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Le prove nel processo del lavoro

5 febbraio 2017


Le prove nel processo del lavoro

> L’esperto Pubblicato il 5 febbraio 2017



Mezzi istruttori nel rito del lavoro, la prova testimoniale, la consulenza tecnica d’ufficio e il principio di non contestazione.

Come tutti gli anni, la Cassazione ha pubblicato la rassegna delle massime relativa alle sentenze del 2016, all’interno della quale un ruolo preminente riveste il capitolo sulle prove nel processo del lavoro, lavoro che resta sempre uno dei contenzioni più inflazionati nel nostro ordinamento.

Riportiamo, qui, di seguito, proprio questa sezione che si occupa di tutta la fase istruttoria e delle possibili implicazioni per le due parti, datore di lavoro e dipendente.

Principio di non contestazione e processo del lavoro

A norma dell’art. 115 c.p.c. non necessitano di prova «i fatti non specificatamente contestati dalla parte costituita», ma l’onere di contestazione del resistente concerne soltanto le allegazioni di fatto della controparte e non anche i documenti prodotti, rispetto ai quali vi è soltanto l’onere di eventuale disconoscimento o di proporre, se necessario, querela di falso; perciò, la valenza probatoria dei documenti resta intatta nel corso del giudizio, ben potendo la stessa essere messa in discussione dalle parti o autonomamente valutata da parte del giudice (Sez. 6-L, n. 06606/2016, Arienzo, Rv. 639300).

Qualora, poi, il giudice sia in grado, ex officio e in base alle risultanze ritualmente acquisite, di accertare l’esistenza o l’inesistenza di un fatto costitutivo della domanda, lo stesso non può considerarsi escluso dal tema di indagine per effetto della mancata contestazione avversaria (Sez. 6-L, n. 26395/2016, Mancino, in corso di massimazione).

In ogni caso, il principio di non contestazione di cui agli artt. 115 e 416, comma 2, c.p.c., può riguardare soltanto i fatti primari costitutivi, modificativi od estintivi del diritto azionato – e, al più, nel testo della norma riformulato dall’art. 45, comma 14, della legge 18 giugno 2009, n. 69 (applicabile solo ai giudizi instaurati dopo l’entrata in vigore della predetta legge), i fatti secondari – ma non si estende alle mere difese (Sez. L, n. 17966/2016, Manna A., Rv. 641176, ha stabilito che non integra neppure un fatto secondario il generico assunto del datore di lavoro di avere adottato una turnazione articolata su più di sei giorni lavorativi consecutivi senza riposo «per venire incontro alla richiesta dei lavoratori»).

Prova testimoniale e processo del lavoro

Anche nel rito del lavoro la prova testimoniale deve essere articolata in capitoli specifici e separati, ma, poiché la parte ha l’onere di allegare specificamente i fatti negli atti introduttivi si ricava che, in quella sede, è possibile indicare come oggetto dei mezzi di prova i fatti allegati a fondamento delle pretese iniziali, senza necessità di riformularli separatamente come capi di prova; quest’ultima attività può essere compiuta entro il termine che il giudice, riscontrata l’irregolarità nell’indicazione dei capitoli, può assegnare alle parti ex art.421 c.p.c. con l’invito ad una nuova formulazione degli stessi, di talché la decadenza della parte dal diritto di assumere la prova si verifica soltanto nell’ipotesi di inottemperanza all’invito entro il termine fissato (Sez. L, n. 19915/2016, Spena, Rv. 641373).

Il verbale di conciliazione in sede sindacale

Non costituisce prova documentale dotata di fede privilegiata il verbale di conciliazione in sede sindacale poiché la partecipazione del rappresentante sindacale, che non è un pubblico ufficiale munito del potere di autenticare le sottoscrizioni delle parti, ha lo scopo di garantire l’assenza di uno stato di soggezione del lavoratore, il quale può limitarsi a disconoscere la propria sottoscrizione facendo ricadere sulla controparte l’onere di chiederne la verificazione, a pena di inutilizzabilità dell’atto (Sez. 6-L, n. 09255/2016, Marotta, Rv. 639595.)

