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Lo sai che? Posso riprendere le finestre dei vicini?

Lo sai che? Pubblicato il 20 febbraio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 20 febbraio 2017

Posso istallare una videocamera per riprendere gli affacci esterni delle finestre, inquadrati dal basso, visti solo dall’esterno? E se incaricassi un investigatore?

Se nel caso in questione i balconi dei condomini affacciassero effettivamente sulla pubblica via (e non fossero balconi con affaccio su un cortile interno) e le riprese di videosorveglianza fossero effettuate riprendendo il balcone senza alcuna intrusione nella parte interna del medesimo, l’installazione e l’effettuazione delle riprese non richiederebbe alcuna autorizzazione preventiva né il rispetto delle norme sulla privacy.

In ogni caso, il Garante della Privacy  [1] ha fissato due principi fondamentali per poter configurare come lecita l’installazione di un impianto di videosorveglianza: il principio di necessità e quello di proporzionalità.

Secondo il primo, il sistema di videosorveglianza deve essere configurato al fine di ridurre al minimo l’utilizzazione di dati personali, mentre secondo il principio di proporzionalità, l’impianto di videosorveglianza può essere attivato solo quando altre misure siano ragionevolmente insufficienti o inattuabili.

Sulla questione dell’eventuale reato che si potrebbe commettere, la Corte di Cassazione ha chiaramente stabilito che non commette il reato di cui interferenze illecite nella vita privata il condomino che installi, per motivi di sicurezza, alcune telecamere per visionare le aree comuni dell’edificio (come un vialetto e l’ingresso comune dell’edificio), anche se tali riprese sono effettuate contro la volontà dei condomini, specie se i condomini stessi siano a conoscenza dell’esistenza delle telecamere e possano visionare in ogni momento le riprese; motivo per cui queste ultime non siano neppure idonee a cogliere di sorpresa gli altri condomini in momenti in cui possano credere di non essere osservati [2]. Per maggiore completezza la Corte di Cassazione ha precisato che il suddetto reato si configura quando concorrono due elementi:

1) l’indebita interferenza nell’abitazione altrui o in un altro luogo di privata dimora realizzata con telecamere e

2) l’attinenza delle notizie o immagini alla vita privata che si svolge in quei luoghi.

In assenza di uno di questi requisiti, non c’è reato.

Quanto all’utilizzabilità di eventuali prove raccolte con le riprese di videosorveglianza la Corte di Cassazione consente tale utilizzo [3]. Più nel dettaglio, il limitato raggio d’azione della ripresa, la non diffusione dei dati personali raccolti, la non sistematicità della raccolta stessa, sono tutte caratteristiche che consentono di inquadrare le videoriprese in questione, piuttosto, nell’ambito di quelle eseguite da persone fisiche che sono comunque tenute a rispettare le disposizioni del codice della privacy secondo cui non devono essere cagionati danni ai soggetti ripresi e devono essere rispettati degli standard di sicurezza dei dati raccolti.

Nel caso in esame, la videoripresa risulta finalizzata ad un uso personale e non anche divulgativo di un soggetto persona fisica e la videocamera può essere considerata uno strumento del titolare del diritto, in un atto di esercizio dello stesso.

Dalle considerazioni svolte si evince che questi  filmati  ben possono considerarsi  prove, di cui l’offeso dispone a fondamento delle accuse che muove nei confronti delle persone riprese.

Grazie a questo iter logico la Corte di Cassazione ha, per esempio, sostenuto, prima ancora del 2013, la funzione probatoria delle immagini registrate da una telecamera installata all’interno di un appartamento, a patto che l’area interessata dalle riprese non rientri nella sfera di privata dimora di un singolo soggetto [4]. Quanto al possibile incarico dato ad un investigatore privato, si tenga presente che l’incarico è senz’altro lecito, ma che ogni investigatore privato è tenuto al rispetto del Codice di Deontologia e Buona Condotta [5] e ad un Codice Privacy. L’investigatore privato può trattare i dati di un soggetto senza chiederne il consenso a patto che sia stato precedentemente sottoscritto apposito atto d’incarico da un committente con il  fine di esercitare in sede giudiziale e/o giudiziale un proprio diritto. Nell’atto di incarico è indispensabile specificare il motivo per cui il committente richiede un servizio investigativo, elencare i principali elementi che giustificano l’investigazione e, non da ultimo, il tempo ragionevole entro il quale la ricerca dovrebbe concludersi.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Angelo Forte 

note

[1] Con il provvedimento generale 08.04.2010, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 99 del 29.04.2010.

[2] Cass. sent. n. 44156 del 26.11.2008.

[3] Cass. sent. n. 6812 del 12.02.2013.

[4] Cass. sent. n. 22602 del 2008.

[5] Artt. 12 e 135 d.lgs. n. 196 del 30.06.2003.


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