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Rumori in condominio: il danno va dimostrato?

20 gennaio 2017


Rumori in condominio: il danno va dimostrato?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 20 gennaio 2017



Il risarcimento del danno scatta in automatico dopo la dimostrazione dell’esistenza dei rumori oppure è necessario fornire un ulteriore elemento di prova?

Quando un vicino di casa fa rumore e, contro di lui, viene intrapreso un giudizio in tribunale volto a ottenere il risarcimento, il soggetto molestato è tenuto a dimostrare di aver subito un danno o gli basta semplicemente provare l’intollerabilità del rumore stesso? A chiederselo è nuovamente la Cassazione che, con una recente sentenza [1], torna all’orientamento più rigoroso sposato in passato: è necessaria la prova concreta del danno provocato dalle immissioni sonore perché possa essere concesso un risarcimento al presunto danneggiato. Ma procediamo con ordine.

Onere della prova per i danni da rumore

Il centro della questione è il cosiddetto «onere della prova» che, per regola generale, spetta a chiunque intraprende una causa contro un’altra persona e che implica l’obbligo, per il primo, di dimostrare il diritto fatto valere in giudizio. Chi afferma di aver subito una lesione deve dimostrare non solo il fatto da cui è scaturita tale lesione, ma anche la lesione stessa e il suo ammontare. Riportando questo concetto in ambito di rumori in condominio, chi lamenta di non aver potuto riposare, a causa del fracasso proveniente dall’appartamento del piano di sopra, non solo deve dimostrare l’esistenza del fracasso stesso, ma anche il disturbo che ne ha subìto, sia in termini di compromissione delle proprie attività quotidiane (come il sonno notturno), sia in termini di riduzione della qualità della vita o di danno alla salute.

Senonché, di recente, la Cassazione aveva stabilito che, in tale delicata materia, il danno morale «si presume sempre esistente». Al danneggiato basterebbe solo dimostrare l’intollerabilità dei rumori e nient’altro poiché è dal rumore stesso che scaturisce, come naturale e diretta conseguenza, uno stress psichico e, in definitiva, una compromissione dello stile di vita e del riposo. Per usare una terminologia giuridica, il «danno è in re ipsa» ossia è insito nel fatto stesso delle molestie. E, pertanto, il risarcimento è automatico, senza bisogno di dimostrare il pregiudizio subìto.

A questo orientamento se ne contrappone un altro più rigoroso che, di recente, sembra aver fatto nuovamente capolino nelle aule della Cassazione. Con due pronunce di questi giorni, infatti, la Suprema Corte [2] ha dimostrato di non accontentarsi più della semplice prova del «rumore oltre la normale tollerabilità», così come prescrive il codice civile [3], ma ha richiesto anche l’ulteriore prova del danno patito dal proprietario dell’appartamento molestato. Sarebbe quindi ulteriormente necessaria la prova concreta del danno provocato dalle immissioni sonore perché possa essere concesso un risarcimento al presunto danneggiato. Un onere, certamente, non sempre agevole da fornire: bisognerà dare dimostrazione, ad esempio, dell’orario in cui è stato avvertito il chiasso e dell’incapacità della vittima di riposare, lavorare o svolgere altre attività. Eventualmente, nel caso di soggetti anziani o cardiopatici, bisognerà fornire i certificati medici.

È ben possibile non essere, però, in grado di quantificare con esattezza l’importo del danno e, in tal caso, supplirà la norma che consente al giudice di liquidare il risarcimento «in via equitativa», ossia secondo quanto appare giusto al magistrato.

note

[1] Cass. sent. n. 1363/2017.

[2] Cfr. anche Cass. sent. n. 661/2017.

[3] Art. 844 cod. civ.

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