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Moto cade su macchia d’olio sull’asfalto: chi risarcisce?

27 gennaio 2017 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 27 gennaio 2017



Può applicarsi l’art. 2051 c.c. nel caso di motociclista scivolato a causa di una macchia d’olio presente sul manto stradale?

In materia, la tesi per lungo tempo  prevalente della giurisprudenza di legittimità  era quella secondo cui la tutela accordata in favore dell’utente del bene demaniale dovesse essere individuata nell’ambito del disposto dell’articolo 2043 del c.c., giacché la Pubblica Amministrazione, nell’esercizio del suo potere discrezionale, esercitato anche nella vigilanza e nel controllo dei beni demaniali, incontra i limiti previsti dalla legge e, tra questi, quelli del neminem laedere per effetto dei quali la P.A. si deve adoperare affinché il bene demaniale non presenti delle situazioni di pericolo occulto che comportino, secondo le pronunce giurisprudenziali, insidia o trabocchetto (Cass. n. 10132/2004 e 7742/1997).

Peraltro, anche seguendo questa impostazione, parte della giurisprudenza di merito – invero minoritaria – riteneva che l’utente della strada che lamentava un danno dovuto ad una insidia, nella specie la presenza di una macchia di olio sull’asfalto, non avesse l’onere aggiuntivo di provare, oltre ai caratteri dell’invisibilità ed imprevedibilità propri del pericolo occulto, che tale insidia fosse presente da un ragionevole lasso temporale, giacché trattasi di prova diabolica che avrebbe come effetto di rendere irrisarcibile il danno ed inapplicabile il precetto di cui all’art. 2043 c.c. (Trib. Roma, 10 novembre 2003; contra Trib. Roma, 23 marzo 2000 e Trib. Varese n. 149/2005 ad avviso dei quali — nel caso di danni causati dalla presenza di una macchia d’olio sul manto stradale —, fattispecie cui è inapplicabile il disposto dell’art. 2051 c.c., il danneggiato ha l’onere di provare non solo l’esistenza dell’insidia, ma anche la colpa dell’ente proprietario della strada, la quale sussiste in tutti i casi in cui tra l’insorgere dell’insidia ed il sinistro sia inutilmente trascorso quel lasso di tempo ragionevolmente necessario per rimuovere o segnalare il pericolo).

Secondo Trib. Nola 30 giugno 2007 occorre distinguere due tipi di insidia: le situazioni di pericolo immanentemente connesse alla struttura e alle pertinenze della strada o autostrada (ad esempio, irregolarità del manto stradale, segnaletica insufficiente o contraddittoria, insufficienza delle protezioni laterali o di separazione delle carreggiate, etc.) — in relazione alle quali trova applicazione l’art. 2051 c.c. — da quelle provocate da comportamenti degli stessi utenti o comunque legate ad una repentina ed imprevedibile alterazione dello stato della cosa (perdita di oggetti da parte dei veicoli in transito, formazione di ghiaccio sul manto stradale, perdite di sostanze oleose da parte dei veicoli in transito, etc.) in riferimento alle quali la responsabilità dell’ente proprietario e/o gestore della strada sarà necessariamente disciplinata dall’art. 2043 c.c. con tutte le conseguenze del caso in tema di onere della prova (dovendo il danneggiato provare anche la condotta colposa del convenuto).

Anche per Trib. Nola 15 gennaio 2008 quando non si sia provato quanto tempo prima del passaggio del danneggiato si sia formata la macchia di olio responsabile della caduta (potendosi la stessa essersi formata anche pochi secondi prima del transito), non è possibile pervenire alla predetta valutazione di colpevolezza, considerato che l’ente proprietario della strada non potrà essere ritenuto responsabile ex art. 2043 c.c. anche nelle ipotesi in cui non abbia avuto la materiale possibilità di percezione e di rimozione del pericolo formatosi. Secondo, invece, un orientamento per lungo tempo minoritario, oggi avallato dai più recenti arresti della Suprema Corte, la responsabilità della  pubblica  amministrazione  per  i  danni  cagionati  agli  utenti  rientra  in  quella  disciplinata  dall’articolo  2051 del c.c., quale custode della strada, anche in riferimento a casi di sopravvenuta scivolosità del manto stradale per la presenza di macchie d’olio o per qualsiasi altro motivo, salva la riconoscibilità — il più delle volte — del caso fortuito con conseguente esenzione dal risarcimento dei danni provocati.

