Professionisti La responsabilità dell’albergo per i danni al suo interno

Professionisti Pubblicato il 20 gennaio 2017

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Quali sono le ipotesi più frequenti di responsabilità ex art. 2051 c.c. della struttura alberghiera?

Va premesso che, secondo il prevalente orientamento di legittimità, la responsabilità prevista dall’art. 2051 c.c. per i danni cagionati da cose in custodia ha carattere oggettivo ed, ai fini della sua configurabilità, è sufficiente che sussista il nesso causale tra la cosa in custodia e l’evento dannoso, indipendentemente dalla pericolosità attuale o potenziale della cosa stessa (e, perciò, anche per le cose inerti) e senza che rilevi al riguardo la condotta del custode e l’osservanza o meno di un obbligo di vigilanza. La responsabilità del custode, in base alla suddetta norma, è esclusa in tutti i casi in cui l’evento sia imputabile ad un caso fortuito riconducibile al profilo causale dell’evento stesso e, perciò, quando si sia in presenza di un fattore esterno che, interferendo nella situazione in atto, abbia di per sé prodotto l’evento, assumendo il carattere del c.d. fortuito autonomo, ovvero quando si versi nei casi in cui la cosa sia stata resa fattore eziologico dell’evento dannoso da un elemento o fatto estraneo del tutto eccezionale (c.d. fortuito incidentale), e per ciò stesso imprevedibile, ancorché dipendente dalla condotta colpevole di un terzo o della stessa vittima.

Conforme: Cass., 9 novembre 2005, n. 21684

«La fattispecie di cui all’art. 2051 cod. civ. individua un’ipotesi di responsabilità oggettiva, essendo sufficiente per l’applicazione della stessa la sussistenza del rapporto di custodia tra il responsabile e la cosa che ha dato luogo all’evento lesivo, senza che assuma rilievo in sè la violazione dell’obbligo di custodire la cosa da parte del custode, la cui responsabilità è esclusa solo dal caso fortuito. Detto fattore attiene non ad un comportamento del responsabile, ma al profilo causale dell’evento, riconducibile non alla cosa che ne è fonte immediata, ma ad un elemento esterno, recante i caratteri dell’imprevedibilità e dell’inevitabilità. Ne consegue l’inversione dell’onere della prova in ordine al nesso causale, incombendo sull’attore la prova del nesso eziologico tra la cosa e l’evento lesivo e sul convenuto la prova del caso fortuito. (Nella specie, la S.C., rigettando il ricorso proposto ed enunciando i riportati principi, ha confermato la sentenza di appello con la quale era stata accolta la domanda di risarcimento danni proposta da una cliente di un albergo nei confronti del legale rappresentante della società titolare dell’hotel, in relazione al disposto dell’art. 2051 cod. civ., sulla scorta della rilevata sussistenza del nesso eziologico tra la cosa in custodia e l’evento, sufficiente a far scattare la presunzione di colpa in capo al custode emergente dal fatto, incontestato, che la cliente era caduta inciampando in una soglia posta sulla sommità di una delle scale dell’albergo, risultata lievemente rialzata rispetto al livello, di colore uniforme, della restante superficie, spettando alla convenuta società alberghiera provare — come, invece, non era avvenuto nel caso «de quo» — che l’evento si era verificato per la condotta dell’attrice, idonea ad integrare il caso fortuito)».

Ciò premesso, mette conto evidenziare che la Suprema Corte (Cass. 28 novembre 2007, n. 24739) in relazione  alla  caduta  di  un  cliente  nella  vasca  da  bagno  della  camera ha ritenuto rilevante il fatto che la stessa fosse stata destinata anche a doccia con l’installazione in alto ed in forma fissa del diffusore doccia, senza che fosse munita di alcun presidio di sostegno, quale una maniglia posta ad altezza adeguata e/o un tappetino antiscivolo. L’evento dannoso è stato ritenuto come fatto reso possibile, e così causato dalla predisposizione della vasca da bagno ad essere impiegata anche come vano doccia, senza, tuttavia, essere stata dotata degli indispensabili presidi antiscivolo e di sostegno.

Inoltre l’art. 2051 c.c. ha trovato applicazione nell’ipotesi di distacco dal muro e caduta  al  suolo  del  lavabo  del  bagno  di una pensione tale da provocare lesioni personali al cliente (Trib. Napoli, 7 marzo 1998). È stato al riguardo osservato che l’accertamento del nesso causale deve essere compiuto con le regole del diritto: e dunque alla luce dei princìpi consacrati dagli artt. 40 e 41 c.p., i quali pongono una regola (quella dell’equivalenza causale temperata) pervasiva dell’intero ordinamento (Cass., 10 maggio 2000, n. 5962), applicabile anche in tema di illecito civile od inadempimento contrattuale (rispetto ai quali la norma di cui all’art. 1223 c.c., per contro, disciplina un ben diverso nesso causale, e cioè quello tra evento lesivo e conseguenze dannose: Cass. 21 dicembre 2001, n. 16163). Nell’interpretare queste regole, la giurisprudenza di legittimità ha ripetutamente affermato che un valido nesso causale tra una condotta ed un evento di danno può ritenersi sussistente allorché ricorrano due condizioni:

