se i rumori rientrano nella soglia prevista dal decreto, non è detto che siano necessariamente tollerabili per il codice civile, valutazione che andrà fatta in base alle circostanze del caso, secondo quanto appena detto.

Per valutare il superamento della soglia di tollerabilità prevista dal codice civile, il giudice potrà nominare un perito fonografico oppure basarsi sulle testimonianze dei vicini che abbiano sentito i rumori, verificando se anche per questi ultimi si possa configurare una intollerabilità dell’immissione rumorosa. La Cassazione, in questi giorni, ha escluso la possibilità di chiedere il risarcimento del danno per rumori dovuti a lavori di ristrutturazione se gli altri condomini non si lamentano. Sulla base di tale assunto ha ritenuto non convincenti le dichiarazioni dei testimoni portate dal soggetto danneggiato. La conferma del chiasso da parte dei più stretti confinanti con l’appartamento oggetto delle molestie è sicuramente un aspetto chiave per poter ritenere “intollerabili” i rumori e pretendere il risarcimento del danno.

Odori fastidiosi e fumi nocivi

Lo stesso discorso vale anche per l’emissione dei fumi e di altre sostanze nocive. Secondo la Cassazione [5], il rappresentante legale di una azienda che emette fumi al di sotto dei limiti di legge, può comunque essere condannato, per il reato di “getto pericoloso di cose”, se i gas producono un odore fastidioso che mina il benessere di chi abita nelle vicinanze. Per la Suprema corte, anche se l’impianto è munito di autorizzazione, «in caso di produzione di “molestie olfattive” il reato di getto pericoloso di cose è, comunque, configurabile, non esistendo una normativa statale che preveda disposizioni specifiche e valori limite in materia di odori».

note

[1] DPCM del 1.03.1991.

[2] Cass. ord. n. 1069/2017 del 18.01.2017.

[3] Art. 844 cod. civ.

[4] Cass. sent. n. 1363/2017.

[5] Cass. sent. n. 2240/2017.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 2, 14 ottobre 2016 – 18 gennaio 2017, n. 1069
Presidente Manna – Relatore Scalisi

