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Annegamento: il Comune è responsabile se non c’è avviso?

4 febbraio 2017 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 4 febbraio 2017



Può configurarsi una responsabilità ex art. 2051 c.c. a carico del Comune in caso di annegamento di un bagnante laddove le contingenti condizioni di pericolosità del mare non siano state in alcun modo segnalate?

Si tratta di un’ipotesi di sinistro mortale realmente verificatosi e dedotto in giudizio: un giovane di ventuno anni morì per annegamento mentre faceva il bagno, nel tratto di mare antistante la spiaggia ricompresa nel territorio di un Comune del Molise. I genitori del defunto citarono dinanzi al Tribunale di Larino l’amministrazione comunale, allegando che essa fosse responsabile del tragico evento, e chiedendone la condanna al risarcimento dei danni rispettivamente patiti. Deducevano che la colpa del Comune convenuto era consistita nel non avere adempiuto l’ordinanza emessa dalla locale Capitaneria di Porto sin dal 1995, con la quale gli si imponeva di predisporre di un servizio di assistenza alla balneazione e salvataggio ovvero, in mancanza, di installare nel luogo dell’accaduto segnalazioni che rendessero avvertiti i bagnanti della pericolosità di quel tratto di mare, a causa delle forti correnti. In punto di fatto era incontestato che la vittima non sapesse nuotare e che al momento del fatto, il mare era mosso ed agitato da correnti, mentre non era dimostrato che la spinta delle correnti marine fosse irresistibile per i bagnanti; del pari era pacifico che, se la vittima avesse saputo nuotare, non sarebbe   annegata.

Sia in primo che in secondo grado la domanda risarcitoria fu accolta sulla scorta dell’applicazione dell’art. 2051 c.c. ritenendo in particolare la Corte distrettuale che il Comune  fosse  «custode»  tanto  della   spiaggia,   quanto   del   tratto   di   mare   antistante. Adita la Cassazione (Cass. 23 maggio 2014, n. 11532), quest’ultima ha preliminarmente sottolineato come l’inquadrabilità della fattispecie nell’ambito della responsabilità da cose in custodia anziché in quella generale aquiliana ex art. 2043 c.c. integra una quaestio iuris, e non un fatto: rispetto ad essa, pertanto, non sono invocabili gli effetti della non contestazione, concepibili solo rispetto alle allegazioni in fatto di una delle parti, così come sostenuto dalla difesa delle parti danneggiate.

Ciò premesso, la Corte di Cassazione ha sconfessato la decisione di merito evidenziando l’erroneità della affermazione del giudice di merito sia nella parte in cui aveva ritenuto che il mare possa costituire un cosa in iure «in custodia»; sia nella parte in cui aveva ritenuto che possa costituirla la spiaggia. Di seguito si riportano i passi più significativi della motivazione dell’arresto di legittimità: dire che il mare antistante il territorio di un Comune sia un bene «in custodia» di quest’ultimo è affermazione in verità singolare, per due ragioni. La prima ragione è che il mare non è un bene demaniale. Il mare è una res communis, insuscettibile di proprietà pubblica o privata. Lo si desume dagli artt. 822 c.c. e 29 cod. nav., i quali non comprendono il mare tra i beni demaniali; dalla prassi del diritto internazionale (risalente al XVII sec); dall’art. 14, p. 1 e 2, della «Convenzione sul mare territoriale», adottata a Ginevra il 29 aprile 1958 e ratificata e resa esecutiva con L. 8/12/1961, n.1658, il quale impone a tutti gli Stati aderenti di riconoscere il c.d. «passaggio inoffensivo» a qualsiasi imbarcazione.

È vero che numerose disposizioni interne ed internazionali assoggettano il mare territoriale alla sovranità degli Stati per fini amministrativi, di polizia, doganali, ambientali. Ma è altresì vero che le norme di diritto interno od internazionale le quali distinguono il «mare libero» (non soggetto alla sovranità territoriale degli Stati rivieraschi); il «mare territoriale» (ovvero la fascia di mare soggetta alla sovranità dello Stato); e la «zona economica esclusiva» (ovvero la fascia adiacente le coste e sulla quale il diritto internazionale riconosce agli Stati rivieraschi la facoltà di sfruttamento economico) sono norme di diritto pubblico, non di diritto privato: esse stabiliscono quali attività siano consentite o vietate agli Stati sulle aree marine, ma non attribuiscono a questi ultimi alcun diritto di proprietà sul mare.

Non essendo dunque concepibile in iure un «demanio comunale» sul mare, nemmeno è concepibile un rapporto di «custodia» di esso da parte del Comune che sul mare si affacci.

La seconda ragione per la quale è erronea l’affermazione della Corte d’appello secondo cui il mare costituirebbe oggetto di «custodia» ex art. 2051 c.c. da parte del Comune è che un rapporto di custodia è concepibile solo con riferimento a beni che siano suscettibili di un effettivo potere di controllo da parte del custode.

