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Lo sai che? Se cado da un gradino chi mi risarcisce?

Lo sai che? Pubblicato il 22 gennaio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 22 gennaio 2017

Il risarcimento spetta solo se la caduta dalla scala avviene per un’insidia non visibile; la presenza di corrimano e illuminazione fa presumere l’imprudenza del danneggiato.

Cadere da un gradino non dà automaticamente diritto al risarcimento del danno: l’indennizzo non spetta, infatti, se lo scivolone è dovuto a imprudenza o disattenzione del danneggiato. Se invece la caduta avviene a causa della presenza di un’insidia sulla scala – ossia un ostacolo o qualsiasi altra situazione di pericolo non visibile e prevedibile con l’ordinaria diligenza – scatta la responsabilità del proprietario dell’immobile il quale sarà, di conseguenza, tenuto a risarcire i danni all’infortunato. Danni che possono estendersi non solo alle spese mediche e al mancato guadagno derivante dalla forzata inattività (danni economici), ma anche alla sofferenza fisica e all’invalidità conseguente allo scivolone (danni non economici).

Per stabilire se la caduta dalle scale sia stata dovuta o meno a un’insidia bisogna valutare le circostanze concrete del luogo e verificare se l’evento era oggettivamente evitabile con un minimo di attenzione.

Così, ad esempio, secondo una recente sentenza della Cassazione [1], un corrimano e un’illuminazione delle scale sufficiente a vedere dove si mettono i piedi esclude la possibilità di chiedere il risarcimento del danno.

In passato, anche la presenza di cera o sapone sulla scale, se accompagnata dalla presenza della ditta delle pulizie o da strumenti adoperati per tale scopo (ad esempio, un secchio dell’acqua, un palo e uno strofinaccio), è stata ritenuta una causa non sufficiente a chiedere il risarcimento.

Chi risarcisce per la caduta dalle scale?

Molto più facile è l’individuazione del soggetto tenuto a pagare: questi è quello che giuridicamente viene chiamato «custode» e che si identifica, di solito, con il proprietario dell’immobile ove sono situate le scale. Per cui, se si tratta di una pubblica amministrazione si avrà la chiamata in causa della stessa e dell’eventuale Ministero di riferimento (ad esempio: in una scuola, la responsabilità sarà dell’istituto e del ministero dell’istruzione); se si tratta di un palazzo privato la responsabilità è del condominio. In quest’ultima ipotesi una recente sentenza della Cassazione ha ritenuto corresponsabile anche l’amministratore a titolo personale, per non aver presieduto alla cura della cosa comune, evitando che dalla stessa potessero conseguire danni per i condomini e i terzi avventori.

Se si tratta di una scalinata su una strada o una piazza, il risarcimento va richiesto all’ente titolare del suolo pubblico: ad esempio, il Comune, la Provincia, ecc.

note

[1] Cass. ord. n. 123/17 del 18.01.2017.

Autore immagine 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 10 novembre 2016 – 18 gennaio 2017, n. 1231
Presidente Amendola – Relatore Sestini

Ragioni della decisione

E’ stata depositata la seguente relazione ex art. 380 bis c.p.c. “La Corte di Appello di Brescia ha confermato la sentenza di primo grado che aveva respinto la domanda proposta dall’avv. M. S. per il risarcimento dei danni dal medesimo riportati per essere inciampato su un gradino della scala di un immobile di proprietà della Editoriale Bresciana s.p.a.
La Corte ha rilevato che l’attore non aveva provato le esatte modalità della caduta (risultando a tal fine inammissibile la prova offerta a mezzo di un capitolo di p.t. articolato solo in sede di gravame) e ha affermato che la domanda sarebbe stata “comunque da respingere” in quanto, difettando il requisito della pericolosità della scala (risultata dotata di corrimano e ben illuminata), doveva escludersi un rapporto causale fra il modo di essere della scala e la caduta, mentre “il modo di relazionarsi ad essa avrebbe dovuto essere diverso da quello con cui l’ha affrontata l’attore”.
Con i due motivi del presente ricorso, l’avv. S. contesta l’affermazione del difetto di efficienza causale della conformazione della scala.
Col primo (che prospetta la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2051 cc), dopo aver evidenziato di avere potuto individuare un teste solo dopo che era stata pronunciata la sentenza di primo grado e dopo aver rilevato che le modalità dell’infortunio avrebbero potuto essere riscostruite a mezzo di presunzioni, il ricorrente si duole che la Corte abbia escluso la pericolosità della scala (peraltro disattendendo le diverse valutazioni del c.t.u.) ed abbia erroneamente individuato l’onere probatorio gravante sull’attore (assolto con la dimostrazione della caduta e delle peculiarità della scala) e quello incombente sulla convenuta (che avrebbe dovuto “dimostrare l’imprevedibilità oggettiva ovvero l’eccezionalità del comportamento del danneggiato ovvero l’intervento di un fatto estraneo interruttivo di quel nesso eziologico, perché da solo idoneo a provocare l’evento”).
Col secondo motivo (“violazione e/o falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c. e dell’art. 2697 cc), si censura -in quanto “del tutto apodittica”- l’individuazione della causa della caduta nel modo in cui l’attore si era relazionato alla scala e si evidenzia che non era emerso che il S. avesse difficoltà deambulatone e che -al contrario- era risultato che altre persone erano inciampate sullo stesso gradino.
I due motivi -che si esaminano congiuntamente- vanno disattesi.
Premesso che la decisione impugnata è basata sulla considerazione che la condotta (“modo di relazionarsi”) del S. fu la causa esclusiva della caduta (in una condizione di non pericolosità della scala), deve ritenersi che la Corte abbia correttamente applicato i principi elaborati dalla giurisprudenza di legittimità in riferimento all’art. 2051 cc, che consentono di individuare il caso fortuito nella condotta imprudente dello stesso danneggiato (cfr., per tutte, Cass. n. 9546/2010).
Va esclusa, d’altra parte, la possibilità di censurare l’apprezzamento della condotta del S. in termini di caso fortuito, giacché, involgendo valutazioni di merito, tale “apprezzamento è insindacabile in sede di legittimità se sorretto da motivazione congrua ed immune da vizi logici e giuridici” (Cass. n. 6753/2004 e Cass. n. 472/2003).
Si propone pertanto il rigetto del ricorso, con condanna alle spese di lite”.
A seguito della discussione svolta in camera di consiglio, il Collegio ha condiviso i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione, rilevando come la Corte di merito abbia sottolineato, a monte, la carenza di prova sulle esatte modalità della caduta.
Il ricorso va pertanto rigettato, con condanna alle spese di lite.
Trattandosi di ricorso proposto successivamente al 30.1.2013, ricorrono le condizioni per l’applicazione dell’art. 13, comma 1 quater del D.P.R. n. 115/2002.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a rifondere alla controricorrente le spese di lite, liquidate in Euro 3.000,00 (di cui Euro 200,00 per esborsi), oltre rimborso spese forfettarie e accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1-quater del D.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma I-bis dello stesso articolo 13.

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