Professionisti Danni da calamità naturali

Professionisti Pubblicato il 4 febbraio 2017

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Può sussistere la responsabilità del Comune ex art. 2051 c.c. per i danni causati a beni privati in caso di calamità riconosciuta come tale dal legislatore?

In linea generale, in tema di responsabilità civile per danni cagionati da cose in custodia, è d’uopo rammentare che, per aversi caso fortuito, occorre che il fattore causale estraneo al  soggetto  danneggiante  abbia  un’efficacia  di  tale  intensità  da  interrompere  il nesso eziologico tra la cosa custodita e l’evento lesivo, ossia che possa essere considerato una causa sopravvenuta da sola sufficiente a determinare l’evento (così la S.C. — Cass., 9 marzo 2010, n. 5658 — ha affermato che una pioggia di eccezionale intensità può costituire caso fortuito in relazione ai danni riportati dai proprietari di appartamenti inondati da acque tracimate a causa di tale evento, a condizione che l’ente preposto provi di aver provveduto alla manutenzione del sistema di smaltimento delle acque nella maniera più scrupolosa e che, nonostante ciò, l’evento dannoso si è ugualmente determinato). In particolare, è da domandarsi quid iuris nel caso di dissesto idrogeologico dovuto   a fenomeni di precipitazioni atmosferiche eccezionali ed imprevedibili riconosciute come tali in sede normativa.

Si tratta di un’ipotesi non raramente portata all’esame delle aule giudiziarie.

Un tribunale calabro (Tribunale Locri, con sentenza 20 dicembre 2013 n. 758 ha inquadrato la fattispecie nell’ambito della responsabilità oggettiva ai fini della cui configurazione è sufficiente l’elemento materiale e una relazione diretta tra la cosa in custodia e l’evento dannoso) ha esaminato il caso di un ente locale convenuto in giudizio per i danni causati dai suddetti eventi al bene immobile dell’attrice ed ha concluso per la responsabilità ex art. 2051 c.c. dello stesso. Da notare che a sua difesa, il convenuto aveva allegato la gravità assoluta degli eventi atmosferici riconosciuta anche dall’autorità statale, tanto che, infatti, era stato all’uopo emanato un decreto legge (d.l. 12.10.2000, n. 279), successivamente convertito nella legge 365 2000. La parte pubblica aveva eccepito altresì che l’art. 4 della legge 365/2000 contemplava un contributo a fondo perduto fino al 75 per cento del valore dei danni subiti per le abitazioni principali, e fino al 50 per cento dei danni subiti per le altre unità immobiliari ad uso abitativo per il ristoro dei danni subiti da immobili gravemente danneggiati dalla calamità. Ciò nonostante, il giudice di prime cure ha accolto la domanda e ha condannato il Comune per responsabilità da cose in custodia ex art. 2051 c.c., asserendo che se una legge, statale o regionale,   qualifica   le   alluvioni,   le   esondazioni   e   le   inondazioni       come «eventi eccezionali», ai fini della concessione di provvidenze creditizie e contributive, non  impedisce  la  verifica  in  concreto  delle  eventuali  responsabilità  gravanti  sulle parti processuali ad opera dell’autorità giudiziaria in tal senso adita.

Giova segnalare che la pronuncia ha fatto ricorso al concetto giuridico del fatto notorio onde ascrivere a negligenza dell’ente territoriale la responsabilità per i danni subiti dal cespite attoreo, nonostante la particolare intensità ed eccezionalità del fenomeno meteorico. Si riportano di seguito i passi salienti della motivazione dell’arresto de quo:

«Ciò premesso sotto il profilo teorico della qualificazione della fattispecie di responsabilità nel cui alveo va inquadrato il fatto dannoso che integra la causa petendi della domanda attorea, occorre verificare quale soggetto, se l’Ente convenuto potesse rivestire la qualifica di custode nel rapporto con la cosa dalla quale si assume essere derivato l’evento dannoso causa di pregiudizi per l’appartamento di proprietà dell’attore. È evidente che la riconduzione causale dell’evento dannoso, consente di ravvisare la relazione di custodia che costituisce presupposto per l’integrazione in astratto della fattispecie di responsabilità di cui all’art. 2051 c.c. a carico del Comune.

Ciò posto, occorre verificare se dalle risultanze della istruttoria svolta nel corso del giudizio emerga la prova del caso fortuito, ovvero dell’evento o fatto dipendente dal terzo o dal danneggiato o da fattori esterni non umani idoneo ad incidere sul nesso causale al punto da eliderlo e, dunque, sulla configurazione della responsabilità in capo al custode. Tale prova non può dirsi raggiunta. Il concetto di caso fortuito viene inteso dalla giurisprudenza nel senso più ampio, comprensivo anche del fatto del terzo che abbia avuto efficacia causale esclusiva nella produzione del danno (cfr. in tal senso Cass. civ. 10556/98) e del fatto del danneggiato. Il fatto del terzo e la colpa del danneggiato escludono la responsabilità del custode in quanto intervengano nella determinazione dell’evento dannoso con un impulso autonomo e con i caratteri dell’imprevedibilità ed inevitabilità, i quali in ogni caso non ricorrono nel fatto che il custode possa prevenire esercitando i poteri di vigilanza che gli competono. Occorre altresì evidenziare che anche in presenza di apposita attività normativa (statale o regionale), che dichiari alluvioni, esondazioni e inondazioni «eventi eccezionali», ai fini della concessione di provvidenze creditizie e contributive non può essere interpretata nel senso che ogni danno provocato dalla forza delle acque, nelle date indicate nel provvedimento, sia da considerare dovuto ad evento eccezionale con esenzione di responsabilità di chi lo abbia cagionato o contribuito a cagionarlo. Passando all’esame delle risultanze istruttorie del giudizio, è emerso che i danni all’appartamento attorco sono diretta conseguenza dell’allagamento conseguente all’alluvione (vedasi consulenza tecnica). Alcuna prova, quindi, risulta essere stata fornita dal Comune di Siderno in merito al verificarsi di un evento imprevisto o imprevedibile, ovvero inevitabile che sia stato tale da incidere su quel nesso causale, da reputarsi accertato alla stregua delle risultanze della relazione tecnica d’ufficio e quindi da escludere la responsabilità.

