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Il giudice può cercare prove su internet?

3 febbraio 2017


Il giudice può cercare prove su internet?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 febbraio 2017



Se le parti non hanno fornito al giudice le prove necessarie per decidere questi non è autorizzato a fare ulteriori accertamenti con il proprio computer.

Se, nel corso di una causa, gli avvocati delle parti non offrono al giudice sufficienti elementi di prova per decidere, quest’ultimo non può ricercare, di suo, ulteriori fonti di prova attraverso indagini condotte in autonomia, come ad esempio andando a ricercare su internet informazioni e altri dati sui fatti relativi alla controversia. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza pubblicata ieri [1].

Che significa Principio dispositivo?

Il nostro processo civile è retto dal cosiddetto «principio dispositivo»: significa che il giudice può decidere solo sulla base delle prove e delle allegazioni presentate dalle parti. Pur riconoscendo, pertanto, che vi sono ulteriori prove che potrebbero essere prodotte per condurre a una soluzione diversa della lite, il magistrato non può che riferirsi solo ai documenti e ai testimoni utilizzati dagli avvocati difensori. Insomma, il magistrato non aiuta le parti a dimostrare i propri diritti, ma si limita a prendere atto e a giudicare sulla base di quanto svolto nel corso del processo. Se le prove sono insufficienti il giudice non può chiederne di altre o, peggio, di sua iniziativa, procurarsele lui stesso. Al contrario, dovrà rigettare la domanda.

Nel processo penale le cose vanno in modo parzialmente diverso. Qui, infatti, vige il «principio accusatorio« ed è la procura della Repubblica a ricercare le prove che portano alla colpevolezza (o, più raramente) all’innocenza dell’accusato. Anche qui, però, il giudice non può andare oltre le prove presentate nel corso del processo.

In entrambi i casi c’è un’eccezione costituita dal cosiddetto «fatto notorio». Il tribunale può tenere conto anche di elementi non presentati dagli avvocati delle parti a condizione che essi siano fatti a tutti conosciuti e noti, che non richiedono neanche di essere provati. Vediamo meglio di cosa si tratta.

Cosa sono i fatti notori?

Sono «notori» i fatti conosciuti dalla generalità delle persone di media cultura e quelli che rientrano nella comune esperienza. Essi possono essere affermati, dalle parti o dal giudice, senza bisogno di prova. Quindi il magistrato ne può tenere conto anche se gli avvocati si sono dimenticati di dedurli nel corso delle proprie “arringhe”.

Sono fatti notori, ad esempio, i fenomeni dell’inflazione e della svalutazione monetaria, il terremoto che colpisce una determinata zona, il dissesto di una banca locale, che una lieve inabilità permanente non può avere ripercussioni psichiche nei confronti dei genitori della persona lesa, ecc.

 

Non si considerano invece fatti notori le nozioni tecniche e le valutazioni che richiedono il preventivo accertamento di particolari dati come, ad esempio, la determinazione del valore di mercato degli immobili [2]. Anche le ricerche fatte su internet dal giudice, di sua spontanea volontà, non possono considerarsi fatti notori

Il giudice può fare ricerche su internet?

Anche se internet è alla portata di tutti e i contenuti ivi presenti sono pubblici e facilmente raggiungibili da chiunque, in qualsiasi momento, le nozioni apprese sul web non possono considerarsi fatti notori. Pertanto, il giudice non può, durante la causa, fare ricerche su internet per integrare le prove presentate dagli avvocati.

Con la sentenza in commento la Cassazione ritiene illegittimo che un giudice possa fare una navigazione in Internet, fuori dal contraddittorio delle parti, che lo porti ad accertare elementi e dati non forniti nel corso del giudizio dagli avvocati. Secondo i Supremi giudici le informazioni così acquisite non possono rientrare nel fatto notorio. È fatto notorio solo quello che non richiede la verifica della prova. Quindi in sostanza il fatto che siano state necessarie ricerche per acquisire quelle informazioni rende di per sé evidente che non si tratta certo di un fatto notorio.

note

[1] Cass. sent. n. 4951/17 del 2.02.2017.

[2] Cass. sent. n. 1956/2007.

Autore immagine: 123rf com

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