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Infortunio sul lavoro per malattia pregressa

29 gennaio 2017


Infortunio sul lavoro per malattia pregressa

> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 gennaio 2017



Chi soffre di una determinata patologia deve comunicarla all’azienda poiché, diversamente, in caso di aggravamento, non può chiedere il risarcimento dei danni.

Immaginiamo che un lavoratore soffra di una determinata patologia – magari un problema di schiena e che, ciò nonostante, non lo comunichi al datore di lavoro. Quest’ultimo, pertanto, incosciente di ciò, lo adibisce a lavori pesanti. Il dipendente sottovaluta, in un primo momento, il rischio cui va incontro ed esegue le mansioni assegnategli senza battere ciglio. Senonché, ad un tratto, la malattia si aggrava proprio a causa delle funzioni svolte e l’uomo non può più recarsi al lavoro. Può chiedere il risarcimento del danno all’azienda? La risposta della Cassazione è negativa. Questo perché – si legge in una sentenza fresca di pubblicazione [1] – per poter addebitare al datore di lavoro la responsabilità dell’omessa adozione delle precauzioni necessarie a non aggravare una patologia preesistente, è necessario che questi sia stato informato della patologia stessa. Diversamente, nessuna responsabilità si può attribuire all’azienda e all’infortunato non spetta neanche il risarcimento del danno.

La tutela della salute del lavoratore

Il codice civile stabilisce [2] l’obbligo, per il datore di lavoro, di adottare, all’interno della propria azienda, tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei dipendenti. Il dovere, dunque, si estende non solo ai rischi di carattere prettamente fisico, ma anche psichico, evitando così fonti di stress, di tensioni e di preoccupazioni inutili. Inoltre, l’obbligo di prevenzione degli infortuni non riguarda solo i macchinari e gli strumenti usati sul lavoro, né è limitato ai soli pericoli nascosti in un ufficio (ad esempio un pavimento scivoloso, un ferro arrugginito che sporge dal muro), ma anche alle mansioni in sé che, sebbene non nocive in astratto, vanno sempre rapportate alle condizioni fisiche del lavoratore. Viola, quindi, il dovere di prevenzione il datore che assegna un dipendente a compiti per lui insostenibili (si pensi a un malato di ernia cui venga richiesto di trasportare dei pesi da una stanza a un’altra).

Affinché, però, l’azienda possa essere responsabile per la violazione degli obblighi di prevenzione degli infortuni sul lavoro, è necessario che il dipendente, già affetto da pregressa patologia, anche di poco conto, ne dia comunicazione ai vertici. La mancata denuncia pone il datore nella condizione di non conoscere l’incompatibilità del lavoratore alla mansione assegnatagli e, di conseguenza, non può neanche essere responsabile dell’aggravamento della malattia a causa delle funzioni svolte.

Il dovere di prevenzione degli infortuni

La responsabilità del datore di lavoro per inadempimento dell’obbligo di prevenzione – ha chiarito la Cassazione – non è una responsabilità oggettiva (che prescinde, cioè, da colpa o malafede), ma deriva solo da una condotta colpevole, dall’assenza di diligenza nella predisposizione delle misure idonee a prevenire gli infortuni per il lavoratore. Qualora il danno conseguente all’attività lavorativa dipenda dalla qualità intrinsecamente usurante della ordinaria prestazione lavorativa e dal logoramento dell’organismo del dipendente, esposto a un lavoro impegnativo per un lasso di tempo più o meno lungo, non c’è responsabilità dell’azienda. Responsabilità che scatta non semplicemente perché il danno è riconducibile all’attività lavorativa svolta, ma anche quando l’azienda, in ciò, ha una specifica colpa (ossia, pur potendo prevedere ed evitare l’infortunio non lo ha fatto).

note

[1] Cass. sent. n. 1179 del 18.01.2017.

[2] Art. 2087 cod. civ.

Autore immagine: 123rf com


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