Professionisti Se la moto cade in un tombino, chi risarcisce i danni?

Professionisti Pubblicato il 27 gennaio 2017

Articolo di




> Professionisti Pubblicato il 27 gennaio 2017

Trova applicazione il disposto dell’art. 2051 c.c. nel caso di caduta da un ciclomotore sprofondato in tombino posto sul manto stradale?

Occorre preliminarmente rammentare che una giurisprudenza per lungo tempo pressoché granitica ha dubitato dell’estensibilità della responsabilità ex art. 2051 c.c. alla Pubblica Amministrazione sul presupposto che l’estensione e la dimensione dei beni demaniali (o comunque nella sua disponibilità) non consentissero il più delle volte una relazione di fatto assimilabile alla custodia postulata nella disposizione in commento (Sulla evoluzione giurisprudenziale v. Parte I). Non è più dunque il danneggiato a dover dare la prova (invero negativa) della non prevedibilità e non visibilità della fonte di pericolo causativa del danno, bensì è l’ente a dover dare la prova della ricorrenza positiva delle dedotte circostanze di fatto, in guisa da lasciar inferire la sua assenza di colpa (si badi bene, ex art. 2043 c.c) ovvero il concorso di colpa ex art. 1227 I° comma c.c. (Cass., 6 luglio 2006, n. 15383).

Conforme: Cass. 20 febbraio 2006, 3651

«Il danneggiato che invochi la responsabilità di cui all’art. 2051 c.c. contro una P.A. (o il gestore), in relazione a danno originatosi da bene demaniale o patrimoniale soggetto ad uso generale e diretto della collettività, non è onerato della dimostrazione della verificazione del danno in conseguenza dell’esistenza di una situazione qualificabile come insidia o trabocchetto, dovendo esclusivamente provare — come avviene di regola per le ipotesi di responsabilità per i danni cagionati da una cosa in custodia — l’evento dannoso e l’esistenza del rapporto eziologico tra la cosa e l’evento suddetto. Trattandosi di un’ipotesi di responsabilità aggravata e non di responsabilità oggettiva, la P.A., per liberarsi dalla presunzione gravante su di essa, deve dare la prova del fortuito e quindi dimostrare mancanza di colpa, che emerge sul piano del raffronto tra lo sforzo diligente necessario per prevenire ed evitare l’evento e la condotta mantenuta».

Si tratta in altre parole di verificare se la strada pubblica abbia caratteri tali da non rendere oggettivamente esigibile dall’ente la custodia, intesa quale continuo ed efficace controllo e di una costante vigilanza.

Sotto tale profilo rilevante si appalesa utile citare il passo motivazionale della sentenza della Cassazione 6 luglio 2006, n. 15383 (con evidente revirement rispetto a quanto già espresso in Cass., 1° dicembre 2004, n. 22592), secondo cui: figura sintomatica della possibilità dell’effettivo controllo di una strada del demanio stradale comunale è che la stessa si trovi all’interno della perimetrazione del centro abitato (L. 17 agosto 1942, n. 1150, art. 41 quinquies; come modificato dalla L. 6 agosto 1967, n. 765, art. 17; D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, art. 9; D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 4). Infatti la localizzazione della strada all’interno di tale perimetro, dotato di una serie di altre opere di urbanizzazione e, più in generale, di pubblici servizi che direttamente o indirettamente sono sottoposti ad attività di controllo e vigilanza costante da parte del Comune, denotano la possibilità di un effettivo controllo e vigilanza della zona, per cui sarebbe arduo ritenere che eguale attività risulti oggettivamente impossibile in relazione al bene stradale. In altre parole, è l’ordinamento stesso che, mediante l’attribuzione della proprietà e dell’onere della manutenzione delle strade poste all’interno dell’abitato urbano al Comune, attribuisce all’ente pubblico il «governo della cosa», proprio sul presupposto che questi sia l’unico soggetto concretamente in grado di provvedere a controllarne le modalità di uso e la corretta conservazione.

