Professionisti Caduta del ciclista sull’asfalto irregolare

Professionisti Pubblicato il 3 febbraio 2017

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È configurabile una responsabilità del Comune per la caduta di una ciclista causata dal manto stradale irregolare per le profonde incisioni lasciate dalle vecchie rotaie del tram?

Si tratta di un’ipotesi sottoposta al vaglio della giurisprudenza genovese (App. Genova, 15  febbraio 2002).

L’istante aveva convenuto — sia ex art. 2043 che ex art. 2051 c.c. — l’ente proprietario di una strada deducendo di essere caduta a terra, mentre percorreva in bicicletta la stessa, a causa di un profondo avvallamento del sedime stradale mascherato dalle profonde incisioni nella sede stradale lasciate dalle vecchie rotaie del tram evidenziando che, nello stesso punto, nel periodo di tempo intercorso tra il proprio incidente e l’arrivo dell’ambulanza, erano cadute altre otto  persone.

Orbene il giudice di prime cure aveva respinto la domanda posto che dall’istruttoria esperita (e soprattutto dall’esame delle cinque fotografie raffiguranti i luoghi, prodotte dalla stessa attrice) era emersa l’insussistenza della lamentata insidia. Nella tarda mattinata in cui si era verificato l’incidente, infatti, — ad avviso del giudicante — l’esistenza dei binari e lo stato del manto stradale in corrispondenza del punto in cui era avvenuto l’incidente dovevano essere ben visibili e facilmente avvistabili, talché la responsabilità dell’incidente non poteva che essere attribuibile alla condotta di guida imprudente o negligente dell’attrice; la quale non solo non avrebbe dovuto viaggiare troppo accosto al binario, ma avrebbe dovuto e potuto, procedendo con l’attenzione e la cautela che lo stato dei luoghi consigliava, evitare di infilare la ruota della sua bicicletta nella fessura esistente tra il binario e l’asfalto. La testimonianza del marito — aveva aggiunto il primo giudice — aveva infatti chiarito che l’attrice non era caduta a causa dell’avvallamento del manto stradale (circostanza addotta quale causa del proprio incidente) ma perché la ruota della bicicletta era andata ad infilarsi nello spazio tra asfalto e binario, come del resto fatto constare nelle fotografie in atti.

Orbene il giudice del gravame ha accolto sia pure solo in parte l’appello esperito dalla danneggiata ed ha condivisibilmente evidenziato che dalla proprietà pubblica del Comune sulle strade (art. 16, legge 20 marzo 1865, n. 2248, allegato F) discendeva non solo l’obbligo dell’ente alla manutenzione, come stabilito dall’art. 5, r.d.  15 novembre 1923, n. 2506,   ma anche quello della custodia con conseguente operatività, nei confronti dell’ente stesso, della presunzione di responsabilità ai sensi dell’art. 2051 c.c. (Cass. 27 gennaio 1988, n. 723) nel caso taluno incorra in incidenti conseguiti a causa della negligente custodia o a causa della negligente manutenzione della strada pubblica.

Va infatti posto in evidenza che l’utilizzo al pubblico transito di una strada, in particolare, fa sorgere per ciò solo (ed a prescindere dalla proprietà di essa) a carico dell’ente deputato al relativo controllo l’obbligo di assicurare che l’utenza si svolga senza pericoli con la conseguente responsabilità verso i terzi danneggiati dall’inosservanza di tale obbligo.

Il principio ha trovato, in tempi recenti, un definito assestamento con l’affermazione che la presunzione ex art. 2051 c.c. è operante non solo per i beni demaniali di limitate dimensioni (quali ad esempio le strade interne, i cimiteri comunali), ma anche per i beni demaniali di notevoli dimensioni (quali le autostrade, le coste, gli acquedotti, etc.).

Conforme: Cass., 1 ottobre 2004, n. 19653

«È configurabile, a carico della P.A. (o del gestore), una responsabilità «ex» art. 2051 c.c. allorquando il bene demaniale o patrimoniale da cui si sia originato l’evento dannoso risulti adibito all’uso generale e diretto della collettività (anche per il tramite di pagamento di una tassa o di un corrispettivo) e si presenti di notevole estensione».

Nota bene

Il principio secondo cui, ricorrendo la fattispecie della responsabilità da cosa in custodia, il comportamento colposo del danneggiato può — in base ad un ordine crescente di gravità — o atteggiarsi a concorso causale colposo (valutabile ai sensi dell’art. 1227, primo comma, cod. civ.), ovvero escludere il nesso causale tra cosa e danno e, con esso, la responsabilità del custode (integrando gli estremi del caso fortuito rilevante a norma dell’art. 2051 cod. civ.), deve a maggiore ragione valere ove si inquadri la fattispecie del danno da insidia stradale nella previsione di cui all’art. 2043 cod. civ. In particolare la S.C. ha ritenuto che il comportamento del soggetto danneggiato — transitato a piedi in una strada talmente dissestata da obbligare i pedoni a procedere in fila indiana — avrebbe dovuto essere improntato ad un onere di massima prudenza in quanto la situazione di pericolo di caduta era altamente prevedibile, ritenendo, pertanto, che l’evento lesivo in concreto verificatasi, conseguente all’inciampo in un tombino malfermo e mobile, fosse da ricondurre alla esclusiva responsabilità del soggetto danneggiato) (Cass. 20 gennaio 2014, n. 999). In buona sostanza la Suprema Corte ha rilevato che l’evidente dissesto della strada sulla quale transitava il pedone richiedeva in capo quest’ultimo un onere massimo di attenzione e di prudenza, dato dall’alta prevedibilità del pericolo stesso, che consentiva di ascrivere al danneggiato l’esclusiva responsabilità della caduta.