Conforme: Trib. Catania, 25 settembre 2006

«In caso di sinistro stradale, l’essere stata la situazione pericolosa determinata dagli utenti o da una alterazione della cosa assolutamente repentina o imprevedibile comporta che l’assolvimento della prova liberatoria attraverso la dimostrazione del caso fortuito si sposti sul versante della verifica della esigibilità o della inesigibilità di un intervento dell’ente, nell’espletamento della custodia, volto a rimuovere la situazione pericolosa o a segnalarla nel lasso di tempo intercorso tra il relativo verificarsi e l’evento dannoso.

Nel caso di inesigibilità deve concludersi che quest’ultimo è dipeso da caso fortuito, nel senso che il bene è stato solo occasione e non concausa dell’evento, perché ha contribuito a determinarlo senza assumere, in dipendenza dell’indicato fattore temporale, autonomo rilievo causale. Con riferimento a una macchia d’olio lasciata da un utente della strada, è la natura stessa dell’insidia a creare una evidente presunzione di non colpevolezza del Comune. Infatti, l’olio versato sull’asfalto, per sua natura, rimane pericoloso per pochissimo tempo — al massimo per qualche ora —, perché poi in parte viene assorbito e in parte, per effetto degli agenti atmosferici e del passaggio dei veicoli, si disperde. Ne consegue che la scia d’olio sulla quale si è verificato il sinistro deve ritenersi presente da pochissimo tempo».

Il caso de quo è stato oggetto di interesse anche da parte di Cass. n. 5307/2007, la quale si è peraltro occupata di un’ipotesi in cui il giudice di merito aveva inquadrato la fattispecie nell’ambito dell’art. 2043 c.c. In ogni caso la Suprema Corte nel citato arresto ha evidenziato che, ai fini dell’assolvimento dell’onere della prova, una volta che l’attore abbia provato che sussisteva lo stato di pericolosità della strada per la presenza della macchia d’olio sull’asfalto e che sussisteva la responsabilità dell’ente proprietario per non aver provveduto a rimuovere tale situazione, grava sull’ente proprietario della strada, che l’eccepisce, provare l’esistenza del caso fortuito, che interrompe il nesso causale tra il suo comportamento colpevole e l’evento  dannoso.

In particolare il frequente assunto difensivo delle parti convenute, secondo cui la macchia d’olio si sarebbe prodotta poco tempo prima del sinistro (così da non consentire un tempestivo intervento di rimozione della stessa o, quantomeno, di adeguata segnalazione del pericolo de quo), deve essere provato — anche per presunzioni — dall’ente proprietario ed è senz’altro smentito laddove, ad esempio, emerga che anche altri veicoli siano precedentemente sbandati in quel punto, così restando esclusa anche la fondatezza della usuale tesi difensiva (peraltro recepita dall’arresto del Trib. Catania appena sopra citato) che l’olio venga sempre assorbito velocemente dall’asfalto.

Conforme, sia pure in ambito condominiale: Cass. 20 ottobre 2005, n. 20317: «In tema di danni da cose in custodia, il profilo del comportamento del custode è estraneo alla struttura della fattispecie normativa di cui all’art. 2051 cod. civ. ed il fondamento della responsabilità è costituito dal rischio che grava sul custode per i danni prodotti dalla cosa che non dipendano da caso fortuito. Peraltro, quando la cosa svolge solo il ruolo di occasione dell’evento e rappresenta a mero tramite del danno, in concreto provocato da una causa ad essa estranea, si verifica il cosiddetto fortuito incidentale, idoneo ad interrompere il collegamento causale tra la cosa e il danno.

All’ipotesi del fortuito va ricondotto anche il caso in cui l’evento di danno sia da ascrivere esclusivamente alla condotta del danneggiato, la quale abbia interrotto il nesso eziologico tra la cosa in custodia ed il danno. (Nella specie, la S.C., rigettando sul punto il ricorso incidentale proposto dal condominio ha rilevato la correttezza della motivazione dell’impugnata sentenza, là dove, in relazione all’individuazione della responsabilità conseguente alla caduta di un terzo per effetto di una macchia di olio presente su una rampa di accesso condominiale ad un’autorimessa, aveva escluso l’incidenza causale, sulla determinazione dell’evento dannoso, della condotta dello stesso danneggiato, alla stregua della congruità dell’accertamento di fatto in base al quale era risultato che la macchia di olio non era visibile, sia perchè ricoperta da polvere, sia in quanto la rampa, in cui avvenne il sinistro, si trovava in una zona interna dell’edificio condominiale e non molto illuminata)».