Fatto e diritto

Rilevato che il Consigliere designato, dott. A. Scalisi, ha depositato ai sensi dell’art. 380 bis cd. proc. civ., la seguente proposta di definizione del giudizio:
La sig.ra E. , con atto di appello lamentava che il Giudice di Pace con sentenza n. 248 del 2006 avesse erroneamente rigettato la domanda ex art. 844 cod. civ. senza valutare correttamente le risultane istruttorie e, in particolare, la CTU.
Si costituivano in appello F.A. e R.A.M.T. , chiedendo il rigetto del gravame e la condanna dell’appellante al pagamento del doppio grado del giudizio. Interrotto il giudizio per il decesso di F.A. veniva riassunto nei confronti dell’erede F.M. , che pure si costituiva in giudizio.
Il Tribunale con sentenza n. 172 del 2015 rigettava l’appello e confermava integralmente la sentenza di primo grado. Secondo il Tribunale, andava confermata la valutazione del Giudice di Pace secondo il quale i rumori provenienti dall’appartamento sovrastante a quello dell’appellante non superavano la normale tollerabilità.
Considerato che:
1.- Con l’unico motivo E.A. denuncia la violazione e falsa applicazione di norme di diritto, segnatamente dell’art. 844 cod. civ. Violazione e falsa applicazione del combinato disposto fra gli artt. 844 e le leggi in materia di inquinamento acustico, legge 447/1995, DPCM 1 marzo 1991 art. 2, DPCM 14 novembre 1997 artt. 2, 3, 4 Legge Regione Puglia 12 febbraio 2002 n. 3 art. 3 (ex art. 360, 1 comma n. 3 cod. proc. civ.). Sostiene la ricorrente che, erroneamente, il Tribunale, ha ritenuto, condividendo la motivazione del Giudice di Pace, che i livelli di rumorosità riscontrati erano conformi a quelli previsti dal DPCM 1.marzo 1991, tenendo conto che sia i rumori diurni che quelli notturni erano largamente inferiori a quelli massimi previsti nella citata normativa rispettivamente pari a 60 db per il giorno e 50 db per la notte, perché non avrebbe valutato la condizione dei luoghi, la particolare tipologia dei rumori (rumori così come sono stati definiti “Sporchi e ripetitivi” come tale irritanti e sconvenienti disgustosi tali da compromettere la tranquilla vivibilità di un immobile), la particolarità che essi fossero percepibili dalla camera da letto della signora E. , sulla cui verticale insisteva il vano bagno dei sigg. F. -R. non adeguatamente coibentato. Il Tribunale avrebbe violato la norma di cui all’art. 844 cod. civ. dato che, il Giudice a quo, anziché compiere una specifica valutazione della fattispecie secondo i criteri dettati dalla norma, calandola nel concreto del caso in esame, si sarebbe limitato ad affermare il sostanziale rispetto dei valori limite della normativa anti-inquinamento.
E di più, il Tribunale di Taranto, avrebbe erroneamente ritenuto che si potesse prescindere dal superamento dei limiti legali sul semplice presupposto che il superamento di quel limite era modestissimo, non tenendo conto che secondo gli orientamenti giurisprudenziali il superamento dei limiti massimi di rumore stabiliti dalla legge integra, comunque, gli estremi di un illecito, dato che il superamento dei limiti massimi stabiliti dalla legge, altro non sono che i criteri minimali per ritenere intollerabile la rumorosità di che trattasi.
1.1.- Il motivo merita di essere accolto.
Va qui premesso che sussistono due livelli di tutela di fronte all’immissione rumorosa, da una parte il regime amministrativo deputato alla P.A. (disciplinato dalla Legge n. 447 del 1995, e dal D.P.C.M. del 1991 con successive modifiche ed integrazioni) e dall’altro vigono i principi civilistici che regolano i rapporti tra privati riconducibili nell’ambito del codice agli articoli 844 e 2043 c.c., dotati di fondamento costituzionale e comunitario.
Tuttavia, come ha avuto modo di affermare questa Corte in altra occasione (cfr. sent. n. 1151del 2003; n. 5697 del 2001), il superamento dei livelli massimi di tollerabilità determinati da leggi e regolamenti integrano senz’altro gli estremi di un illecito anche se l’eventuale non superamento non può considerarsi senz’altro lecito, dovendo il giudizio sulla loro tollerabilità essere effettuato alla stregua dei principi stabiliti dall’art. 844 cod. civ..
Tale principio, nella sua prima parte, si basa sull’evidente considerazione che, se le emissioni acustiche superano, la soglia di accettabilità prevista dalla normativa speciale a tutela di interessi della collettività, così pregiudicando la quiete pubblica, a maggior ragione le stesse, ove si risolvano in immissioni nell’ambito della proprietà del vicino, ancor più esposto degli altri, in ragione della vicinanza, ai loro effetti dannosi, devono per ciò solo considerarsi intollerabili, ai sensi dell’art. 844 c.c. e, pertanto, illecite anche sotto il profilo civilistico. Tanto non è stato considerato dal giudice di merito, che, pur avendo rilevato che il livello di rumorosità, di cui si dice, in alcuni spazi temporali (ore notturne, a finestre aperte e con uso dello scarico del WC), superava il valore previsto dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 1 Marzo 1991, quale livello massimo, tuttavia, ha ritenuto che quell’inquinamento acustico fosse “modestissimo” e non superasse la normale tollerabilità.
Per questi motivi, si propone l’accoglimento del ricorso. Il Consigliere relatore”.
Tale relazione veniva comunicata al difensore della ricorrente.
Il Collegio, condivide argomenti e proposte contenute nella relazione ex art. 380 bis cpc., alla quale non sono stati mossi rilievi critici.
In definitiva, il ricorso va accolto, la sentenza impugnata va cassata e la causa va rinviata al Tribunale di Taranto in persona di altro magistrato, anche per il regolamento delle spese relative al presente giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa al Tribunale di Taranto nella persona di altro magistrato, anche per il regolamento delle spese del presente giudizio di cassazione.

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