Professionisti Incidente: se cade la strada chi risarcisce i danni?

Professionisti Pubblicato il 27 gennaio 2017

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Che prevede la legge in caso di incidente occorso ad un veicolo per il dedotto cedimento del manto stradale al passaggio dello stesso?

Il caso proposto è stato sottoposto al vaglio anche del giudice di legittimità, il quale ha cassato la pronuncia gravata che aveva rigettato la domanda per la mancanza di prova della formazione dell’avvallamento proprio all’atto del passaggio del pesante veicolo (si trattava nella specie di un trattore agricolo. Il giudice di merito, segnatamente, non aveva escluso che l’avvallamento in cui era caduto il trattore potesse preesistere al suo passaggio e fosse anche visibile nella logica giuridica tradizionale della cd. insidia e trabocchetto.

Orbene la Suprema Corte (Cass. 25 luglio 2008, n. 20427) — con una pronuncia sicuramente innovativa anche se non isolata (Cass. 6 giugno 2008, n. 15042 già più volte citata) — ha al riguardo in primo luogo evidenziato che la giurisprudenza di legittimità ha per lungo tempo ritenuto che la responsabilità per danni cagionati da cosa in custodia, ex art. 2051  c.c.,  ha  base:

—     nell’essersi il danno verificato nell’ambito del dinamismo connaturato alla cosa o dallo sviluppo di un agente dannoso sorto nella  cosa;

—     nella esistenza di un effettivo potere fisico di un soggetto sulla cosa, al quale potere fisico inerisce il dovere di custodire la cosa stessa, cioè di vigilarla e di mantenerne il controllo, in modo da impedire che produca danni a  terzi.

In applicazione di tali principi, giusta una risalente giurisprudenza, con riguardo a danni subiti da utenti di strade aperte al pubblico transito, anche se, eventualmente, a pagamento, non trovava applicazione la responsabilità per danni cagionati da cose in custodia ex art. 2051 c.c. nei confronti della pubblica amministrazione, proprietaria della strada (ovvero, in caso di strade a pagamento, del concessionario della medesima), trattandosi di beni la cui estensione non consente una vigilanza ed un controllo idonei ad evitare l’insorgenza di situazioni di pericolo.

Si  afferma, pertanto:

—     da un lato, che il danneggiato può agire per il risarcimento soltanto in base al principio del neminem laedere sancito dall’art. 2043 c.c., alla cui stregua l’ente proprietario della strada aperta al pubblico transito è tenuto a far sì che essa non presenti per l’utente una situazione di pericolo occulto (cosiddetta insidia o trabocchetto), caratterizzata congiuntamente dall’elemento obiettivo della non visibilità e da quello subiettivo della non prevedibilità dell’evento (in questo senso, tra le tantissime, ad esempio, Cass. 4  dicembre  1998,  n.  12314,  nonché  Cass.  7  ottobre  1998,  n.  9915;  Cass.  25   giugno 1997, n. 5670; Cass., sez, un., 23 aprile 1997, n. 3567; Cass. 28 aprile 1997, n. 3630);

—     dall’altro, che la parte danneggiata, in presenza di un fatto storico qualificabile come illecito ai sensi dell’art. 2043 c.c., ha l’onere della prova degli elementi costitutivi di tale fatto, e, per l’effetto, della esistenza dell’insidia non visibile e non prevedibile, del nesso di causalità, del danno ingiusto e della imputabilità soggettiva, mentre l’ente pubblico, preposto alla sicurezza degli utenti della strada e detentore del dovere di vigilanza sulle modalità di realizzazione e di conservazione della strada, ha l’onere di dimostrare o il concorso di colpa dell’utente, o la presenza di un caso fortuito che interrompe la relazione di causalità tra l’evento ed il comportamento colposamente omissivo dell’ente stesso (In questa ottica ad esempio, Cass. 6 luglio 2006, n. 15383; Cass. 30 luglio 2002,  n.  11250;  Cass.  24  gennaio  1995,  n.   809).

A fronte del suddetto orientamento giurisprudenziale tradizionale, che individua nell’art. 2051 c.c. un caso di presunzione di colpa, per cui il fondamento della responsabilità sarebbe pur sempre il fatto imputabile dell’uomo (nella specie del custode), che è venuto meno al suo dovere di controllo e vigilanza perché la cosa non produca danni a terzi, la maggioranza della dottrina recente e la più attenta giurisprudenza della Corte regolatrice ritiene che il comportamento del responsabile è estraneo alla fattispecie e fa quindi giustizia di quei modelli di ragionamento che si limitano ad accertare la colpa del custode, sia essa presunta o meno, parlando in proposito di caso di responsabilità  oggettiva.

La responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia — pertanto, si afferma — ha carattere oggettivo e, perché possa configurarsi in concreto, è sufficiente che sussista il nesso causale tra la cosa in custodia e il danno arrecato, senza che rilevi al riguardo la condotta del custode e l’osservanza o meno di un obbligo di vigilanza, in quanto la nozione di custodia nel caso rilevante non presuppone né implica uno specifico obbligo di custodire analogo a quello previsto per il depositario, e funzione della norma è, d’altro canto, quella di imputare la responsabilità a chi si trova nelle condizioni di controllare i rischi inerenti alla cosa, dovendo pertanto considerarsi custode chi di fatto ne controlla le modalità d’uso e di conservazione, e non necessariamente il proprietario o chi si trova con essa in relazione diretta.

Deriva da quanto precede che tale tipo di responsabilità è esclusa solamente dal caso fortuito, fattore che attiene non già ad un comportamento del responsabile bensì al profilo causale dell’evento, riconducibile non alla cosa che ne è fonte immediata ma ad un elemento esterno, recante i caratteri dell’imprevedibilità e dell’inevitabilità, a nulla viceversa rilevando che il danno risulti causato da anomalie o vizi insorti nella cosa prima dell’inizio del rapporto di custodia (In questo senso, ampiamente, da ultimo, Cass. 19 febbraio 2008, n. 4279, nonché tra le altre, Cass. 10 marzo 2005, n. 5326; Cass. 10 agosto 2004,  n.  15429). Pertanto, atteso che la responsabilità per danni ha natura oggettiva, in quanto si fonda sul mero rapporto di custodia, cioè sulla relazione intercorrente fra la cosa dannosa e colui il quale ha l’effettivo potere su di essa (come il proprietario, il possessore o anche il detentore) e non sulla presunzione di colpa, restando estraneo alla fattispecie il comportamento tenuto dal custode, deve concludersi che perché sorga la responsabilità del «custode» occorre, da un lato, che il danno sia prodotto nell’ambito del dinamismo connaturale del bene, o per l’insorgenza in esso di un processo dannoso, ancorché provocato da elementi esterni, e, dall’altro, che la cosa, pur combinandosi con l’elemento esterno, costituisca    la causa o la concausa del   danno.

L’attore, pertanto, deve offrire la prova del nesso causale fra la cosa in custodia e l’evento lesivo nonché dell’esistenza di un rapporto di custodia relativamente alla cosa, mentre il convenuto deve dimostrare la esistenza di un fattore estraneo che, per il carattere dell’imprevedibilità e dell’eccezionalità, sia idoneo ad interrompere il nesso di causalità, cioè il «caso fortuito», in presenza del quale è esclusa la responsabilità del custode (Cass. 29 novembre  2006,  n.  25243).

«Caso fortuito» che deve essere inteso nel senso più ampio, comprensivo del fatto del terzo e del fatto dello stesso danneggiato, purché detto fatto costituisca la causa esclusiva del danno  (Cass.  19  febbraio  2008,  n.  4279;  Cass.  10  marzo  2005,  n.  5326;  Cass.  28  ottobre 1995, n. 11264; Cass. 26 febbraio 1994, n. 1947).

Applicando i riferiti principi ai danni causati da bene in custodia della Pubblica Amministrazione e in uso alla generalità, la più recente giurisprudenza di legittimità ha evidenziato che il giudice, ai fini dell’imputabilità delle conseguenze del fatto dannoso, non può arrestarsi di fronte alla natura giuridica del bene o al regime o alle modalità di uso dello stesso da parte del pubblico, ma è tenuto ad accertare, in base agli elementi acquisiti al processo, se la situazione di fatto che la cosa è venuta a presentare e nel cui ambito ha avuto origine l’evenienza che ha prodotto il danno, sia o meno riconducibile alla fattispecie della relativa custodia da parte dell’ente pubblico.

Ove tale accertamento risulti compiuto con esito positivo, la domanda di risarcimento va giudicata in base all’applicazione della responsabilità da cosa in custodia, dovendo valutarsi anche l’eventuale concorso di colpa del danneggiato ai sensi dell’art. 1227 c.c.