La sentenza penale di patteggiamento nel rito del lavoro

Secondo Sez. L, n. 03980/2016, Boghetich, Rv. 638849, assume particolare efficacia probatoria la sentenza penale di patteggiamento (rectius, di applicazione della pena ex art. 444 c.p.p.), perché, pur non potendosi individuare nella stessa una pronuncia di condanna, la statuizione presuppone l’ammissione di colpevolezza dell’imputato: conseguentemente, la parte è esonerata dall’onere di dimostrare i fatti oggetto dell’imputazione e il giudice di merito è tenuto a fornire adeguata motivazione per discostarsi da un elemento di prova costituito dalla dichiarazione di responsabilità alla quale il giudice penale ha prestato fede.

La consulenza tecnica d’ufficio (Ctu) nel processo del lavoro

La consulenza tecnica d’ufficio non può essere impiegata per la soluzione di problemi giuridici (quali, ad esempio, la qualificazione come attività usurante o stressante della «attività confacente alle attitudini dell’assicurato», ai fini dell’art. 1 della legge 12 giugno 1984, n. 222) ma essa è funzionale alla sola risoluzione di questioni di fatto che presuppongano cognizioni di ordine tecnico; pertanto, i consulenti non possono essere incaricati di accertamenti e valutazioni riguardanti la qualificazione giuridica o la conformità al diritto di determinate condotte e le risultanze di una siffatta inammissibile consulenza non sono utilizzabili, a meno che non vengano vagliate criticamente e, comunque, sottoposte al dibattito processuale delle parti (Sez. L, n. 01186/2016, Tria, Rv. 638390).

Il ricorso alle prestazioni del consulente tecnico non esime il giudice del merito dall’obbligo di fornire un’adeguata motivazione sul punto decisivo della controversia costituito proprio dalle risultanze della consulenza rinnovata in appello (difformi da quella espletata in primo grado), effettuando una comparazione critica delle due relazioni; detta comparazione si compie mediante l’esposizione delle deduzioni dei consulenti e l’analitica confutazione delle argomentazioni poste a base delle conclusioni del primo dei due ausiliari, mentre deve escludersi la sufficienza di una acritica adesione al parere del secondo ausiliario, scevra dalla valutazione delle censure e dei rilievi di parte (Sez. L, n. 21528/2016, Doronzo, Rv. 641435).

Disconoscimento delle riproduzioni meccaniche

Ai sensi dell’art. 2712 c.c. il disconoscimento delle riproduzioni meccaniche – per far perdere alle stesse la loro qualità di prova – deve essere chiaro, circostanziato ed esplicito e, dunque, concretizzarsi nell’allegazione di elementi attestanti la non corrispondenza tra realtà fattuale e realtà riprodotta: non è sufficiente, perciò, la contestazione della data e dell’ora del video che ritrae il lavoratore mentre esegue lavori sul tetto della propria abitazione nel periodo di malattia, risultando così dimostrati i fatti documentati nel filmato – svolgimento e durata dell’attività – e potendo essi, unitamente ad altre risultanze istruttorie (nella specie, testimonianza dell’investigatore privato), essere posti a fondamento della decisione sulla legittimità licenziamento (Sez. L, n. 18507/2016, Negri Della Torre, Rv. 641190).

Impianti o apparecchi di controllo

In forza dell’art. 4, comma 2, st.lav. ratione temporis vigente, sono inutilizzabili per dimostrare l’inadempimento contrattuale dei lavoratori i dati forniti da impianti o apparecchi di controllo che, installati per l’esigenza di evitare attività illecite o per motivi organizzativi o produttivi, rilevino anche circostanze relative all’attività lavorativa dei dipendenti (Sez. L, n. 19922/2016, Bronzini, Rv. 641350).

Elementi indiziari

Una particolare agevolazione probatoria è prevista dall’art. 40 del d.lgs. 11 aprile 2006, n. 198, a tenore del quale la presentazione di elementi indiziari idonei a far presumere la «esistenza di atti, patti o comportamenti discriminatori in ragione del sesso» determina il trasferimento dell’onere di dimostrare l’insussistenza della discriminazione in capo al convenuto; Sez. L, n. 23286/2016, Manna, Rv. 641579, ha ritenuto, in virtù di una interpretazione conforme alla normativa dell’Unione Europea nelle letture date dalla Corte di giustizia, che la menzionata disposizione trovi applicazione anche nella fattispecie di molestie sessuali, da considerare equiparate alle discriminazioni di genere.