Il Collegio non ignora che, in precedenti occasioni, questa Corte ha affermato l’invocabilità della presunzione di cui all’art. 2051 c.c. nei confronti della pubblica amministrazione per i danni causati da beni demaniali, ed in particolare dall’uso di strade aperte al pubblico in transito. Tuttavia in merito a tale orientamento due considerazioni si impongono:

  • in primo luogo, nessuna delle decisioni ad esso aderenti aveva ad oggetto una ipotesi di responsabilità per danni causati dal mare, il quale non è un bene di grande estensione, come le strade, ma un bene di sconfinata estensione;
  • in secondo luogo, anche le decisioni che aderiscono all’interpretazione più liberale dell’art. 2051 c.c., si fondano comunque sul presupposto che tale norma si applichi alla p.a. quando quest’ultima abbia una possibilità concreta di controllo sul bene demaniale.

Come accennato, la Corte d’appello di Campobasso ha poi ritenuto che il Comune di Campomarino fosse «custode», ex art. 2051 c.c., della spiaggia muovendo dalla quale lo sventurato si tuffò nel mare dove perse la vita, e quindi si presumesse responsabile – ai sensi della norma appena indicata — della morte di questi. Anche questa affermazione è erronea.

Il danno può ritenersi arrecato «da» una cosa, ai sensi dell’art. 2051 c.c., quando quest’ultima abbia avuto un ruolo causale determinate nella produzione dell’evento. E dunque nel caso di cose seagenti (una bombola di gas); ovvero pericolose (un motore); ovvero innocue ma nelle quali il fatto dell’uomo abbia suscitato un fattore pericoloso o dannoso (un fondo attraversato dal fuoco). Non può ritenersi invece arrecato «dalla cosa», ai sensi dell’art. 2051 c.c., il danno nella cui produzione la cosa in custodia abbia giocato il ruolo di mera occasione. Così, non è un danno causato «dalla cosa», ai sensi dell’art. 2051 e.e, quello patito da chi afferri a mani nude un ferro rovente, pur potendosi avvedere dell’incandescenza.

Nel presente giudizio, secondo la prospettazione degli stessi attori, il figlio sarebbe deceduto a causa delle correnti marine che gli impedirono, una volta in acqua, di riguadagnare la battigia. È dunque evidente che, anche ad aderire alla più benevola delle interpretazioni dell’art. 2051 c.c., un valido nesso di causa si sarebbe potuto riscontrare comunque tra lo specchio d’acqua e il danno, non certo tra la spiaggia ed il danno, per l’ovvia ragione che una spiaggia non può costituire «causa» in senso giuridico di un annegamento.

Vero è che la Corte d’appello ha ascritto al Comune di Campomarino di non avere munito la spiaggia suddetta di avvisi di pericolo: ma anche a ritenere colposa tale condotta, la causa del danno ai sensi dell’art. 40 c.p. andrebbe ravvisata nella omissione di segnaletica da parte dell’amministrazione, non certo nella «cosa» in custodia, ovvero nella spiaggia. Infatti anche a volere seguire questa ricostruzione, non una «cosa» avrebbe arrecato il danno, ma una condotta umana omissiva da parte della pubblica amministrazione.

Per completezza espositiva è d’uopo a questo punto evidenziare che, dopo aver argomentato  circa  l’inapplicabilità  nel  caso  di   specie   del   disposto   dell’art.   2051   c.c.,  la  Suprema  Corte  ha,  comunque,  escluso  la  sussistenza  di  un  valido  nesso causale tra la condotta ascritta da parte istante alla parte convenuta (omessa affissione di cartelli di pericolo) e l’evento letale. Costituisce infatti una condotta gravemente colposa decidere di bagnarsi, pur non sapendo nuotare, in un tratto di mare mai in precedenza frequentato e tempestoso. Che, poi, un mare agitato sia percorso da correnti è nozione non solo rientrante nella comune esperienza, ma certamente esigibile da un uomo di 21 anni. Invero, in tema di illecito aquiliano, perché possa dirsi esistente un nesso di causalità tra la condotta colposa e l’evento lesivo devono sussistere due condizioni: (a) la condotta tenuta del preteso responsabile deve essere un antecedente necessario dell’evento di danno, nel senso che senza di essa il pregiudizio non si sarebbe verificato (principio della condicio sine qua non); (b) la condotta del responsabile non deve essere neutralizzata dalla sopravvenienza di un fatto di per sé idoneo a determinare l’evento stesso (cfr., ex multis, Cass., 22 ottobre 2013, n.  23915).

