Donna e famiglia Quando è legale l’aborto?

Donna e famiglia Pubblicato il 15 febbraio 2017

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L’aborto è uno dei temi più controversi del panorama giuridico italiano. Come viene disciplinato? Quando è legale? Come procedere?

Il tema dell’aborto (o interruzione volontaria di gravidanza – Igv) è uno dei più controversi di sempre, al centro di polemiche e battaglie decennali che non sembrano fermarsi mai.

In questa breve guida esamineremo gli aspetti fondamentali della normativa, concentrandoci sulla domanda più frequente: l’aborto è legale?

 

Aborto: cos’è?

Per aborto si intende l’interruzione della gravidanza prima del suo termine fisiologico (nove mesi), cioè prima che l’embrione sia in grado di condurre una vita al di fuori dell’utero della madre.

Tale interruzione può avvenire sia spontaneamente sia volontariamente.

Aborto: tipologie

L’aborto si distingue in:

  • aborto spontaneo che si ha quando l’interruzione della gravidanza non dipende dalla volontà della gestante ma è accidentale ed incolpevole: ad esempio, molto frequente è l’aborto nei primi tre mesi di gravidanza per l’insorgere di complicazioni di varia natura;
  • aborto provocato che si ha quando l’interruzione della gravidanza viene indotta con tecniche mediche, per scopi terapeutici o motivazioni mediche o per volontà della gestante.

Per quanto riguarda quest’ultimo, è stato introdotto, tutelato e disciplinato dalla legge n. 194/1978 che individua due momenti in cui vi è la possibilità per la futura madre di interrompere la gravidanza:

  • nei primi 90 giorni la donna ha il diritto di abortire in base ad una sua libera decisione: la futura madre, infatti, se ritiene che la gravidanza stessa, il parto e la maternità possano comportare un serio pericolo per la sua salute fisica e psichica (anche tenendo conto del suo stato di salute, delle sue condizioni economiche, sociali o familiari o delle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, ad esempio a seguito di una violenza sessuale) si può rivolgere a un consultorio pubblico, alle strutture sanitarie o al medico di fiducia. Se tali condizioni vengono ritenute effettivamente esistenti, viene rilasciato alla donna un certificato che attesti l’urgenza e che la autorizza a interrompere la gravidanza in una delle sedi autorizzate. In caso contrario, alla gestante viene concesso un termine di sette giorni per riflettere, al termine dei quali può comunque decidere di abortire;
  • dopo i primi 90 giorni la donna può abortire solo in casi tassativamente indicati dalla legge, quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna o quando vi siano in corso delle malattie (anomalie o malformazioni del nascituro) che mettono in pericolo la salute fisica e psichica della futura madre. Le ragioni sociali o le condizioni economiche della donna non possono più giustificare l’interruzione della gravidanza.

Al di fuori di questi casi e di questi tempi, pertanto, l’aborto in Italia è considerato illegale. È evidente che la 194 non consente l’aborto in modo indiscriminato ma, come dice il titolo stesso della legge, «Tutela sociale della maternità», si ispira al rispetto di alcuni principi fondamentali:

  • il diritto alla procreazione cosciente e responsabile,
  • il riconoscimento del valore sociale della maternità,
  • la tutela della vita umana dal suo inizio,
  • la promozione e lo sviluppo da parte dello Stato, Regioni ed Enti locali, di iniziative tese a evitare che l’aborto venga usato come strumento di limitazione delle nascite.

 Aborto: quando è previsto per fini terapeutici?

In alcuni casi, l’aborto si rende necessario per fini terapeutici, quando il medico individua la presenza di patologie e potenziali malattie che possono colpire la madre o il feto: ad esempio, per la madre, gravi malattie cardiache, malattie renali croniche, tubercolosi polmonare, forme tumorali che colpiscono la mammella, Aids (potendosi questo virus trasmettere al figlio). Per quanto riguarda l’embrione, può essere, invece, affetto da sindrome di Down (che si individua con ecografia) o da anomalie che pregiudicano lo sviluppo dello stesso.

Aborto: cosa sono i consultori familiari?

I consultori familiari hanno un ruolo centrale nell’assistenza della donna in stato di gravidanza, dovendola informare circa i suoi diritti in base alla legislazione statale e regionale e sui servizi sociali, sanitari e assistenziali, assisterla e sostenerla nel superare le cause che la inducono a interrompere la gravidanza.

Aborto: come avviene?

La futura madre, dopo essersi rivolta al consultorio, ai servizi socio-assistenziali o al medico di fiducia, si presenta con il certificato che le è rilasciato e che attesta l’urgenza o con il documento in cui le si chiede di soprassedere sette giorni presso una delle sedi autorizzate a praticare l’aborto: ospedali pubblici specializzati, istituti ed enti che ne abbiano fatto richiesta.

Nei primi 90 giorni l’intervento può essere effettuato in case di cura autorizzate o presso poliambulatori: il limite di operazioni viene stabilito dal ministro della Sanità.

Il medico che esegue l’interruzione deve fornire alla donna le informazioni e le indicazioni sulla regolazione delle nascite e sulle tecniche dei procedimenti abortivi.

La donna può contare sul segreto: significa che è punito penalmente chi rivela l’identità o diffonda notizie che permettano di identificarla.

La legge prevede, inoltre, il diritto all’anonimato: significa che la donna ha il diritto di partorire in ospedale in forma anonima e di non riconoscere il bambino. In tal caso, il minore avrà come tutore legale il ginecologo o l’ostetrica che ha curato il parto e sarà avviato per l’adozione. Nei 10 giorni successivi al parto, la madre naturale può cambiare idea.

Aborto: cos’è l’obiezione di coscienza?

L’obiezione di  coscienza consiste nel rifiuto, da parte di medici di fiducia, medici generalisti, dipendenti, anestesisti, ostetriche, infermieri, di adempiere ad un obbligo di legge quale l’interruzione della gravidanza con apposita dichiarazione comunicata al medico provinciale, per ragioni etiche o morali. Essa, però, non opera se, in particolari circostanze di urgenza, l’intervento di interruzione della gravidanza è indispensabile e necessario per salvare la vita della donna.

Aborto: è possibile per minorenni o interdette?

Se la donna che intende abortire è minorenne, occorre il consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale o la tutela.

Può accedere che vi siano seri motivi che sconsiglino di consultare i soggetti esercenti la responsabilità genitoriale o la tutela: in casi del genere, il consultorio, il medico o i servizi socio-assistenziali redigono una relazione esprimendo un parere e la trasmettono al giudice tutelare (un magistrato che ha il compito di sovrintendere alle tutele), alle curatele e alle amministrazioni di sostegno. Il primo, dopo cinque giorni e sentita la donna, può autorizzarla, se vi sono validi motivi, a interrompere la gravidanza.

Se vi è urgenza e pericolo di vita per la madre il medico può effettuare l’intervento senza l’assenso degli esercenti la responsabilità genitoriale e senza l’autorizzazione del giudice tutelare, certificando la necessità.

Per le donne interdette (private, cioè, della capacità di agire perché in condizioni di abituale infermità di mente) la richiesta di interruzione può essere presentata dal tutore o dal marito e valutata dal giudice tutelare sulla base della relazione del medico.


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