Ciò posto, dato atto che la domanda attorea individuava la responsabilità del Comune sia ex art. 2043 c.c. (presenza di una insidia o trabocchetto) che ex art. 2051 c.c. (violazione degli obblighi di custodia di una cosa), nel caso di specie (trattavasi di una strada interna all’abitato e soggetta a notevole traffico di varia utenza, per la quale un controllo del Comune appariva non solo possibile ma pure doveroso), dalle fotografie raffiguranti lo stato dei luoghi, prodotte dalla difesa dell’appellante, era da escludere — anche ad avviso della Corte di Appello — l’esistenza  di  una  insidia  o  trabocchetto; concetto, come è noto, individuato, alla luce di una giurisprudenza più che consolidata della S.C. (tra le tante e le ultime Cass. 14 gennaio 2000, n. 366; Cass. 25 giugno 1997, n. 5670; Cass. 24 maggio 1997, n. 4632; Cass. 28 aprile 199, n. 3630) da una situazione di un pericolo occulto, caratterizzato dalla non visibilità (elemento oggettivo) e dalla non prevedibilità (elemento soggettivo).

Inoltre il giudice di appello, premesso che, per quanto attiene in particolare la viabilità, non ogni irregolarità del manto stradale costituisce insidia o trabocchetto, tale da configurare la responsabilità della P.A. se si verifica un incidente, occorrendo sempre l’oggettiva invisibilità e la soggettiva imprevedibilità del pericolo da dimostrare a cura del danneggiato (Cass. 17 marzo 1998, n. 2850), osservava che nello specifico il manto della strada percorsa dall’appellante appariva nondimeno profondamente danneggiato, corrugato e in più punti rappezzato, specie in corrispondenza delle rotaie ferroviarie che attraversavano longitudinalmente la sede viaria e ne costituivano una ulteriore irregolarità. Ma si trattava di anomalie viarie sufficientemente visibili, la cui indubbia pericolosità poteva essere apprezzata da un utente che vi si fosse avventurato; ciò che se da un lato esclude la sussistenza dell’insidia (e, conseguentemente, la responsabilità del Comune ex art. 2043 c.c.), non elimina l’ipotesi — la quale deve essere verificata, in quanto denunciata cumulativamente  a quella dianzi ritenuta insussistenza ex art. 2043 c.c. — di responsabilità ex art. 2051 c.c. per la quale è sufficiente al danneggiato provare che il danno lamentato derivi dalla cosa da altri custodita, senza necessità di provare altresì la condotta omissiva o commissiva del custode, produttrice del danno, salvo a questi l’onere della prova del caso fortuito. Riprendendo quindi il discorso avviato in precedenza, la Corte di Appello argomentava che, se le irregolarità del fondo stradale non apparivano tali da poter essere ritenute un vero e proprio trabocchetto sì da far scattare la generale responsabilità del neminem ledere in capo al proprietario, nondimeno costituivano un serio pericolo quantomeno per una particolare utenza, costituita dai ciclisti, la cui circolazione mal sopporta, per le dimensioni ridotte delle ruote del mezzo utilizzato e per la condizione di delicato equilibrio in cui è soggetta la combinazione dinamica uomo/mezzo, una cattiva manutenzione del fondo stradale; specie se detta irregolarità sia presente sotto forma di connessure e interstizi adiacenti a rotaie.

Una adeguata manutenzione, specie in prossimità di tali strutture viarie, si imponeva come doverosa in quanto la relativa omissione consentiva che la cosa detenuta in custodia dal Comune (la strada comunale) producesse effetti pericolosi per la circolazione; e se manutenzione si fosse resa impossibile per varie cause, la responsabilità da custodia avrebbe dovuto suggerire all’Amministrazione di rendere edotti i terzi, i quali sulla cosa custodita per avventura avessero a transitare, della situazione di pericolo insita nel transito, ad esempio allestendo cartelli segnaletici descrittivi della particolare pericolosità se non, in caso di pregiudizio grave (sulla strada in questione risultano essere caduti numerosi utenti, sia in passato che nell’immediato lasso temporale successivo all’incidente occorso alla istante a dimostrazione della oggettiva insicurezza dell’arteria) inibendo la circolazione stessa se non a tutti i veicoli, a quelli che dalle irregolarità del manto stradale maggiormente avrebbero potuto risentire particolare nocumento.

Per altro verso, il giudice del gravame correttamente osservava che nella produzione dell’evento dannoso, sicuramente avviata dalla strada in custodia del Comune, non era parso da escludere il concorso del  fatto  colposo  della  attrice;  concorso  che  una  parte, anche autorevole, della giurisprudenza ammette pur nell’ipotesi di responsabilità della

P.A. derivante da cattiva manutenzione delle strade. Costei, infatti, allertata dalla presenza delle rotaie — che è notorio costituire una delle peggiori insidie alla circolazione dei ciclisti — avrebbe potuto adottare una condotta di guida privilegiando una traiettoria che la tenesse sufficientemente lontana da esse; perché in tal modo essa si sarebbe tenuta lontana anche dagli avvallamenti presenti dell’immediata prossimità.

Nel caso ipotizzato, è applicabile il disposto dell’art. 2051 c.c., ma valutati i rispettivi comportamenti, tenuto conto della incidenza causale dell’onere di manutenzione gravante sul custode e, al contempo, del concomitante fatto colposo della infortunata (che avrebbe comunque dovuto mantenersi a distanza dalle rotaie), si deve propendere per un concorso di responsabilità nella produzione del sinistro.


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