Tra le cause sopravvenute di per sé idonee ad interrompere il nesso di causa può rientrare anche la condotta  della  vittima del fatto che si assume illecito: ciò si verifica quando tale condotta, pur inserendosi nella serie causale già avviata da altri, ponga in essere un’altra serie causale eccezionale ed atipica rispetto alla prima, idonea da sola a produrre l’evento dannoso, che sul piano giuridico assorbe ogni diversa serie causale e la riduce al ruolo di semplice occasione (così, testualmente, Cass., 6 aprile 2006, n. 8096). In questa ipotesi, la condotta della vittima costituisce la c.d. «causa prossima di rilievo», che esclude l’ipotizzabilità del concorso di altre cause, ai sensi dell’art. 41, comma 2, cod. pen. (Cass.,  7  dicembre  2005,  n. 26997).

Ed infatti qualsiasi ipotesi di responsabilità (concreta, presunta, oggettiva, del custode, ecc.) resta esclusa e superata se il danneggiato, pur avvedendosi o potendosi avvedere con l’uso dell’ordinaria diligenza della situazione di pericolo, vi si esponga volontariamente (c.d. rischio elettivo, che in quanto causa umana cosciente e volontaria spezza il nesso di causa rispetto alla condotta del custode e di qualunque altro responsabile: cfr., in tal senso, Cass. 31  luglio  2012,  n. 13681).

La condotta della vittima, a sua volta, può ritenersi «causa prossima  di  rilievo», idonea  ad escludere la responsabilità altrui: (a) o quando sia stata assolutamente eccezionale, imprevista ed imprevedibile; (b) oppure quando sia consistita in una negligenza od imprudenza così gravi ed inescusabili da rendere irrilevanti le precedenti condotte colpose di terzi: ciò sul presupposto che queste ultime sarebbero rimaste inoffensive, se la vittima avesse osservato un minimo di diligenza (così Cass., 17 novembre 1997, n. 11386).

Ha infine osservato la Cassazione che, alla luce della sopra evidenziata condotta della vittima era, per contro, eziologicamente irrilevante la condotta omissiva ascritta dalla Corte d’appello al Comune convenuto: vuoi perché non era possibile in alcun modo stabilire quale sarebbe stata la condotta dello sventurato in presenza di cartelli di pericolo (ed infatti era lecito dubitare del fatto che una persona, la quale sia così imprudente da tuffarsi in un mare agitato pur non sapendo nuotare, sarebbe stata tenuta a freno da un semplice cartello); vuoi soprattutto perché la condotta della vittima era consistita in una colpa così grave ed inescusabile da costituire la «causa prossima rilevante» del tragico evento. Valeva la pena in ogni caso aggiungere, per completezza, che la soluzione non sarebbe stata diversa quand’anche la vittima fosse stata un eccellente nuotatore: chi si tuffa tra i marosi ne accetta infatti il rischio, e tale accettazione esclude la responsabilità di qualsiasi terzo, in virtù del principio volenti non fit iniuria.

 

Conforme: Cass. 19 febbraio 2008, n. 4279

«Il succitato arresto ha confermato la sentenza di merito che, in relazione ad un infortunio occorso a persona feritasi nel tuffarsi in un lago da un pontile di attracco per imbarcazioni, aveva escluso il nesso di causalità tra il pontile e l’incidente in questione e ascritto l’evento lesivo esclusivamente al comportamento della vittima; in quella sentenza si affermò che «il dovere del custode di segnalare il pericolo connesso all’uso della cosa si arresta di fronte ad un’ipotesi di utilizzazione impropria la cui pericolosità é talmente evidente ed immediatamente apprezzabile da chiunque, tale da renderla del tutto imprevedibile, sicché l’imprudenza del danneggiato che abbia riportato un danno a seguito di siffatta impropria utilizzazione, integra un caso fortuito» (Conf. Cass. 13 marzo 2007, n. 5839; Cass. 15 ottobre 2004, n. 20334).

Il mare di per sé non può costituire una cosa suscettibile di «custodia» ai sensi dell’art. 2051 c.c. e non è pertanto invocabile la presunzione prevista da quest’ultima norma nei confronti della pubblica amministrazione cui la legge affidi la gestione del lido marino; per altro verso un danno può ritenersi causato «dalla cosa», ai sensi dell’art. 2051 c.c., soltanto quando quest’ultima abbia avuto un ruolo determinante nella causazione dell’evento, e non già quando abbia costituito la mera occasione di esso. Ne consegue che nel caso di morte per annegamento di un bagnante in nessun caso può ritenersi che il conseguente danno sia stato causato dalla spiaggia di provenienza della vittima, ai fini dell’invocabilità della presunzione di cui all’art. 2051 c.c. nei confronti dell’ente territoriale nel cui territorio è ricompreso il lido marino. Non si configura, peraltro, neppure una responsabilità ex art. 2043 c.c. dell’ente territoriale posto che la persona che, pur capace di intendere e di volere, si esponga volontariamente ad un rischio grave e percepibile con l’uso della ordinaria diligenza, tiene una condotta che costituisce causa esclusiva dei danni da essa eventualmente derivati, e rende irrilevante la condotta di chi, essendo obbligato a segnalare il pericolo, non vi abbia provveduto (Cass., 23 maggio 2014, n. 11532).

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