Diritto e Fisco | Editoriale

La tassa su Google scandalizza il mondo


> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 settembre 2012



Germania: in arrivo una legge per tutelare autori ed editori dall’indicizzazione selvaggia e gratuita dei titoli dei giornali su Google.

Sembra una barzelletta, ma da quando il web si è messo in testa di superare i media tradizionali siamo abituati a vederle di tutti i colori: in Germania è in via di approvazione una legge per tutelare autori ed editori dall’indicizzazione selvaggia e gratuita dei titoli dei giornali su Google. In parole povere, Big G (e, insieme ad esso, qualsiasi motore di ricerca) potrebbe continuare a indicizzare liberamente, sul proprio canale “news”, i testi e le headline dei quotidiani germanici a condizione di aver prima remunerato i titolari dei relativi diritti d’autore. Una sorta di “equo compenso”, una tassa sul “titolo” da pagare in via preventiva.

La legge del governo tedesco – col rischio che possa estendersi anche in Italia e nel resto dell’Europa – dovrebbe applicarsi solo ai portali di notizie con finalità commerciali, mentre blog, gruppi no-profit e altre associazioni potrebbero continuare a rilanciare i titoli dei giornali sui propri siti senza pagare.

La sola possibilità di immaginare una norma del genere, senza verecondia alcuna, ci porta a una serie di dolorose conclusioni.

Innanzitutto c’è un’illogicità di fondo. Chi mai penserebbe, in caso di prenotazione di una camera d’hotel, di far pagare l’albergatore e non il cliente? Eppure qualcuno crede che debba essere così: il contenuto ospitato deve essere retribuito dall’ospitante. Google “fa del bene” alla pagina indicizzata, rendendola visibile a tutti, e, per questo servizio, dovrebbe anche pagare…!

Vi è poi la consueta constatazione dell’incapacità dei vecchi sistemi economici di trovare forme e nuove idee per adeguarsi al progresso. Il web cammina più veloce: bisogna ammazzare il web! È l’antica logica del gambizzatore che, non riuscendo a superare il concorrente, crede bene di sparargli alle calcagne.

Ancora: l’ignoranza dei parlamentari sugli strumenti (come Internet) che pretendono di regolamentare è una prerogativa non solo italiana. Non ci vuole un esperto del web per sapere che esistono meccanismi volti ad evitare, già a monte, che un testo sia indicizzato sui motori di ricerca. Dunque, se ciò invece avviene, è solo per consapevole ed espressa volontà del proprio autore che, evidentemente, guadagna dal fatto che lo scritto sia letto da più persone. I proventi, nella migliore delle ipotesi, derivano dalla pubblicità; nella peggiore delle ipotesi, dalla visibilità che l’autore acquista dinanzi al mondo intero.

Allora, è legittimo credere che le vere ragioni della nuova legge non siano volte ad evitare l’indicizzazione dei giornali sulla rete, bensì a riscuotere ulteriori e immeritati proventi.

Un’ultima constatazione. Il servilismo dei politici alle lobby dei contenuti si evidenzia ancora una volta in scenari di questo tipo. La politica dovrebbe essere mera e imparziale spettatrice, indifferente all’avvicendarsi delle gerarchie commerciali. Il mercato sceglie ciò che è meglio per sé stesso. Lo Stato che, sostituendosi al consumatore, decide di sostenere arbitrariamente questo o quel sistema economico, questa o quell’azienda, finisce per deviare le regole del gioco e, con esse, gli interessi del popolo. Ciò vale, in particolar modo, quando si intende sostenere un’industria ai danni di molte altre, così come quando, per evitare l’estinzione di un animale, si finisce per sopprimere tante altre specie e, in definitiva, per deviare l’equilibrio della natura.

Le pressioni sugli ambienti parlamentari, da parte di quanti, impreparati alla new economy, sono rimasti legati ai meccanismi tradizionali dell’economia (meccanismi, nella gran parte dei casi, improntati al monopolio), si evidenziano in scelte normative di questo tipo.

Allora lo Stato, nel sostenere le ragioni della stampa classica rispetto alla diffusione delle informazioni su internet, dimostra di scendere in campo, di preferire una parte anziché un’altra e, inevitabilmente, di falsare la concorrenza. Il che, in poche parole, significa bloccare il progresso.

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