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Lo sai che? Assegno di mantenimento: si può detrarre dallo stipendio?

Lo sai che? Pubblicato il 25 febbraio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 25 febbraio 2017

La mia ex chiede, per gli assegni di mantenimento a lei e a mia figlia, che nell’atto di divorzio sia contenuta un’ordinanza secondo cui le somme devono essere detratte dal mio stipendio. Si può?

Prima di rispondere alle domande del lettore è necessario fare chiarezza tra il concetto di negoziazione assistita e quello di separazione o divorzio innanzi ad un ufficiale dello stato civile. Si tratta, infatti, di due procedure diverse: il divorzio mediante la procedura di negoziazione assistita richiede che ciascuno dei coniugi sia assistito da un proprio avvocato e che, con l’ausilio professionale di quest’ultimo, le parti raggiungano un accordo finalizzato ad ottenere la cessazione degli effetti civili del matrimonio. L’accordo stipulato verrà trasmesso telematicamente ed a cura degli avvocati al procuratore della Repubblica presso il tribunale competente: il procuratore, qualora non ravvisi irregolarità, comunicherà agli avvocati il provvedimento di autorizzazione. L’accordo così autorizzato dovrà essere poi trasmesso (sempre a cura dell’avvocato) all’ufficiale di stato civile del Comune in cui il matrimonio è stato trascritto. L’accordo raggiunto dai coniugi mediante la procedura della negoziazione assistita, debitamente trascritto nel registro di stato civile, sostituisce il provvedimento del giudice e ne produce i medesimi effetti. A differenza della negoziazione assistita, il divorzio innanzi all’ufficiale dello stato civile consente ai coniugi di agire in prima persona, cioè senza l’assistenza di un avvocato la cui presenza è prevista dalla legge come facoltativa, al fine di chiedere ed ottenere la cessazione degli effetti civili del matrimonio. Tuttavia, il legislatore impone un limite alla possibilità dei coniugi di rivolgersi direttamente all’ufficiale di stato civile stabilendo che questa procedura non è percorribile in presenza di figli minori, di figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave ovvero economicamente non autosufficienti. La ragione di tale limite è quella di garantire piena tutela alla prole, tutela che può ottenersi solo con la competenza professionale di un avvocato o la valutazione del giudice.

Fatta questa breve premessa, alla luce di quanto detto, appare chiaro che il lettore e sua moglie possono procedere al divorzio in Comune soltanto se la figlia a cui il lettore ha accennato non sia minorenne o maggiorenne ma incapace oppure affetta da handicap grave o ancora, qualora maggiorenne, sia economicamente autosufficiente. Se ricorre una delle suindicate ipotesi potranno essere percorse due ulteriori vie alternative tra loro: si potrà ottenere lo scioglimento del matrimonio mediante la negoziazione assistita oppure seguire la tradizionale via del giudizio ordinario innanzi al tribunale.

Quanto al quesito inerente la possibilità di ottenere un’ordinanza del giudice che imponga al datore di lavoro o all’ente previdenziale di pagare l’assegno di mantenimento direttamente in favore del coniuge creditore, è bene evidenziare che questa possibilità è riconosciuta dal legislatore soltanto nella fase patologica del rapporto creditizio. Tuttavia, al fine di agevolare il conseguimento delle somme dovute a titolo di mantenimento, la legge sul divorzio prevede (a differenza di quanto stabilito in materia di separazione) una procedura molto snella e celere che non implica il necessario ricorso al giudice. Infatti, qualora il coniuge debitore non adempia all’obbligo di versare il mantenimento alla moglie o ai figli, il creditore non sarà obbligato ad avviare una causa ma, per il tramite del proprio avvocato, potrà chiedere il pagamento del credito direttamente al terzo obbligato (cioè, nel caso di specie, il datore di lavoro o l’ente previdenziale). La procedura da percorrere è la seguente:

– il coniuge cui spetta l’assegno di mantenimento deve costituire in mora il coniuge debitore mediante lettera a mezzo di raccomandata con avviso di ricevimento;

– trascorsi trenta giorni senza che il debitore abbia assolto ai propri obblighi, il creditore deve notificare il provvedimento in cui è stabilita la misura dell’assegno di mantenimento ai terzi tenuti a corrispondere periodicamente somme di denaro al coniuge obbligato;

– unitamente al provvedimento deve essere notificato al terzo l’invito a versare direttamente al creditore le somme dovute;

– della notifica deve esserne data comunicazione al coniuge debitore.

La legge, inoltre, aggiunge che, se il terzo non adempie al proprio obbligo, il coniuge creditore ha azione esecutiva diretta nei suoi confronti: in altre parole, il coniuge potrà avviare direttamente nei confronti del terzo il procedimento esecutivo per il recupero del credito. Purtuttavia, il legislatore pone un limite all’obbligo economico gravante sul terzo stabilendo che quest’ultimo non può (dunque non si tratta di una facoltà bensì di un obbligo) versare al coniuge creditore oltre la metà delle somme dovute al coniuge obbligato, compresi gli assegni e gli emolumenti accessori.

Non è possibile ottenere un’ordinanza del giudice che obblighi il datore di lavoro o l’ente previdenziale al versamento diretto delle somme dovute a titolo di mantenimento fino a quando il lettore adempie al suo obbligo. Qualora egli smetta di corrispondere l’assegno di mantenimento dovuto, la moglie potrà agire al fine di ottenere il pagamento direttamente dal suo datore di lavoro o dall’ente previdenziale. In questa seconda ipotesi, la moglie non avrà bisogno di rivolgersi al giudice ma potrà avvalersi esclusivamente dell’ausilio di un avvocato che dovrà seguire la procedura prima indicata.

Il legislatore stabilisce che il tfr spetta al coniuge del lavoratore qualora ricorrano le seguenti condizioni:

– il coniuge del lavoratore percepisca l’assegno di mantenimento;

– sia stata disposta la cessazione degli effetti civili del matrimonio.

Con maggiore impegno esplicativo, il tfr spetta esclusivamente al coniuge divorziato purché percettore dell’assegno di mantenimento e non anche al coniuge separato. La misura della quota dell’indennità di fine rapporto spettante al coniuge divorziato è pari al 40% dell’indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Giovanna Pangallo


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