 

E la delibazione della responsabilità conseguente a tale esigibile posizione di controllo non può che essere effettuata utilizzando i medesimi parametri normativi validi per i privati, giacché nella soggetta materia la p.a. agisce iure privatorum, ovvero in posizione di parità con gli altri soggetti: manca così di fondamento dogmatico il privilegio processuale sino a qualche tempo fa qui riconosciuto ai  comuni.

Nota bene

Può dirsi ormai superato l’orientamento giurisprudenziale che escludeva automaticamente l’applicabilità dell’art. 2051 c.c. in ogni caso in cui il danno fosse stato causato da un bene demaniale caratterizzato da notevole estensione e dall’uso diretto e generalizzato da parte dei terzi. La più recente giurisprudenza di legittimità muove infatti dal presupposto che la natura demaniale della cosa in custodia non possa indurre la applicazione di un diverso regime normativo; tuttavia le caratteristiche del bene demaniale – cioè la sua estensione, la sua apertura all’uso di una generalità di utenti – devono essere vagliate caso per caso al fine di verificare se, in concreto, e tenuto conto della situazione di pericolo insorta nella singola fattispecie, fosse possibile per l’ente custode esercitare una vigilanza effettiva ed efficace sul bene. Fra i diversi orientamenti espressi in tempi recenti dalla giurisprudenza di legittimità – tutti favorevoli all’applicabilità dell’art. 2051 anche alla custodia di beni demaniali – ricorrente è stato quello di cui alla sentenza Cass. 6 luglio 2006, n. 15383 secondo cui occorre verificare, in primo luogo, se le caratteristiche del bene in custodia siano concretamente tali da consentire una effettiva ed efficace vigilanza ad opera dell’ente gestore; qualora la risposta sia positiva, detto ente, in applicazione dell’art. 2051 c.c., per liberarsi da responsabilità dovrà provare l’intervento di un caso fortuito (in senso oggettivo).

Qualora invece la risposta sia negativa, sarà il danneggiato a dover provare, in applicazione dell’art. 2043 c.c., l’esistenza di una colpa del custode. In entrambi i casi tuttavia – a prescindere cioè dalla applicabilità alla fattispecie dell’art. 2043 o dell’art. 2051 – il danneggiato è onerato di dare la prova del nesso causale tra la cosa in custodia e il sinistro; e solo una volta fornita questa prova ci si dovrà interrogare sui criteri di imputazione della responsabilità in capo all’ente convenuto. Nel caso di specie deve escludersi sia stata raggiunta prova esaustiva del nesso causale fra il dissesto stradale e l’incidente occorso all’attore.

Alcuna dottrina (Annunziata) ha peraltro sottolineato l’aporia dell’orientamento giurisprudenziale sin qui analizzato, il quale comunque condiziona l’applicazione dell’art. 2051 c.c. alla limitata estensione del bene demaniale, richiedendo, ad esempio, ai fini de quibus che le strade comunali si trovino all’interno della perimetrazione del centro abitato, per poi, viceversa, considerare assoggettata alla presunzione di responsabilità in rassegna le autostrade in quanto destinate alla percorrenza veloce in condizioni di sicurezza. In quest’ottica critica, si auspica che la giurisprudenza riprenda spunti già in passato proposti (Cass. 1 ottobre 2004, n. 19653), affermando la configurabilità del rapporto di custodia con riferimento alle strade e beni pubblici indipendentemente dalla loro estensione e dall’uso generalizzato del bene.

In buona sostanza si ritiene applicabile l’art. 2051 alle strade appartenenti agli enti pubblici indipendentemente dalla circostanza che esse siano poste all’interno della perimetrazione urbana.

