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Co.co.co: devo rispettare un orario di lavoro?

9 novembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 novembre 2018



Il contratto di collaborazione non prevede vincoli di orari o di sede. Altrimenti deve essere convertito in rapporto subordinato.

Ormai non si sa nemmeno come chiamarli: co.co.co. (contratto di collaborazione coordinata) oppure co.co.pro. (contratto di collaborazione a progetto), anche se questi ultimi tipi di rapporto lavorativo, dal 2015, sono stati quasi tutti abrogati. Tra i giovani, che sono spesso assunti con questi tipi di contratto parasubordinato, a metà tra il lavoro autonomo e quello dipendente, c’è chi li chiama “il contratto della gallina”, il co.co.de. (contratto di collaborazione demotivante). Molte aziende, anche dopo il Jobs Act che avrebbe dovuto agevolare le assunzioni stabili dei ragazzi, fanno ancora ricorso a questo tipo di contratto per garantirsi una forza lavoro risparmiando su tasse e contributi previdenziali. Consapevoli del fatto che i giovani hanno bisogno di guadagnare qualcosa per crearsi un minimo di indipendenza economica e che accettano, tanto per farsi la gavetta, non solo “il contratto della gallina” ma sperano anche in quello del gallo, il “chi chi.ri.chi” (chi chiama richiama chiunque).

Ma chi firma un co.co.co deve rispettare un orario di lavoro come chi viene assunto a tempo determinato o con un contratto fisso? Sarebbe troppo bello per le aziende. Ma non è così. Tra i pochi, pochissimi vantaggi che ha chi firma un co.co.co (o come volete chiamarlo tra le opzioni sopra citate) c’è quello di avere fissato un compenso mensile per portare avanti un progetto senza un orario di lavoro fisso, o, in base alla nuova normativa, un’attività coordinata senza vincoli di orario. 

Quindi con il co.co.co. devo rispettare un orario di lavoro?

L’orario di lavoro dei co.co.co.

Pensateci un attimo: se firmo un co.co.co. e devo rispettare un orario di lavoro, che differenza ci sarebbe tra me e un lavoratore dipendente? Da questo punto di vista, nessuna. Dagli altri ha tutto da guadagnare il lavoratore dipendente, se non altro perché gli vengono pagati contributi previdenziali, ferie, permessi, malattie.

E allora, se accetto uno di questi contratti di collaborazione, dove viene stabilito un compenso mensile, devo rispettare un orario di lavoro? No. C’è scritto sul Jobs Act. Nella parte in cui si legge  che «viene prevista l’applicazione della disciplina del rapporto di lavoro subordinato nell’ipotesi di rapporti di collaborazione che si concretino in prestazioni di lavoro esclusivamente personali e continuative, le cui modalità di esecuzione siano organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro» . Traduciamo: se un lavoratore che ha firmato un co.co.co. è tenuto a rispettare un determinato orario di lavoro, sempre nello stesso luogo di lavoro individuato dall’azienda, non deve essere più considerato un collaboratore ma un dipendente. A tempo determinato o indeterminato, è un altro discorso. Ma, comunque, deve essere considerato un dipendente. Sempre che le prestazioni risultino continuative ed esclusivamente personali.

E anche qui è il caso di tradurre: cosa sono le prestazioni continuative ed esclusivamente personali?

Prestazione lavorativa continuativa ed esclusivamente personale

Il ministero del Lavoro definisce «prestazioni esclusivamente personali» quelle svolte dal titolare del rapporto senza l’ausilio di altri soggetti. Cioè, quelle che svolge il collaboratore in maniera autonoma.

Il termine “continuativo”, invece, rappresenta il ripetersi di quell’attività in un determinato arco temporale al fine di conseguire una reale utilità.

Vediamo di capire bene. Se un collaboratore soggetto ad un co.co.co. svolge un lavoro in maniera autonoma in un determinato arco temporale è da considerare un lavoratore dipendente? Il Ministero dice di sì. Dice che la concomitanza di questi due elementi deve trasformare un contratto di collaborazione in un rapporto di lavoro subordinato.

