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Campagne pubblicitarie su Google: aspetti fiscali


Campagne pubblicitarie su Google: aspetti fiscali

> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 febbraio 2017



Esiste un modo legale per fare campagne pubblicitarie saltuarie ed occasionali su Google senza aprire partita iva, dichiarando diversamente questi importi senza incorrere in sanzioni? 

Prima di rispondere al quesito posto è opportuno chiarire la differenza tra imposte dirette (tra cui l’Irpef che si dichiara con il modello 730 e si paga con il mod. 24) e indirette (tra cui l’Iva).

Nel primo caso (pagare l’Irpef e dichiarare i proventi pubblicitari Google) non ha la necessità di aprire una partita Iva, poiché può dichiarare i redditi derivanti da Google nel modello 730 in un apposito quadro.

Il problema, invece, riguarda le imposte indirette e nello specifico l’Iva per la quale è obbligato ad aprire una partita Iva ed effettuare una serie di adempimenti, anche – come avviene – nel caso in cui il soggetto che paga non versa l’Iva: Google, infatti, non paga al nostro lettore l’Iva ed egli è obbligato a registrare le fatture (cosiddetto in reverse charge) ed effettuare determinati adempimenti comunque complessi.

Purtroppo per il lettore, allo stato attuale non esiste un modo alternativo all’apertura di partita iva per la fatturazione nei confronti di Google, salvo che questi non consenta di lavorare come “privato”. Chiunque svolge attività pubblicitaria a favore di Google, anche saltuariamente, deve aprire obbligatoriamente una Partita Iva (poiché lo richiede Google) e svolgere tutta una serie di adempimenti fiscali in materia. Ciò poiché questa attività viene svolta in modo continuativo e gli incassi che la società invia al fornitore di servizio avvengono con regolarità mensile, per cui non sarebbe nemmeno possibile ricorrere alla cosiddetta prestazione occasionale, che è limitata a un periodo di 30 giorni all’anno e ad un incasso massimo di 5.000 euro annui.

Google svolgendo le sue attività dalla propria sede in Irlanda secondo la legge fiscale in materia di Iva viene considerato un soggetto comunitario. Così, secondo le direttive comunitarie e le leggi fiscali italiane in materia di Iva, i servizi pubblicitari forniti a Google sono soggetti al meccanismo d’inversione contabile (reverse charge). Significa che Google riceve la fattura in Irlanda senza indicazione dell’Iva non essendo tenuto a pagare l’Iva al proprio fornitore di servizi italiano che di conseguenza, né la incassa né è tenuto a versarla allo Stato italiano, ma viene assolta direttamente dalla società di Google in Irlanda.  È obbligatorio, per tutti i soggetti passivi Iva stabiliti nel territorio nazionale emettere fattura, così se chi lavora con Google ha già una partita Iva questi potrà utilizzare la stessa senza necessità di aprirne una nuova. Egli è però obbligato a comunicare all’ufficio dell’Agenzia delle Entrate l’avvio di altra attività accessoria a quella principale. I codici attività possono essere alternativamente:

1) 73.11.02 – Conduzione di campagne di marketing e altri servizi pubblicitari,

2) 73.12.00 – Attività delle concessionarie pubblicitarie.

La fattura da emettere e spedire a Google dovrà essere intestata nella seguente maniera:  Google Ireland, Gordon House, Barrow Street, Dublin 4, Ireland, Registration Number 368047 , con indicazione della seguente Partita Iva: IE6388047V. Nella fattura, dopo la descrizione dei servizi, deve essere specificato quanto segue: «Operazione soggetta all’inversione contabile o VAT reverse charge in base all’art. 7-ter del d.P.R. n. 633/1972 assolta dal destinatario, Google Ireland, in conformità all’art. 196 della Direttiva 2006/112/CE del Consiglio dell’Unione Europea e della Direttiva 2008/8/CE».  In questo modo verrà rilevato che l’Iva non è dovuta in Italia, ma nello stato in cui è residente Google (Irlanda).

Nella descrizione deve essere indicato il periodo cui si riferiscono gli introiti e i servizi resi. Ad esempio: prestazioni pubblicitarie – mese di marzo 2016. Sulle fatture d’importo superiore a 77,47 euro deve essere applicata una marca da bollo di 2,00 euro.

I contribuenti che vendono servizi pubblicitari a Google hanno anche l’obbligo di comunicare trimestralmente (salvo i compensi non siano superiori a 50.000 euro ove le comunicazioni Intrastat sono mensili) gli elenchi Intrastat con tutte le prestazioni e gli importi a favore di Google. Sono esclusi dall’adempimento Intrastat i contribuenti che operano con il cosiddetto “regime dei minimi”.

Se l’attività è svolta da un soggetto che non è un professionista (avvocato, commercialista, ecc…) con autonoma partita Iva, è obbligatoria anche l’iscrizione al Registro delle Imprese, gestito dalla Camera di Commercio, trattandosi a tutti gli effetti di attività d’impresa. Per far ciò è necessario avere un dispositivo di firma digitale e un indirizzo di posta elettronica certificata (Pec).

Nel caso di soggetto che intende aprire, per la prima volta, un’attività con Google è conveniente ricorrere al regime fiscale previsto per i cosiddetti contribuenti a regime forfettario. Il contribuente che aderisce al regime forfettario che effettua prestazioni di servizi, nel nostro caso pubblicità, nei confronti di un soggetto passivo di altro Stato membro come Google, effettua un’operazione interna senza addebito dell’Iva, pertanto, non è obbligato alla compilazione e alla trasmissione via telematica del modello Intrastat.

Infine, per quanto riguarda gli adempimenti fiscali, bisogna ricordare che i redditi derivanti da proventi di pubblicità devo essere inquadrati nella sezione dei redditi diversi.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Paolo Florio

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