Auspicio che sembra essere stato raccolto da Cass. 6 giugno 2008, n. 15042, che, in relazione ad un incidente dovuto ad un inciampo in un difetto costruttivo del piano stradale, consistente in un rilevante dislivello fra le lastre di copertura, ove abbia in concreto creato inciampo e provocato la caduta di un passante, così ha argomentato: le peculiarità vanno individuate non solo e non tanto nell’estensione territoriale del bene e nelle concrete possibilità di vigilanza su si esso e sul comportamento degli utenti, di cui alle citate massime giurisprudenziali, quanto piuttosto nella natura e nella tipologia delle cause che abbiano provocato il danno: secondo che esse siano intrinseche alla struttura del bene, sì da costituire fattori di rischio conosciuti o conoscibili a priori dal custode (quali, in materia di strade, l’usura o il dissesto del fondo stradale, la presenza di buche, la segnaletica contraddittoria o ingannevole, ecc.), o che si tratti invece di situazioni di pericolo estemporaneamente create da terzi, non conoscibili né eliminabili con immediatezza, neppure con la più diligente attività di manutenzione (perdita d’olio ad opera del veicolo di passaggio; abbandono di vetri rotti, ferri arrugginiti, rifiuti tossici od altri agenti offensivi).

Di modo che tali ultime caratteristiche rilevino solo ai fini della valutazione del caso fortuito e di verifica dell’oggetto e del contenuto della prova liberatoria. Infatti in relazione a situazioni pericolose immanentemente connesse alla struttura o alle pertinenze del bene la P.A. custode dovrà spingersi alla dimostrazione dell’espletamento da parte sua di tutta la normale attività di vigilanza e manutenzione, esigibile in relazione alla specificità della cosa, di modo che tale dimostrazione possa anche in via indiretta, cioè per presunzione, giustificare la conclusione che la situazione pericolosa si sia originata in modo assolutamente imprevedibile ed inevitabile attraverso il corretto e compiuto assolvimento della custodia e, dunque, per un caso fortuito, ancorché lo specifico evento ricollegabile a tale nozione risulti non identificato.

In relazione invece alle situazioni pericolose determinate dagli utenti o di un’alterazione della cosa assolutamente repentina ed imprevedibile, l’assolvimento della prova liberatoria si sposta tutto sul versante della verifica della esigibilità o della inesigibilità di un intervento dell’ente, nell’espletamento della custodia, volto a rimuovere la situazione pericolosa o a segnalarla agli utenti, nel lasso di tempo fra il verificarsi della situazione pericolosa e l’evento dannoso, sì che possa concludersi che quest’ultimo è dipeso da caso fortuito, nel senso che il bene sia stato solo occasione e non concausa dell’evento, perché esso ha contribuito a determinarlo senza assumere rilievo, in dipendenza dell’indicato fattore temporale, in quanto bene soggetto a relazione di   custodia.

Conforme: Cass. 25 luglio 2008, n. 20427

«La responsabilità oggettiva prevista dall’art. 2051 c.c. è invocabile anche nei confronti della P.A., per i danni arrecati dai beni dei quali essa ha la concreta disponibilità, anche se di rilevanti dimensioni. Tale responsabilità resta esclusa solo dalla prova, gravante sulla p.a., che il danno sia stato determinato da cause estrinseche ed estemporanee create da terzi, le quali nemmeno con l’uso della ordinaria diligenza potevano essere tempestivamente rimosse, così integrando il caso fortuito previsto dalla predetta norma quale scriminante della responsabilità del custode.

In linea generale dunque la disciplina di cui all’art. 2051 cod. civ. è sempre applicabile agli enti pubblici proprietari o manutentori di strade aperte al pubblico transito in riferimento a situazioni di pericolo derivanti da una non prevedibile alterazione dello stato della cosa; detta norma non dispensa il danneggiato dall’onere di provare il nesso causale tra cosa in custodia e danno, ossia di dimostrare che l’evento si è prodotto come conseguenza normale della particolare condizione, potenzialmente lesiva, posseduta dalla cosa, mentre resta a carico del custode, offrire la prova contraria alla presunzione iuris tantum della sua responsabilità, mediante la dimostrazione positiva del caso fortuito, cioè del fatto estraneo alla sua sfera di custodia, avente impulso causale autonomo e carattere di imprevedibilità e di assoluta eccezionalità (cfr.,  ex multis, Cass. 13 luglio 2011, n. 15389).