Che cosa succede se il co.co.co. ha un orario di lavoro?

In definitiva: con un co.co.co. non si deve rispettare un orario di lavoro prestabilito. Se sul contratto c’è scritto un certo compenso mensile (o per la durata del contratto) per una certa prestazione, quel compenso deve essere erogato indipendentemente da quando sia stata erogata la prestazione o da quanto tempo sia stato impiegato per svolgerla. Altrimenti, se si vuole una presenza fissa per un certo numero di giorni o di ore, occorre fare un contratto di tipo subordinato.

In sintesi: il lavoratore parasubordinato, cioè quello che ha firmato un co.co.co., così come il lavoratore autonomo, ha un’obbligazione di risultato, senza essere vincolato all’organizzazione del committente, cioè di chi conferisce l’incarico, ma con piena libertà riguardo ai mezzi ed alle tempistiche. L’unico vincolo è costituito dal termine entro il quale il lavoro deve essere consegnato o l’attività deve essere svolta.

Quando un rapporto di co.co.co. è genuino?

I contratti di collaborazione coordinata e continuativa [2],per essere considerati tali e non ricondotti al lavoro dipendente, devono rispettare specifici requisiti: solo rispettando le condizioni stabilite la collaborazione risulta “genuina” e non è riconducibile al lavoro subordinato.

In particolare, il Jobs Act del lavoro autonomo definisce la collaborazione autentica quando, nel rispetto delle modalità di coordinamento stabilite di comune accordo dalle parti, il collaboratore organizza autonomamente l’attività lavorativa.

In pratica, se è il lavoratore ad organizzare in modo autonomo la propria attività, senza subire imposizioni dal committente, la cococo (collaborazione coordinata e continuativa) è considerata autentica e non deve essere ricondotta al lavoro subordinato.

La condizione di co.co.co. autentica o genuina è stata poi definita in modo più specifico da un’importante circolare del Ministero del Lavoro [3], che spiega quali sono i casi in cui le collaborazioni sono ricondotte al lavoro subordinato ed in che modalità e misura avviene la conversione del contratto.

In primo luogo, il Ministero ha chiarito che la collaborazione è non genuina, ossia è riconducibile al lavoro subordinato, quando:

  • la prestazione di lavoro è esclusivamente continuativa e personale, cioè non è effettuata con l’aiuto di altri soggetti e non è occasionale;
  • le modalità di esecuzione sono organizzate dal committente, anche con riferimento ai tempi e ai luoghi di lavoro (etero-organizzazione).

In pratica, perché la collaborazione possa essere ricondotta al lavoro subordinato basta che il lavoratore sia tenuto ad osservare determinati orari, o sia tenuto a prestare la propria attività presso una sede individuata dallo stesso committente, se la prestazione è esclusivamente personale e continuativa. Le collaborazioni che non presentano queste caratteristiche, invece, sono considerate autentiche, in quanto presentano un certo grado di autonomia.

Per chi non vale la presunzione di lavoro dipendente?

Bisogna specificare, in ogni caso, che esistono delle ipotesi di co.co.co. escluse dalla presunzione di subordinazione:

  • le collaborazioni regolamentate, dal punto di vista economico e normativo, dai contratti collettivi (stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale), finalizzati a particolari esigenze produttive ed organizzative di settore;
  • le collaborazioni svolte da professionisti iscritti ad albi o ordini, prestate nell’esercizio della professione per la quale è richiesta l’iscrizione (ad esempio, una collaborazione nell’ambito della consulenza legale per un avvocato);
  • le collaborazioni effettuate da amministratori e sindaci di società, e da partecipanti a collegi e commissioni;
  • le collaborazioni prestate in favore di associazioni e società sportive dilettantistiche affiliate al C.O.N.I.

note

[1] Art. 2, Dlgs. n. 81/2015.

[2] Art.409 c.p.c.

[3] Mlps, Circ. n. 3/2016.


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