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Lo sai che? Verifiche fiscali: legittimo l’accertamento prima dei 60 giorni?

Lo sai che? Pubblicato il 2 febbraio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 2 febbraio 2017

In mancanza di accessi, ispezioni e verifiche fiscali nei locali destinati all’esercizio dell’attività commerciale o professionale del contribuente, l’Amministrazione finanziaria non deve attendere il termine di 60 giorni prima di emettere l’avviso di accertamento.

Qualora non vi siano stati accessi, ispezioni e verifiche della Guardia di Finanza nei locali destinati all’esercizio dell’attività commerciale o professionale del contribuente, ma solo controlli documentali, l’Agenzia delle Entrate può notificare l’avviso di accertamento senza dover rispettare il termine di 60 giorni previsto dallo Statuto del contribuente.

È quanto affermato da una recente sentenza della Cassazione [1].

La legge [2] stabilisce che tutti gli accessi, ispezioni e verifiche fiscali nei locali destinati all’esercizio di attività commerciali, industriali, agricole, artistiche o professionali sono effettuati sulla base di esigenze effettive di indagine e controllo sul luogo. Essi si svolgono, salvo casi eccezionali e urgenti adeguatamente documentati, durante l’orario ordinario di esercizio delle attività e con modalità tali da arrecare la minore turbativa possibile allo svolgimento delle attività stesse nonché alle relazioni commerciali o professionali del contribuente.
Dopo il rilascio della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni da parte degli organi di controllo, il contribuente può comunicare entro 60 giorni osservazioni e richieste che sono valutate dagli uffici impositori.

Proprio per assicurare il diritto di difesa del contribuente e garantire il contraddittorio, l’avviso di accertamento non può essere emanato prima della scadenza del predetto termine di 60 giorni, salvo casi di particolare e motivata urgenza.

L’avviso di accertamento emesso prima dei 60 giorni, salvo che ricorrano specifiche ragioni di urgenza, è illegittimo poiché detto termine è posto a garanzia del pieno dispiegarsi del contraddittorio procedimentale, il quale costituisce primaria espressione dei principi, di derivazione costituzionale, di collaborazione e buona fede tra amministrazione e contribuente ed è diretto al migliore e più efficace esercizio della potestà impositiva [3].

La Cassazione ha però precisato che l’obbligo di rispettare il termine di 60 giorni, a pena di nullità dell’avviso di accertamento, vale soltanto in caso di ispezione, verifica o accesso presso la sede o i locali ove è esercitata l’attività d’impresa o professionale. Esso non sussiste, invece, quando la verifica fiscale è stata solo documentale da parte dell’ufficio, senza alcun accesso o ispezione nei locali destinati all’esercizio dell’attività.

Dunque, in mancanza di accesso ai luoghi di esercizio dell’attività commerciale o professionale, l’avviso di accertamento è legittimo se notificato prima dei 60 giorni dalla chiusura delle operazioni di verifica documentale.

note

[1] Cass. sent. n. 724 del 13.01.2017.

[2] Art. 12 L. n. 212/2000.

[3] Cass. Sez. Unite sent. n. 18184/13.

Corte di Cassazione

Sentenza n. 724 del 13.01.2017

La Guardia di Finanza, a seguito di verifica presso la sede della “S.”, in data 10.3.2004, in ordine ad operazioni doganali, redasse verbale di constatazione ritenendo che il recupero del tributo fosse prescritto.

Successivamente, la g.d.f., ritenendo che quanto precedentemente riscontrato potesse configurare il reato di contrabbando, redasse nuovo verbale effettuando un riscontro delle fatture rinvenute presso la società con le movimentazioni bancarie, cui seguì la rettifica delle dichiarazioni doganali effettuata dall’ufficio e il relativo verbale del 30.10.07 di accertamento di tributi, relativamente alle operazioni eseguite dalla “S.I.” s.p.a., quale rappresentante della “S.”.

La “S.I.” s.p.a. impugnò, con distinti ricorsi, i suddetti atti, sostenendo la violazione dell’art. 12, comma 7, della legge n. 212/2000, e formulando altri motivi; si costituì l’ufficio, con controdeduzioni.