Per altro verso torna utile anche ai fini che ci occupano la stessa nozione di insidia. Quest’ultima infatti è una situazione di fatto che, per la sua oggettiva invisibilità e per la sua conseguente imprevedibilità (secondo la valutazione del giudice di merito, insindacabile in sede di legittimità se non per vizi logici o giuridici), integra pericolo occulto ed é configurabile anche con riferimento al danno cagionato da cosa in custodia (art. 2051 cod. civ.): in tale ipotesi ha solo l’effetto di caratterizzare in fatto l’oggetto concreto dell’onere della prova  a carico del custode, poiché questo é tenuto a dimostrare, per liberarsi dalla responsabilità, l’insussistenza del nesso eziologico tra il suo potere di fatto sulla cosa, che ha prodotto o nell’ambito del quale si è prodotta l’insidia, ed il danno, in quanto determinato da cause non conoscibili né eliminabili con sufficiente immediatezza da parte sua, neppure con la più efficiente attività di vigilanza e manutenzione (Cass., 19 novembre 2009, n. 24428; Cass.,  30  settembre  2009,  n.  20943).

In definitiva l’ente proprietario d’una strada aperta al pubblico transito risponde ai sensi dell’art. 2051 cod. civ., per difetto di manutenzione, dei sinistri riconducibili a situazioni di pericolo connesse alla struttura o alle pertinenze della strada stessa, salvo che si accerti la concreta possibilità per l’utente danneggiato di percepire o prevedere con l’ordinaria diligenza la situazione di pericolo. Nel compiere tale ultima valutazione, si dovrà tener conto che quanto più questo è suscettibile di essere previsto e superato attraverso l’adozione di normali cautele da parte del danneggiato, tanto più il comportamento della vittima incide nel dinamismo causale del danno, valutabile come eventuale concorso di colpa ai sensi dell’art. 1227 c.c. (Cass. 8-8-2007, n. 17377) e sino ad interrompere il nesso eziologico  tra la condotta attribuibile all’ente e l’evento dannoso (in tal senso Cass., 22 ottobre 2013, 23919 la quale ha ritenuto che non operasse la presunzione di responsabilità a carico dell’ente ex art. 2051 cod. civ., in un caso di sinistro stradale causato da una buca presente sul manto stradale, atteso che il conducente danneggiato era a conoscenza dell’esistenza delle buche, per cui avrebbe dovuto tenere un comportamento idoneo ad evitarle).

La responsabilità de qua è esclusa solo dal caso fortuito, che può consistere sia in una alterazione dello stato dei luoghi imprevista, imprevedibile e non tempestivamente eliminabile o segnalabile ai conducenti nemmeno con l’uso dell’ordinaria diligenza, sia nella condotta della stessa vittima, consistita nell’omissione delle normali cautele esigibili in situazioni analoghe e che, attraverso l’impropria utilizzazione del bene pubblico, abbia determinato l’interruzione del nesso eziologico tra lo stesso bene in custodia ed il danno (Cass., 19 novembre 2009, n. 24419 la quale, con riferimento ad una caduta di un motociclista dovuta a del brecciolino che copriva la carreggiata, confermando la sentenza di merito, ha ritenuto assorbente — in quanto integrante il suddetto caso fortuito — la responsabilità della vittima, consistita nell’avere ignorato la segnaletica che avvertiva dell’esistenza di lavori in corso e prescriveva un limite di velocità di 30 km/h)

In caso di incidente dovuto alla perdita di controllo del motoveicolo a causa di un tombino sprofondato trova applicazione l’art. 2051 c.c., salvo attenta verifica della eventuale ricorrenza del caso fortuito.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI