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Condanna per lite temeraria

10 febbraio 2017


Condanna per lite temeraria

> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 febbraio 2017



Sono stato condannato per lite temeraria, pur essendo stato avvertito dall’avvocato circa il fatto che l’esito del processo poteva essere proprio questo. Cosa posso fare?

L’articolo 27 del Codice Deontologico Forense stabilisce che il difensore deve informare chiaramente la parte assistita, all’atto dell’assunzione dell’incarico, delle caratteristiche e dell’importanza di quest’ultimo e delle attività da espletare, precisando le iniziative e le ipotesi di soluzione. In altre parole, il Codice Deontologico Forense prevede che il rapporto tra avvocato e cliente, che si qualifica come un rapporto di natura contrattuale, deve basarsi sulla massima trasparenza: il difensore, infatti, deve spiegare in modo chiaro ed esaustivo al cliente quale sia la fondatezza della causa e quali siano le possibilità di buon esito di un’eventuale azione legale.

Nel corso del processo, poi, il difensore deve informare costantemente il cliente degli sviluppi processuali e delle strategie che intende attuare al fine di rendere edotto il proprio assistito ed operare con il consenso consapevole di questi.

Qualora il difensore non si attenga ai principi appena enunciati, cagionando un danno al cliente, andrà incontro a responsabilità professionale potendo essere condannato al risarcimento del danno nei confronti del proprio assistito.

In tema di responsabilità dell’avvocato per il danno cagionato al proprio cliente e di prova della condotta non conforme a diligenza professionale, la Corte di Cassazione in una recente sentenza ha affermato che la responsabilità dell’avvocato non può affermarsi per il solo fatto del suo non corretto adempimento dell’attività professionale, occorrendo verificare se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo, se un danno vi sia stato effettivamente e, infine, se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il suo assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando, altrimenti, la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva (anche per violazione del dovere di informazione), ed il risultato derivatone. La Suprema Corte ha, quindi, chiarito quali sono i presupposti in presenza dei quali il difensore può essere condannato a risarcire il danno al proprio cliente e cioè:

– la condotta negligente del difensore;

– il danno cagionato;

– il nesso di causalità tra la condotta ed il danno. Il terzo requisito deve essere inteso nel senso che è indispensabile che il pregiudizio lamentato sia direttamente riconducibile alla condotta del difensore dimostrando che, qualora quest’ultimo avesse tenuto un comportamento differente, il danno non si sarebbe prodotto. Di conseguenza, qualora non si riesca a fornire una simile prova ma, al contrario, si accerti che l’esito della causa non sarebbe stato diverso, il difensore non andrà incontro a responsabilità neppure qualora abbia tenuto una condotta negligente (ad esempio abbia omesso di depositare la lista testimoniale) o abbia agito con imperizia (cioè senza la dovuta esperienza e competenza).

L’orientamento giurisprudenziale prevalente ritiene, inoltre, che i doveri d’informazione gravanti sul difensore siano dei veri e propri obblighi che impongono a quest’ultimo di studiare la causa e poi consigliare il cliente per il meglio. Qualora il difensore ritenga che la causa sia infondata e che non vi siano margini di vittoria, dovrà non solo informare il cliente ma consigliarlo a desistere dal suo intento.

Naturalmente l’avvocato non può imporre la propria volontà all’assistito ma ha l’obbligo di renderlo pienamente edotto sui rischi a cui andrà incontro e sulle conseguenze che subirà qualora volesse in ogni caso procedere.

Proprio al fine di evitare futuri problemi, una buona regola di comportamento è quella di far sottoscrivere al cliente una liberatoria cioè un documento in cui il cliente afferma di essere stato informato dell’infondatezza della causa e delle conseguenze a cui potrebbe andare incontro liberando il difensore che lo assiste giudizialmente da qualsivoglia responsabilità.

In mancanza degli elementi suindicati il cliente che abbia subito un pregiudizio dalla condotta del proprio avvocato potrà, in primo luogo, presentare una denuncia presso il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati del foro di appartenenza del difensore. Il Consiglio avvierà un procedimento disciplinare che, qualora dovesse accertare la responsabilità del professionista, potrà concludersi con l’applicazione di una sanzione disciplinare. Le sanzioni disciplinari previste sono, in ordine di gravità, le seguenti:

– l’avvertimento;

– la censura;

– la sospensione dall’esercizio della professione;

– la radiazione dall’albo (per le violazioni più gravi).

Un’altra via percorribile è quella di agire in giudizio per ottenere il riconoscimento della responsabilità professionale del difensore e la conseguente condanna al risarcimento del danno. In questa ipotesi, si dovrà avviare un ordinario giudizio innanzi al tribunale e fornire la prova sia del danno subito sia della diretta riconducibilità del pregiudizio alla condotta dell’avvocato dimostrando che un diverso comportamento processuale avrebbe portato ad un esito diverso e vittorioso.

Si ricorda, infine, che la condotta negligente del difensore può dar luogo anche a responsabilità penale integrando il reato di patrocinio infedele che dovrà essere accertato in sede penale.

Nel nostro caso, il lettore lamenta di essere stato mal consigliato e di aver intentato una lite temeraria con conseguente condanna da parte dell’autorità competente.

Solo per inciso, è bene precisare che, affinché si possa parlare di lite temeraria, è necessario che nel corso del giudizio si accerti che la parte soccombente ha agito o resistito con mala fede o con colpa grave avviando così una causa che questi sapeva essere infondata. Al fine di ottenere il risarcimento del pregiudizio economico subito, il lettore potrà esercitare un’azione giudiziaria al fine di vedere riconosciute le sue pretese. È bene, però, sottolineare che, in sede processuale, dovrà dimostrare di aver subito un pregiudizio a causa dei consigli sbagliati del suo avvocato e che, se fosse stato correttamente informato, non avrebbe intentato la causa conclusasi con esito disastroso. A sua volta, il difensore dovrà dimostrare di aver agito con diligenza ed onestà e di avergli fornito tutte le informazioni necessarie cercando (in questo caso) di dissuaderlo dall’avviare il giudizio.

Tuttavia, la scelta di agire in giudizio al fine di ottenere una condanna per responsabilità professionale deve essere oggetto di una valutazione attenta e ben ponderata: infatti, qualora l’attore non riesca a fornire le prove della condotta negligente del proprio avvocato rischia di venire condannato per lite temeraria e danno all’immagine se l’azione è dichiarata infondata.

Altra possibilità è quella di presentare una denuncia al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati allo scopo di far accertare la responsabilità del professionista: questa soluzione, tuttavia, non consente di ottenere il risarcimento del danno ma solo di vedere eventualmente applicata una sanzione disciplinare.

In conclusione, il consiglio che si può dare è di rivolgersi ad un avvocato che possa valutare con attenzione se vi sono i presupposti per dimostrare la condotta negligente del precedente difensore mediante un’attenta analisi delle prove e dei documenti in possesso del lettore al fine di impedire l’esercizio di un’azione giudiziaria infondata.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Giovanna Pangallo

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