Professionisti Danni all’auto impantanata in una pozzanghera nel sottopassaggio

Professionisti Pubblicato il 28 gennaio 2017

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Qual è il titolo di responsabilità in caso di danni all’autovettura che si sia impantanata in un sottopasso dove si era formata una pozzanghera d’acqua?

Secondo l’impostazione tradizionale ove una strada sia conformata in modo da ostacolare il deflusso delle acque meteoriche, e per conseguenza l’accumulo idrico derivante da una pioggia molto intensa abbia determinato un allagamento, l’ente proprietario ne risponde già a norma dell’art. 2043 c.c., senza necessità di invocare l’art. 2051 c.c., sia per l’erronea realizzazione della sede stradale sia per l’omissione di successivi interventi idonei a rimediare alla irregolare situazione dei luoghi (Cass. 27 dicembre 1995, n. 13114 relativa ad un caso di allagamento di un deposito privato con consequenziale danneggiamento delle merci ivi custodite causato da un avvallamento stradale proprio in corrispondenza del deposito, il cui pavimento era ad una quota solo di poco superiore al corrispondente punto di colmo).

Nota bene

La giurisprudenza tradizionale ritiene che la condizione di allagamento del manto stradale, costituisca in ogni caso quanto meno una situazione di insidia stradale non visibile e non percepibile facendo ricadere sull’ente proprietario della strada la responsabilità in relazione alla non segnalazione di pericolo o alla mancata chiusura della strada, atteso che, non tutti i tipi di allagamento impediscono la percorribilità di una strada, impedendo cioè ai veicoli di transitare regolarmente; il fatto determinante è la reale valutazione della profondità dell’acqua, essendo impossibile, per chi percorre una strada, prevedere tale profondità in quanto sussiste invece una ragionevole garanzia che essa non sia talmente profonda da ostacolare il regolare transito, tenendo conto anche dell’adeguata struttura di deflusso di cui ogni strada dovrebbe essere dotata (Trib. Brindisi, 24 marzo 2003).

Con successive pronunce sul punto (Cass. 6 luglio 2006, n. 15383;  Cass.  20  febbraio 2006, n. 3651), la Corte di legittimità, mutando l’orientamento predominante che affermava la responsabilità della P.A.  solo in base all’art. 2043 c.c. e, nei casi di danni riportati dall’utente stradale, solo in presenza di insidia non visibile e non prevedibile, ritenendo di dover riesaminare il tipo di responsabilità in questione ha evidenziato come limitare aprioristicamente la responsabilità della P.A. per danni subiti agli utenti dei beni demaniali alle sole ipotesi della presenza di insidia e trabocchetto, non trova alcuna base normativa con indubbia posizione di privilegio per la P.A. (in questo senso già Cass. 14 marzo 2006 n. 5445) pertanto non può escludersi che possa individuarsi nella singola fattispecie anche un diverso comportamento colposo della   P.A.

Partendo, quindi, dall’adesione della configurazione della responsabilità ex art. 2051 c.c., non più come basata su di una presunzione di colpa e quindi su di un fatto imputabile all’uomo, ossia il custode, che era venuto meno al suo dovere di controllo e vigilanza, bensì come responsabilità oggettiva basata sul nesso causale tra la cosa in custodia e il danno arrecato senza che rilevi al riguardo la condotta del custode e l’osservanza o meno di un obbligo di vigilanza, atteso che, funzione della norma è quella di imputare la responsabilità a chi si trova nelle condizioni di controllare i rischi inerenti alla cosa a prescindere da un comportamento poco diligente o meno, la giurisprudenza ha quindi riconosciuto la  responsabilità del Comune ai sensi dell’art. 2051 c.c. quale custode della strada, non potendosi astrattamente escludersi anche per la p.a. tale ipotesi di responsabilità.

Perché tale fattispecie possa configurarsi in concreto è quindi sufficiente che sussista il nesso causale tra la cosa in custodia e il danno arrecato e, causa di esclusione di tale responsabilità è il caso fortuito, fattore che attiene non già ad un comportamento del responsabile bensì al profilo causale dell’evento recante i caratteri dell’oggettiva imprevedibilità ed inevitabilità e che può essere costituito anche dal fatto del terzo o dello stesso  danneggiante.

Conforme: Trib. Roma, 2 dicembre 2003

«La società proprietaria dell’autostrada è responsabile ai sensi dell’art. 2051 c.c. dei danni subiti dall’utente dell’autostrada medesima che abbia perso il controllo del veicolo a causa della presenza sulla sede autostradale di una pozza d’acqua, allorquando tale situazione di pericolo si collochi all’interno di una galleria e subito dopo una curva».

Va tuttavia precisato che secondo alcuni arresti per gli enti pubblici la presunzione di responsabilità non si applica per danni subiti dagli utenti di beni demaniali (nella fattispecie: demanio stradale) ogni qualvolta sul bene demaniale, per le sue caratteristiche, non sia possibile esercitare la custodia, intesa quale potere di fatto sulla stessa. L’estensione del bene demaniale e l’utilizzazione generale e diretta dello stesso da parte di terzi, sono solo figure sintomatiche dell’impossibilità della custodia da parte della p.a. mentre elemento sintomatico della possibilità di custodia del bene del demanio stradale comunale è che la strada, dal cui difetto di manutenzione è stato causato un danno, si trovi nel perimetro urbano delimitato dallo stesso Comune, pur dovendo dette circostanze, proprio perché solo sintomatiche, essere vagliate in  concreto.

Ne consegue che solo ove non sia possibile applicare la disciplina della responsabilità ex art. 2051 c.c. per  l’impossibilità  in  concreto  dell’effettiva  custodia  del  bene  demaniale, l’ente pubblico risponde dei danni da detti beni, subiti dall’utente, secondo la regola generale dettata dall’art. 2043 c.c. In entrambe le ipotesi può inoltre rilevare il fatto colposo del soggetto danneggiato come idoneo ad interrompere il nesso eziologico tra la causa del danno e il danno stesso integrando, altrimenti, un concorso di colpa ai sensi dell’art.1227 c.c. comma 1, con conseguente diminuzione di responsabilità del danneggiante in proporzione all’incidenza causale del comportamento del  danneggiato.

Trova applicazione l’art. 2051 c.c, con la conseguenza che il danneggiato è tenuto a provare il nesso causale tra il danno subìto e l’anomalia stradale (consistente ad esempio nel cattivo funzionamento delle griglie necessarie per far defluire l’acqua), di modo che, laddove non possa addebitarsi al danneggiato alcunché che possa ridurre o escludere la responsabilità dell’attore (atteso ad esempio che lo stesso non aveva motivo di evitare di passare dalla strada in questione che al momento risultava liberamente transitabile), in mancanza di prova della forza maggiore (derivante ad esempio dall’eccezionalità del fenomeno meteorico), non resta che riconoscere la fondatezza della pretesa risarcitoria.


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