La S.C. (Cass. 23 gennaio 2009, n. 1691) ha successivamente espressamente riconosciuto l’applicabilità della responsabilità da cose in custodia nell’ipotesi considerata (trattavasi per l’appunto della caduta di un motociclista causata da una macchia d’olio presente sul manto stradale di una via della capitale) evidenziando come la presunzione di responsabilità per il danno cagionato dalle cose che si hanno in custodia, stabilita dall’art. 2051 cc, è applicabile nei confronti dei Comuni, quali proprietari delle strade del demanio comunale, pur se tali beni siano oggetto di un uso generale e diretto da parte dei cittadini, qualora la loro estensione sia tale da consentire l’esercizio di un continuo ed efficace controllo che sia idoneo ad impedire l’insorgenza di cause di pericolo per i  terzi.

Sintomatica, in questo senso, ad avviso della citata pronunzia della Corte di Cassazione, deve considerarsi la circostanza che ha riguardo alla suddivisione in «zone» della manutenzione delle strade del territorio comunale.

È indubbio, infatti, che, tale «zonizzazione» comporta per il Comune, sul piano meramente fattuale, un maggiore grado di possibilità di sorveglianza e di controllo sui beni del demanio stradale, con conseguente responsabilità del Comune stesso per i danni da essi cagionati, salvo ricorso del caso fortuito. Pertanto, anche un Comune di notevolissima estensione come Roma risponde ex art. 2051 c.c. di questi sinistri anche se ha appaltato a imprese interne la manutenzione, «per zone». Né può sostenersi, ha chiarito ancora la Cassazione,  che  l’afftdamento  della  manutenzione  stradale   in   appalto  a  singole  imprese sottrarrebbe la sorveglianza ed il controllo al Comune per assegnarli all’impresa appaltatrice, che così risponderebbe direttamente in caso di inadempimento.

Quanto poi alla concorrente responsabilità dell’impresa appaltatrice, quale co-custode della strada pubblica, la stessa è stata affermata in altri arresti della S.C. (Cass. 6 luglio  2006, n. 15383; Cass. 16 maggio 2008, n. 12425), pronunzie le quali hanno sempre fatta salva l’eventuale azione di regresso dell’ente pubblico nei confronti della prima, a norma dei comuni principi sulla responsabilità solidale di cui al secondo comma dell’art. 2055 c.c., sulla base degli stessi obblighi discendenti dalla convenzione di appalto.

Non può peraltro sottacersi che la responsabilità oggettiva di cui all’art. 2051 c.c. — pur in linea di principio innegabile anche con riferimento a strade di proprietà pubblica — presenta comunque un problema di delimitazione dei rischi di cui far carico all’ente gestore e «custode», la cui soluzione va ricercata in principi non sempre coincidenti con quelli che valgono per i privati.

Le peculiarità vanno individuate non solo e non tanto nell’estensione territoriale del bene e nelle concrete possibilità di vigilanza su di esso e sul comportamento degli utenti, quanto piuttosto nella natura e nella tipologia delle cause che abbiano provocato il danno: secondo che esse siano intrinseche alla struttura del bene, sì da costituire fattori di rischio conosciuti o conoscibili a priori dal custode (quali, in materia di strade, l’usura o il dissesto del fondo stradale, la presenza di buche, la segnaletica contraddittoria o ingannevole, ecc.), o che si tratti invece di situazioni di pericolo estemporaneamente create da terzi, non conoscibili né eliminabili con immediatezza, neppure con la più diligente attività di manutenzione (perdita d’olio ad opera del veicolo di passaggio; abbandono di vetri rotti, ferri arrugginiti, rifiuti tossici od altri agenti offensivi).

Nel primo caso è agevole individuare la responsabilità ai sensi dell’art. 2051 c.c., essendo  il custode sicuramente obbligato a controllare lo stato della cosa e a mantenerla in condizioni ottimali di efficienza.