  • che la condotta abbia costituito un antecedente necessario dell’evento, nel senso che questo rientri tra le conseguenze «normali» del fatto (con l’avvertenza che il concetto di «normalità» non coincide con quello di «frequenza»);
  • che l’antecedente medesimo non sia poi neutralizzato, sul piano eziologico, dalla sopravvenienza di un fatto di per sé idoneo a determinare l’evento (ex multis, Cass., 15 febbraio 2003, n. 2312; Cass., 22 ottobre 2003, n. 15789). Nel caso di specie, tali criteri risultano soddisfatti, in quanto senza la caduta del lavabo non si sarebbe innescato alcun fattore causale idoneo a provocare la caduta (agitazione, allarme, bagnamento del pavimento). Il nesso causale tra la caduta del lavabo e il danno va provato da parte attrice, rimanendo onere del convenuto l’eventuale concorso di colpa del creditore-danneggiato, ex art. 1227 c.c., mercé un uso improprio del lavabo. Ovviamente dal solo fatto noto che il lavabo si sia staccato dal muro non può risalirsi, ex art. 2727 c.c., al fatto ignorato che il distacco vada ascritto ad un uso improprio di quell’accessorio, perché tale indizio non è univoco.

Del pari è stata affermata la responsabilità da cose in custodia dell’albergatore per i danni occorsi ad un cliente caduto  per  le  scale  a  causa  dello  spegnimento  improvviso  del   sistema   di   illuminazione.

Si tratta di un caso esaminato dalla giurisprudenza di merito (Trib. Bari, 10 dicembre 1999) che ha condannato l’albergatore a risarcire i danni subiti da un suo cliente a causa di una rovinosa caduta per le scale dell’albergo. Secondo la ricostruzione effettuata dal giudice, l’evento dannoso era stato provocato dallo spegnimento improvviso del sistema di illuminazione, regolato da un temporizzatore tarato su alcuni secondi. In corso di causa, peraltro, l’albergatore aveva modificato l’impianto di illuminazione, regolandolo su un tempo più lungo, ma questa modifica ha aggravato per così dire la sua posizione posto che il tribunale l’ha ritenuta quale ulteriore indice rivelatore della pericolosità dell’originario sistema di illuminazione. Inoltre, al momento dello spegnimento delle luci, le scale erano completamente prive di illuminazione, in quanto non dotate di un’apertura verso l’esterno. Ai fini del relativo giudizio di responsabilità, il tribunale ha chiarito che la cosa in custodia, nella specie le scale, doveva essere considerata nella sua globalità, avuto riguardo, dunque, oltre che ai singoli gradini, anche al sistema di illuminazione e alla mancanza di un corrimano anticaduta. D’altro canto è evidente che chi è ospitato in un albergo non ha l’onere di accertare preventivamente e di propria iniziativa i tempi di spegnimento del sistema di illuminazione prima di scendere o salire le scale. È infatti dato di comune esperienza che l’utente di una struttura adibita ad uso pubblico faccia ragionevole affidamento sulla sua sicurezza, mentre spetta al gestore l’obbligo di fornire le informazioni e di compiere ogni altro atto idoneo ad evitare qualsiasi evento dannoso.

Inoltre la Cassazione, partendo dalla considerazione che la responsabilità del custode, di natura oggettiva, ha avuto modo di affermare che la stessa non può escludersi per il solo fatto  che  la  vittima  abbia  usato  la  cosa  fonte  di  danno  volontariamente   ed   in   modo abnorme (ferma restando, in tal caso, la valutazione della sua condotta come concausa del danno, ai sensi dell’art. 1227, comma primo, cod. civ.), quando tale uso, benchè non conforme a quello ordinario,  è  reso  possibile  dalla  facile  accessibilità  alla  cosa medesima (Cass., 8 febbraio 2012, n. 1769 la quale ha cassato la sentenza di merito, che aveva escluso la responsabilità ex art. 2051 cod. civ., dell’albergatore per i danni patiti da una minorenne in gita scolastica, che, scavalcando il balcone della sua stanza ed avventuratasi su un solaio di copertura a pari livello non calpestabile per assumere stupefacenti, era caduta nel vuoto).

La responsabilità dell’albergatore per i danni causati ad un cliente dalle dotazioni di una camera della struttura ricettiva (così come da parti di uso comune) si inquadra nella responsabilità da custodia prevista dall’art. 2051 cod. civ., con la conseguenza che, ai fini della sua configurabilità, è sufficiente che il danneggiato fornisca la prova della sussistenza del nesso causale tra la cosa che ha provocato l’incidente e l’evento dannoso, indipendentemente dalla pericolosità attuale o potenziale degli oggetti e della condotta dell’albergatore, sul quale incombe, ai fini dell’esclusione di detta responsabilità, l’onere di provare il caso fortuito.


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