Diritto e Fisco | Editoriale

Apple e Samsung, brevetti tutelati: ma chi ci difende dai brevettatori?

27 settembre 2012 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 27 settembre 2012



La recente guerra dei brevetti tra Apple e Samsung – volta a stabilire chi ha copiato lo smartphone e il tablet dell’altro – porta con sé alcune (automatiche) considerazioni.

Innanzitutto la necessità di un giudice sovranazionale. La partita, giocata pressoché contemporaneamente in due distinte giurisdizioni (quella americana, a San José, California, e quella in Giappone, a Tokyo), con due opposti risultati (il primo favorevole alla casa di Cupertino, il secondo invece a questi sfavorevole), rasenta la comicità: da un lato del globo la Apple dovrà essere risarcita di 1,05 miliardi di dollari mentre, dall’altra lato, la stessa dovrà versare in risarcimento alla casa sudcoreana una somma quasi identica.

Come un match calcistico, il cui esito spesso è influenzato dall’essere in casa o fuori, la giustizia a volte sembra regolata dalle stesse variabili; e – per come è di questo mondo – ogni giuria finisce per agevolare il proprio vicino di casa.

In questo modo, non v’è neanche certezza del diritto. Perché, se per i tribunali Americani a copiare il design del cellulare sono stati i giapponesi e per questi ultimi invece i primi ideatori sono stati gli asiatici, allora non esisterà mai una “bella” che metta il punto sulla questione. Il che ricorda un po’ quelle dispute su chi ha inventato prima gli spaghetti. O la pizza.

Allora sarebbe opportuno attribuire il potere di giudicare a un ente sovranazionale se è vero che il mondo sta diventando sempre più piccolo e “globalizzato”. Insomma un unico giudice, un numero dispari, visto che quelli pari non sono mai stati utili a prendere decisioni … Numero Deus impare gaudet (Dio ama i numeri dispari).

In secondo luogo – ma si tratta di una considerazione ancora più banale della prima – le guerre sono sempre dei generali e non degli eserciti. Tribunali e aziende hanno, come obiettivo, solo la tutela delle logiche commerciali e non certo del mercato o, peggio, del consumatore. Basta il deposito in tribunale di una querela per bloccare l’uscita sul mercato di un prodotto e, con esso, l’innovazione.

Forse erano altri tempi, ma non ho notizia di azioni legali intentate da Leonardo: se così invece fosse stato non avremmo avuto probabilmente lo sviluppo che le sue idee hanno comportato.

Senza contare che i costi di tali battaglie legali finiscono inevitabilmente per gravare sul prezzo al consumo e, quindi, sull’acquirente. In altre parole, le aziende si fanno causa tra loro – pagando costosissime parcelle agli avvocati – ma lo fanno coi soldi dei consumatori.

Allora caliamo il sipario. E lo facciamo con le parole di Deborah Bianchi, dell’Aduc:

Lo smartphone non vale commercialmente tanto quanto oggetto in sé ma soprattutto in quanto client di una piattaforma di applicazioni in divenire (le cosiddette App). In estrema sintesi, acquistare un Samsung significa entrare nel mondo della piattaforma Android; comprare un iPhone significa entrare nel mondo della piattaforma IOs. Pensate alla sottoscritta che sta scrivendo con un iPad e che chiama con un Samsung. Se lascio il telefono a casa non saprò più a chi indirizzare i miei scritti perché i miei contatti sono sul cellulare e non anche sull’Ipad perché questi due “non vogliono parlarsi”. Morale se voglio due dispositivi comunicanti…” li devo comprare della stessa marca!

In ultimo – ma questa è solo una previsione pessimistica – è che quando non si riesce a comporre una lite, si finisce sempre con un accordo che, nell’ottica ancora più egoistica, in quanto firmato dalle aziende e non dal popolo, aiuta solo le prime. Si chiama “cartello” e, generalmente, ha come conseguenza – ancora peggiore rispetto a quelle già illustrate –di determinare un ulteriore blocco della concorrenza, dell’innovazione, dei prezzi. Prezzi che erano aumentati a causa della iniziale guerra e che, dopo, rimangono tali e quali. Proprio come con la benzina che le crisi petrolifere fanno levitare, ma che poi, a emergenza finita, non tornano mai come prima.

 


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