Nel secondo caso l’emergere dell’agente dannoso può considerarsi fortuito, quanto meno finché non sia trascorso il tempo ragionevolmente sufficiente perché l’ente gestore acquisisca conoscenza del pericolo venutosi a creare e possa intervenire ad eliminarlo.

I principi giurisprudenziali enunciati in precedenza stanno ad indicare, per l’appunto, la necessità di addossare al custode solo i rischi di cui egli possa essere chiamato a rispondere — tenuto conto della natura del bene e della causa del danno — sulla base dei doveri di sorveglianza e di manutenzione razionalmente esigibili, con riferimento a criteri di corretta e diligente gestione. Sotto il profilo sistematico la suddetta selezione dei rischi va compiuta — più che delimitando in astratto l’applicabilità dell’art. 2051 c.c. in relazione al carattere demaniale del bene — tramite una più ampia ed elastica applicazione della nozione di caso fortuito.

Con riguardo ai beni demaniali, cioè, si presenterà presumibilmente più spesso l’occasione di qualificare come fortuito il fattore di pericolo creato occasionalmente da terzi, che abbia esplicato le sue potenzialità offensive prima che fosse ragionevolmente esigibile l’intervento riparatore dell’ente custode (così Cass. 6 giugno 2008, n. 15042). Invero il caso della macchia d’olio è emblematico della situazione consentendo di qualificare come fortuito il fattore di pericolo creato occasionalmente da terzi tutte le volte che esso abbia esplicato la sua potenzialità offensiva prima che fosse ragionevolmente esigibile l’intervento riparatore dell’ente custode (cfr.  Cass. n.    10643/2012).

L’impostazione risulta in linea, fra l’altro, con il principio giurisprudenziale già più volte richiamato, per cui l’onere di fornire la prova delle circostanze idonee ad esimere dalla responsabilità di cui all’art. 2051 cod. civ. grava sull’ente pubblico (Cass., 1 ottobre 2004 n. 19653). Tale infatti è il principio in vigore con riguardo alla prova del caso fortuito.

Conforme: Cass. 12 marzo 2013, n. 6101

«La responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia opera anche per la P.A. in relazione ai beni demaniali, con riguardo, tuttavia, alla causa concreta del danno, rimanendo l’amministrazione liberata dalla medesima responsabilità ove dimostri che l’evento sia stato determinato da cause estrinseche ed estemporanee create da terzi, non conoscibili né eliminabili con immediatezza, neppure con la più diligente attività di manutenzione, ovvero da una situazione (nella specie, una macchia d’olio, presente sulla pavimentazione stradale, che aveva provocato la rovinosa caduta di un motociclista) la quale imponga di qualificare come fortuito il fattore di pericolo, avendo esso esplicato la sua potenzialità offensiva prima che fosse ragionevolmente esigibile l’intervento riparatore dell’ente custode».

Si tratta di svolta ben accolta dai primi commentatori del nuovo assetto giurisprudenziale (Palmieri), i quali evidenziano il totale superamento del privilegio in passato accordato alla pubblica amministrazione in ragione della non sussumibilità delle fattispecie dannose nell’ambito applicativo dell’art. 2051  c.c.

Essi al contempo segnalano al prosieguo del dibattito critico che la Cassazione, pur riaffermando la natura oggettiva della responsabilità in discorso, ha posto l’accento, ai fini dell’enucleazione del caso fortuito, sulla condotta diligente o meno dell’attività manutentiva della cosa pubblica, così da evocare però ancora una volta l’elemento soggettivo della colpa.

Secondo l’orientamento di legittimità più recente, poiché è configurabile la possibilità di controllo effettivo nel caso della strada facente parte del demanio stradale, trova applicazione la presunzione di cui all’art. 2051 c.c. anche con riferimento ad incidenti dovuti a macchie d’olio presenti sul manto stradale. Rimane tuttavia in facoltà dell’ente proprietario (e/o gestore) della strada (di) provare l’esistenza del caso fortuito che interrompe il nesso causale tra il suo comportamento colpevole e l’evento dannoso (es. provando — anche in via presuntiva — che la macchia d’olio si sia formata poco tempo prima del sinistro o che, comunque, abbia concretamente e diligentemente esercitato un penetrante e costante controllo sulla percorribilità in condizioni di sicurezza della strada con conseguente irresponsabilità per i danni provocati da una repentina e incontrollabile alterazione dello stato del manto stradale).

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