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Lo sai che? Un certificato medico per malattia può pregiudicarmi sul lavoro?

Lo sai che? Pubblicato il 3 febbraio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 3 febbraio 2017

L’azienda non può conservare i certificati medici del dipendente ma deve chiedere sempre una situazione aggiornata se vuol verificare la sua compatibilità con le mansioni.

Se un lavoratore si ammala, non deve temere che il certificato medico, presentato all’azienda, magari attestante una patologia seria, possa in futuro comprometterlo e, magari, essere utilizzato contro di lui come penalizzazione sul lavoro: ad esempio, per individuare i soggetti da licenziare con precedenza o quelli da scartare per una determinata mansione o per un avanzamento in carriera.

Se presentiamo un certificato medico all’azienda dove lavoriamo, questa ha diritto a conservare il documento solo per il tempo necessario ai fini lavoristici e previdenziali; dopodiché, non solo non deve archiviarlo, ma non può neanche tirarlo fuori per negarci una promozione o qualsiasi altro diritto. Diversamente si configurerebbe un illecito trattamento dei nostri dati. È quanto chiarito dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo con una tanto recente quanto interessante pronuncia [1].

Il passato non può essere uno scheletro nell’armadio: se l’azienda vuol negare una promozione a un proprio dipendente sulla base delle proprie condizioni di salute deve chiedergli un certificato medico aggiornato, ma non può basarsi su quelli passati, che non possono essere conservati. Diversamente, verrebbe violata la riservatezza del lavoratore e con essa la Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Immaginiamo un dipendente che chieda, all’azienda presso cui lavora, un avanzamento di carriera. La richiesta però gli viene negata per inidoneità fisica, a causa di asseriti problemi psicologici attestati da un certificato medico presentato ben 15 anni prima. L’uomo non ci sta e sostiene che l’azienda non aveva il diritto di conservare quel certificato medico. Dal canto suo il datore di lavoro rivendica il proprio interesse – più che legittimo – a conoscere le condizioni fisiche dei propri dipendenti, per meglio organizzare l’attività ed evitare inefficienze nell’assegnazione dei compiti.

La risposta data dai giudici di Strasburgo dà ragione al dipendente: l’azienda avrebbe dovuto richiedere tutt’al più un certificato medico aggiornato e non basarsi sugli esiti di una vecchia visita. Essa quindi ha arbitrariamente raccolto, conservato e usato dati sensibili, tra l’altro non più aggiornati, in violazione alle più elementari regole di riservatezza.

La raccolta e il trattamento dei dati devono rispettare i principi di legittimità ed essere rispettosi del bilanciamento con il diritto alla riservatezza del lavoratore.

Quanto sopra è stato chiarito anche dal Garante della Privacy il quale ha stabilito [2] che il trattamento dei dati sensibili deve essere effettuato unicamente con operazioni strettamente indispensabili.

note

[1] Corte europea dei diritti dell’uomo causa n. 42788/06, sent. del 26.01.2017.

[2] Con l’autorizzazione generale del 15 dicembre 2016 n.1, in vigore fino al 24 maggio 2018


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