L’appello e le prove nel processo del lavoro

L’art. 437, comma 2, c.p.c. sancisce un rigido sbarramento all’introduzione di nuovi mezzi istruttori in appello e tale regime è attenuato solo dalla valutazione di indispensabilità per la decisione della nuova prova offerta; difatti, la mancata indicazione e/o l’omessa produzione, con l’atto introduttivo del giudizio di primo grado, dei documenti determinano la decadenza del diritto alla prova documentale, salvo che la produzione non sia giustificata dal tempo della loro formazione o dall’evolversi della vicenda processuale successivamente al ricorso ed alla memoria di costituzione (ad esempio, a seguito di riconvenzionale o di intervento o chiamata in causa del terzo).

La prescrizione e la decadenza

L’irreversibilità della estinzione del diritto di produrre i documenti, dovuta al mancato rispetto di termini perentori decadenziali, impedisce una sua reviviscenza in grado di appello, né può essere legittimamente sollecitato il potere istruttorio officioso del giudice ex art. 437 c.p.c. (o ex art. 421 c.p.c.), perché tale potere deve essere esercitato con riferimento a fatti allegati dalle parti ed emersi nel contraddittorio e non può assumere funzione totalmente sostituiva dell’onere di allegazione e di prova incombente su ciascuna parte (Sez. L, n. 23652/2016, Riverso, in corso di massimazione; nel caso di specie, l’INPS aveva eccepito in primo grado l’interruzione della prescrizione riservandosi di documentarla, senza nemmeno specificare quando, come ed in virtù di quale atto l’interruzione si fosse prodotta, salvo poi produrre in secondo grado un avviso bonario, regolarmente notificato all’appellato, dal quale risultava l’interruzione dei termini prescrizionali).

Sempre con riguardo alla prova dell’interruzione della prescrizione e alla sua acquisizione ex officio, si è espressa Sez. L, n. 19305/2016, Spena, Rv. 641377, rilevando che il potere istruttorio d’ufficio non è meramente discrezionale e che lo stesso può essere esercitato per un approfondimento, ritenuto indispensabile ai fini del decidere, di elementi probatori già obiettivamente presenti nella realtà del processo, non già per aggirare preclusioni e decadenze processuali già prodottesi a carico delle parti (nella fattispecie, la S.C. ha ritenuto che la tempestiva produzione della lettera inviata al datore di lavoro e contenente la richiesta di pagamento delle somme oggetto di giudizio costituisse una «pista probatoria» che il giudice del primo grado, poi erroneamente riformato dalla corte territoriale, aveva doverosamente approfondito con l’ammissione della produzione dell’avviso di ricevimento ex art. 421 c.p.c.).

La tutela reale, la reintegra sul posto di lavoro

Un mutamento di orientamento giurisprudenziale – cd. overruling – sulla ripartizione dell’onere probatorio (nella fattispecie, in tema di prova del requisito numerico richiesto ai fini della tutela reale del lavoratore licenziato) giustifica, invece, l’esercizio del potere officioso del giudice di ammettere la documentazione prodotta dal datore di lavoro costituitosi tardivamente (Sez. L, n. 00819/2016, Esposito L., Rv. 638455).

Il giudizio operato dal giudice del gravame sull’indispensabilità della prova influisce solo indirettamente sul merito della controversia, posto che esso attiene, invece, al rito e, segnatamente, alla preclusione processuale eventualmente formatasi riguardo all’ammissibilità di una richiesta istruttoria; perciò, se nel ricorso per cassazione viene dedotta l’erroneità dell’ammissione (o della dichiarazione di inammissibilità) di una prova documentale in appello, la Suprema Corte è chiamata a sindacare un error in procedendo ed è quindi tenuta a stabilire se effettivamente si trattasse di una prova indispensabile (Sez. 1, n. 01277/2016, Nappi, Rv. 638499).

In ogni caso, la tardività delle prove documentali prodotte in primo grado deve essere tempestivamente denunciata con le difese spiegate nell’appello e, dunque, la questione non può essere proposta per la prima volta nel giudizio di legittimità, dovendosi attribuire il significato di rinuncia ex art. 346 c.p.c. al silenzio serbato sul punto dalla parte interessata all’eccezione (Sez. L, n. 20678/2016, Spena, Rv 641429).

note

Autore immagine: 123rf com


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