Conforme: Cass., 8 agosto 2007, n. 17377

«In materia di responsabilità da cosa in custodia, sempre che questa non sia esclusa dall’oggettiva impossibilità per l’ente pubblico proprietario o gestore di esercitare sul bene quel potere di governo in cui si estrinseca la custodia, il giudice, ai fini dell’imputabilità delle conseguenze del fatto dannoso, non può arrestarsi di fronte alla natura giuridica del bene o al regime o alle modalità di uso dello stesso da parte del pubblico, ma è tenuto ad accertare, in base agli elementi acquisiti al processo, se la situazione di fatto che la cosa è venuta a presentare e nel cui ambito ha avuto origine l’evenienza che ha prodotto il danno, sia o meno riconducibile alla fattispecie della relativa custodia da parte dell’ente pubblico. Ove tale accertamento risulti compiuto con esito positivo, la domanda di risarcimento va giudicata in base all’applicazione della responsabilità da cosa in custodia, dovendo valutarsi anche l’eventuale concorso di colpa del danneggiato ai sensi dell’art. 1227 c.c. (Nella specie la S.C. ha cassato con rinvio la decisione del giudice di merito che si era arrestata alla considerazione che l’incidente stradale sarebbe stato causato dall’eccessiva velocità mantenuta dal conducente, senza valutare la situazione in concreto del «guard-rail» e della sua conformazione e se la stessa richiedesse l’apprestamento di soluzioni idonee ad evitare, in caso di fuoriuscita di un veicolo, il verificarsi di danni alla persona)».

Non diversamente, in altra occasione, si è osservato che la responsabilità civile da custodia ex art. 2051 c.c. non rimane in modo automatico esclusa in ragione dell’estensione della rete viaria e dell’uso da parte della collettività, che costituiscono meri indici dell’impossibilità di un concreto esercizio dei poteri di relativo controllo e di vigilanza, la cui ricorrenza va verificata caso per caso dal giudice del merito, giacché, laddove l’esercizio ne risulti in concreto impossibile rimane esclusa la sussistenza dello stesso rapporto di custodia, e, conseguentemente, la configurabilità della relativa responsabilità.

Conforme: Cass., 26 settembre 2006, n. 20823

«La responsabilità civile da custodia ex art. 2051 cod. civ. non rimane in modo automatico esclusa in ragione dell’estensione della rete viaria e dell’uso da parte della collettività, che costituiscono meri indici dell’impossibilità di un concreto esercizio dei poteri di relativo controllo e di vigilanza, la cui ricorrenza va verificata caso per caso dal giudice del merito, giacché, laddove l’esercizio ne risulti in concreto impossibile rimane esclusa la sussistenza dello stesso rapporto di custodia, e, conseguentemente, la configurabilità della relativa responsabilità. (Nell’affermare il suindicato principio la S.C. ha cassato la sentenza della corte di merito, che aveva fatto discendere l’inapplicabilità dell’art. 2051 cod. civ. automaticamente dalla notevole estensione della rete viaria di Anzio, ponendo al riguardo ulteriormente in rilievo che localizzazione della strada all’interno della pavimentazione del centro abitato — art. 41 quinquies legge n. 1150 del 1942, e succ. modif. — è indice della possibilità di vigilanza e controllo costante su di essa da parte del Comune)».

In sintesi, deve ritenersi che agli enti pubblici proprietari di strade aperte al pubblico transito in linea generale, è applicabile l’art. 2051 c.c., in riferimento alle situazioni di pericolo immanentemente connesse alla struttura o alle pertinenze della strada, essendo peraltro configurabile il caso fortuito in relazione a quelle provocate dagli stessi utenti, ovvero da una repentina e non specificamente prevedibile alterazione dello stato della cosa che, nonostante l’attività di controllo e la diligenza impiegata allo scopo di garantire un intervento tempestivo, non possa essere rimossa o segnalata, per difetto del tempo strettamente necessario a provvedere (Cass. 2 febbraio 2007, n. 2308).