Ne deriva di conseguenza che deve reputarsi provato il fatto dannoso, sia nel suo verificarsi sia nella sua derivazione dalla cosa oggetto di custodia da parte del comune e quindi va affermata la relativa  responsabilità.

Ulteriore concetto che appare utile da specificare è che in territori come quello del comune convenuto e di tutta la locride, è fatto notorio, che il susseguirsi di eventi alluvionali di entità severa richieda un livello di vigilanza e di manutenzione molto più alto rispetto ad altri territori. Il Comune di Siderno, per quanto emerso dall’istruttoria, non ha neppure in minima parte adempiuto a detto obbligo, non adeguando alle note problematiche di deflusso delle acque quanto al canale di scolo per cui è causa, effettuando interventi scarsamente incisivi in via preventiva, se non addirittura peggiorativi, nonostante i corposi finanziamenti all’uopo percepiti. Invero, vale evidenziare secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale che il fattore «allagamento alluvione» del tutto occasionale, a causa della sua notorietà sarebbe tale da comportare a carico del soggetto convenuto, un ancor  più severo obbligo di attivarsi anticipatamente per fronteggiare l’evento alluvione (v. Trib. di Genova sez. II, del  19-02-2008)».

Ovviamente, come da ultimo insegna Cass. 18 febbraio 2014, n. 3767, il giudice è tenuto  ad  indagare  scrupolosamente  l’eventuale  interruzione  del  nesso  di  causalità  fra  le  condotte  omissive  ascritte  in  capo  all’ente  locale  e  i  danni  oggetto di causa, qualora il fenomeno metorico assume caratteristiche talmente dirompenti da acquisire una propria autonomia eziogenetica nella causazione delle richiamate poste di danno, quale caso fortuito. Di seguito appare opportuno segnalare i più significativi passaggi argomentativi della pronuncia di legittimità:

«Nel caso di specie, la censura prospettata dai ricorrenti circa la mancata ammissione di una c.t.u. (volta ad accertare lo stato delle opere di convogliamento effettuate dal comune e/o se opere idonee avrebbero potuto quanto meno attenuare la portata dei danni lamentati) è inammissibile poiché i giudici del merito hanno argomentato sulla superfluità dell’accertamento tecnico richiesto, ritenendo più che sufficienti gli elementi acquisiti in atti — non solo per il tramite dei testimoni, ma anche attraverso «pertinente documentazione» in ordine agli effetti devastanti del nubifragio arrecati all’intero comprensorio territoriale colpito — al fine di dimostrare con certezza ed incontrovertibilità «le caratteristiche di assoluta eccezionalità dei fenomeni di precipitazione atmosferica che, per le loro rilevanti ed inusuali proporzioni, ebbero ad interessare nel dedotto frangente temporale l’area di cui ai fatti di causa, contribuendo a provocare in via ulteriore contestuali eventi di straripamento di corsi d’acqua e movimenti franosi». Hanno perciò concluso nel senso che l’eccezionalità del fenomeno atmosferico fosse stata tale da interrompere il nesso di causalità tra pretese condotte colpose imputabili all’ente comunale e i danni lamentati dagli appellanti.

Poiché col ricorso non si contrappongono alle circostanze obiettivamente emergenti dagli elementi valutati delle altre, idonee a confutare la valutazione espressa dal giudice di merito circa l’autonomia causale del fenomeno atmosferico rispetto all’evento dannoso, risulta inammissibile sia la pretesa dei ricorrenti di un diverso apprezzamento in fatto di detti elementi probatori sia – alla luce del principio sopra richiamato – la censura concernente il mancato espletamento di una c.t.u. ritenuta superflua dalla Corte con motivazione adeguata, completa e logica (anche quanto all’ulteriore affermazione per cui sarebbe stato ultroneo «qualsivoglia accertamento in ordine alla ricorrenza di preesistenti condotte colpose in capo all’ente comunale», rispetto alle quali «il nesso eziologico risultava comunque in concreto essere stato interrotto».

La P.A., salvo scrupolosa verifica del nesso di causalità e della possibile ricorrenza del caso fortuito, può essere chiamata a rispondere ai sensi dell’art. 2051 c.c. dei danni riportati da terzi a seguito di calamità naturali pur legislativamente riconosciute qualora il notorio susseguirsi di eventi alluvionali di severa entità nello stesso ambito territoriale richieda un dovere di vigilanza e di manutenzione molto più alto rispetto ad altri territori in concreto non osservato così da non impedire la ripetizione di conseguenze dannose per i terzi.


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