La CTP riuniti i giudizi, rigettò i ricorsi con sentenza che confermò le motivazioni addotte negli atti impugnati; La suddetta società propose appello, accolto con sentenza della CTR, sulla base della sola assorbente motivazione afferente alla violazione del predetto art. 12, in quanto l’avviso di rettifica era stato notificato prima della scadenza del termine di 60 gg. dalla redazione del verbale, prevista dalla norma.

Avverso tale sentenza l’agenzia delle entrate ha proposto ricorso per cassazione, formulando un unico motivo afferente alla violazione e falsa applicazione del predetto art. 12, in relazione all’art. 360, n.3, c.p.c.

Resiste la “S.I.” s.p.a., depositando controricorso ed eccependo l’inammissibilità e l’infondatezza dell’unico motivo di ricorso e, in subordine, il rinvio della causa ad altra sezione della CTR anche per l’esame degli altri motivi d’appello non trattati nella sentenza impugnata.

Con l’unico motivo del ricorso, l’agenzia delle entrate ha denunciato la violazione e falsa applicazione degli artt. 10 e 12, c. 7°, della legge n. 212/2000, in relazione all’art. 360, n.3, c.p.c., assumendo che: la CTR non aveva considerato che il suddetto art. 12 era norma applicabile solo al contribuente sottoposto a verifiche fiscali con accesso nei luoghi destinati all’esercizio di attività commerciali e industriali, ma non alle verifiche contabili effettuate direttamente in ufficio, senza contraddittorio con il contribuente; l’eventuale violazione del detto art. 12 non avrebbe comunque comportato la nullità dell’avviso di rettifica e di quello relativo all’applicazione della sanzione; nel caso concreto era applicabile l’art. 21 octies della legge n. 241/90.

Anzitutto, va rilevato che l’eccezione d’inammissibilità del ricorso è stata formulata genericamente, senza alcuna esplicitazione di motivi specifici, per cui essa va respinta.

Il ricorso è fondato, in quanto l’art. 12, comma 7°, presuppone l’ispezione, verifica o accesso presso la sede o i locali ove è esercitata l’attività d’impresa o professionale, mentre nella fattispecie è indubbio che ciò non si sia verificato, trattandosi di verifica documentale da parte dell’ufficio.

La sentenza impugnata non ha correttamente applicato la suddetta norma, interpretandola prescindendo del tutto dalla questione del carattere documentale, o meno, della verifica in questione.

Non presenta pregio l’eccezione della società controricorrente, secondo cui l’inosservanza del termine di sessanta giorni di cui al 7° comma dell’art. 12 comporterebbe in ogni caso la nullità, qualunque sia la natura dell’accertamento.

Invece, la Corte ritiene di dare continuità al consolidato orientamento secondo cui, in tema di diritti e garanzie del contribuente sottoposto a verifiche fiscali, l’art. 12, comma 7, della legge 27 luglio 2000, n. 212 deve essere interpretato nel senso che l’inosservanza del termine dilatorio di sessanta giorni per l’emanazione dell’avviso di accertamento – termine decorrente dal rilascio al contribuente, nei cui confronti sia stato effettuato un accesso, un’ispezione o una verifica nei locali destinati all’esercizio dell’attività, della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni – determina di per sé, salvo che ricorrano specifiche ragioni di urgenza, l’illegittimità dell’atto impositivo emesso “ante tempus”, poiché detto termine è posto a garanzia del pieno dispiegarsi del contraddittorio procedimentale, il quale costituisce primaria espressione dei principi, di derivazione costituzionale, di collaborazione e buona fede tra amministrazione e contribuente ed è diretto al migliore e più efficace esercizio della potestà impositiva (SU, n. 18184/13).

Pertanto, se la verifica è stata solo documentale, senza alcun accesso o ispezione nei locali destinati all’esercizio dell’attività, è indubbio che l’inosservanza del termine di sessanta giorni non determina nullità dell’avviso.

Infine, non ha nessuna valenza interpretativa, nel senso addotto dalla controricorrente, il richiamo all’ordinanza della Corte n. 6088/2011, in quanto tale pronuncia non afferisce all’oggetto del giudizio, in quanto riguarda la diversa questione dell’applicabilità del termine di sessanta giorni senza che sia dato distinguere i verbali a seconda del loro contenuto.

Pertanto, cassata la sentenza impugnata, la causa va rinviata , anche per le spese, ad altra sezione della CTR competente.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso e cassa la sentenza impugnata, e rinvia alla CTR della Lombardia, in altra composizione, anche per le spese.


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