Conforme: Cass., 29 marzo 2007, n. 7763

«Ai proprietari, o concessionari, delle autostrade previste dall’art. 2 del vecchio e del nuovo codice della strada (d.P.R. 15 giugno 1959, n. 393; d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285), in considerazione della possibilità di svolgere un’adeguata attività di vigilanza, che sia in grado di impedire l’insorgere di cause di pericolo per gli utenti, in linea generale, è applicabile l’art. 2051 cod.civ., in riferimento alle situazioni di pericolo immanentemente connesse alla struttura o alle pertinenze dell’autostrada, essendo peraltro configurabile il caso fortuito in relazione a quelle provocate dagli stessi utenti, ovvero da una repentina e non specificamente prevedibile alterazione dello stato della cosa che, nonostante l’attività di controllo e la diligenza impiegata allo scopo di garantire un intervento tempestivo, non possa essere rimossa o segnalata, per difetto del tempo strettamente necessario a provvedere. (Nella specie – immissione improvvisa di un cane nella carreggiata autostradale e scontro con un’autovettura -, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva ritenuto applicabile l’art. 2043 cod. civ., escludendo l’applicabilità dell’art. 2051 cod. civ. ed il nesso di causalità fra la condotta della concessionaria e l’evento infortunistico)».

In altri termini, sulla scorta della nuova impostazione proposta, deve ritenersi superata la giurisprudenza di legittimità che – sul presupposto che l’art. 2051 c.c. prevede una presunzione di responsabilità del custode – afferma che l’art. 2051 c.c. è applicabile nei confronti della P.A. per le categorie di beni demaniali quali le strade pubbliche solamente quando, per le ridotte dimensioni, ne è possibile un efficace controllo ed una costante vigilanza da parte della P.A., tale da impedire l’insorgenza di cause di pericolo per gli utenti (Cass. 26 settembre 2006, n. 20827; Cass. 12 luglio 2006, n. 15779; Cass. 6 luglio 2006, n. 15383). Deve affermarsi, in particolare, il diverso principio secondo cui la responsabilità da cosa in custodia presuppone che il soggetto cui la si imputa abbia con la cosa un rapporto definibile come di custodia.

Perché questo rapporto ci sia è necessario che il soggetto abbia e sia in grado di esplicare riguardo alla cosa un potere di sorveglianza, il potere di modificarne lo stato e quello di escludere che altri vi apporti modifiche.

Ora, passando all’ente pubblico e alle strade aperte al traffico, è certo che l’ente proprietario si trova in questa situazione.

In particolare, una volta accertato che il fatto dannoso si è verificato a causa di una anomalia della strada stessa (e l’onere probatorio di tale dimostrazione grava, palesemente, sul danneggiato), è comunque configurabile la responsabilità dell’ente pubblico custode, salvo che questo ultimo non dimostri di non avere potuto far nulla per evitare il danno. L’ente proprietario, non può far nulla quando la situazione che provoca il danno si determina non come conseguenza di un precedente difetto di diligenza nella sorveglianza della strada, ma in maniera improvvisa atteso che solo questa ultima (al pari della eventuale colpa esclusiva dello stesso danneggiato in ordine al verificarsi del fatto) integra il caso fortuito previsto dall’art. 2051 c.c. quale scriminante della responsabilità del  custode.

Atteso quanto sin qui argomentato è evidente — come anticipato sopra — che, essendo incontroverso che il trattore fosse sprofondato in un avvallamento della strada di proprietà comunale, e non essendovi tuttavia prove in ordine al fatto che il manto stradale fosse crollato a causa del peso del trattore, non potendosi escludere, al contrario, che l’avvallamento esistesse già prima e che nonostante fosse ben visibile il conducente non lo avesse evitato, la domanda avrebbe dovuto essere accolta — facendo applicazione dell’art. 2051 c..c e non già dell’art. 2043 c.c. — ridondando le carenze probatorie appena evidenziate sulla P.A. proprietaria — custode della strada per mancanza di prova del caso   fortuito.

Una volta accertato che il fatto dannoso si è verificato a causa di una anomalia della strada stessa (e l’onere probatorio di tale dimostrazione grava, palesemente, sul danneggiato), è comunque configurabile la responsabilità dell’ente pubblico custode, salvo che questo ultimo non dimostri di non avere potuto far nulla per evitare il danno.

L’ente proprietario, non può far nulla quando la situazione che provoca il danno si determina non come conseguenza di un precedente difetto di diligenza nella sorveglianza della strada ma in maniera improvvisa atteso che solo questa ultima (al pari della eventuale colpa esclusiva dello stesso danneggiato in ordine al verificarsi del fatto) integra il caso fortuito previsto dall’art. 2051 c.c. quale scriminante della responsabilità del custode.


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