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Lo sai che? Co.co.co: devo rispettare un orario di lavoro?

Lo sai che? Pubblicato il 28 gennaio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 28 gennaio 2017

Il contratto di collaborazione non prevede vincoli di orari o di sede. Altrimenti deve essere convertito in rapporto subordinato.

Ormai non si sa nemmeno come chiamarli: co.co.co. (contratto di collaborazione coordinata) oppure co.co.pro. (contratto di collaborazione a progetto), anche se questi ultimi, ormai, sono stati abrogati. Tra i giovani, quelli più soggetti a questo tipo di rapporto di lavoro, c’è chi li chiama “il contratto della gallina”, il co.co.de. (contratto di collaborazione demotivante). Molte aziende, anche dopo il Jobs Act che avrebbe dovuto agevolare le assunzioni dei ragazzi, fanno ancora ricorso a questo tipo di contratto per garantirsi una forza lavoro risparmiando su tasse e contributi previdenziali. Consapevoli del fatto che i giovani hanno bisogno di guadagnare qualcosa per crearsi un minimo di indipendenza economica e che accettano, tanto per farsi la gavetta, non solo “il contratto della gallina” ma sperano anche in quello del gallo, il “chi chi.ri.chi” (chi chiama richiama chiunque).

Ma chi firma un co.co.co deve rispettare un orario di lavoro come chi viene assunto a tempo determinato o con un contratto fisso? Sarebbe troppo bello per le aziende. Ma non è così. Tra i pochi, pochissimi vantaggi che ha chi firma un co.co.co (o come volete chiamarlo tra le opzioni sopra citate) c’è quello di avere fissato un compenso mensile per portare avanti un progetto senza un orario di lavoro fisso. 

 

L’orario di lavoro dei co.co.co.

Pensateci un attimo: se firmo un co.co.co. e devo rispettare un orario di lavoro, che differenza ci sarebbe tra me e un lavoratore dipendente? Da questo punto di vista, nessuna. Dagli altri ha tutto da guadagnare il lavoratore dipendente, se non altro perché gli vengono pagati contributi previdenziali, ferie, permessi, malattie.

E allora, se accetto uno di questi contratti di collaborazione, dove viene stabilito un compenso mensile, devo rispettare un orario di lavoro? No. C’è scritto sul Jobs Act. Nella parte in cui si legge  che «viene prevista l’applicazione della disciplina del rapporto di lavoro subordinato nell’ipotesi di rapporti di collaborazione che si concretino in prestazioni di lavoro esclusivamente personali e continuative, le cui modalità di esecuzione siano organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro» . Traduciamo: se un lavoratore che ha firmato un co.co.co. è tenuto a rispettare un determinato orario di lavoro, sempre nello stesso luogo di lavoro individuato dall’azienda, non deve essere più considerato un collaboratore ma un dipendente. A tempo determinato o indeterminato, è un altro discorso. Ma, comunque, deve essere considerato un dipendente. Sempre che le prestazioni risultino continuative ed esclusivamente personali.

E anche qui è il caso di tradurre: cosa sono le prestazioni continuative ed esclusivamente personali?

Il ministero del Lavoro definisce «prestazioni esclusivamente personali» quelle svolte dal titolare del rapporto senza l’ausilio di altri soggetti. Cioè, quelle che svolge il collaboratore in maniera autonoma.

Il termine “continuativo”, invece, rappresenta il ripetersi di quell’attività in un determinato arco temporale al fine di conseguire una reale utilità.

Vediamo di capire bene. Se un collaboratore soggetto ad un co.co.co. svolge un lavoro in maniera autonoma in un determinato arco temporale è da considerare un lavoratore dipendente? Il Ministero dice di sì. Dice che la concomitanza di questi due elementi deve trasformare un contratto di collaborazione in un rapporto di lavoro subordinato.

In definitiva: con un co.co.co. non si deve rispettare un orario di lavoro prestabilito. Se sul contratto c’è scritto un certo compenso mensile (o per la durata del contratto) per una certa prestazione, quel compenso deve essere erogato indipendentemente da quando sia stata erogata la prestazione o da quanto tempo sia stato impiegato per svolgerla. Altrimenti, se si vuole una presenza fissa per un certo numero di giorni o di ore, occorre fare un contratto di tipo subordinato.

In sintesi: il lavoratore parasubordinato, cioè quello che ha firmato un co.co.co., così come il lavoratore autonomo, ha un’obbligazione di risultato, senza essere vincolato all’organizzazione del committente, cioè di chi conferisce l’incarico, ma con piena libertà riguardo ai mezzi ed alle tempistiche. L’unico vincolo è costituito dal termine entro il quale il lavoro deve essere consegnato o l’attività deve essere svolta.

note

[1] Art. 2, Dlgs. n. 81/2015.


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