HOME Articoli

Lo sai che? Trans: per cambiare sesso anagrafico non serve l’intervento chirurgico

Lo sai che? Pubblicato il 8 febbraio 2017

Articolo di




> Lo sai che? Pubblicato il 8 febbraio 2017

Per ottenere il cambio di sesso all’anagrafe non è più obbligatoria l’operazione chirurgica per l’adeguamento degli organi sessuali.

Tutti vorrebbero un corpo “all’altezza” dei propri desideri. Solo che certe volte non bastano le diete o la palestra e non è sufficiente nemmeno ricorrere alla sola chirurgia plastica. Talvolta la trafila è molto più lunga. La strada è molto più tortuosa e passa attraverso la via dei Tribunali. Non stiamo parlando di chi ha qualche chilo di troppo e nemmeno di chi si sente a disagio nel mostrare il profilo “dantesco” del proprio naso. Non ci riferiamo a chi desidera labbra più carnose e neanche a chi vorrebbe cancellare i segni dell’età dal proprio volto. Stiamo parlando di chi “soffre” di disforia di genere. Di chi, cioè (tralasciando i termini tecnici) non si riconosce nel proprio sesso di nascita.

Il fenomeno della transessualità è una realtà nella società contemporanea. Una realtà che, ultimamente (e senza doppi sensi), ha cambiato veste: se prima, la transessualità era associata ad emarginazione e vita di strada, adesso detta tematica si pone al centro del dibattito giuridico. Si parla, al riguardo del «diritto ad una diversa identità di genere», che prescinde dalla componente biologica. Un diritto innegabile, ma difficile  “da realizzare”, poiché – inutile far finta di niente – per alcuni è ancor più difficile da comprendere.

La materia è regolata da una legge del 1982 [1], che ha autorizzato il cambiamento (definito «rettificazione») del proprio sesso anagrafico.

Quando parliamo di rettificazione di sesso anagrafico ci riferiamo alla possibilità che un soggetto possa cambiare il proprio nome ed il proprio sesso sui suoi documenti (carta di identità, tessera elettorale, patente etc).

Al riguardo, la legge citata stabilisce che «la rettificazione si fa in forza di sentenza del tribunale passata in giudicato che attribuisca ad una persona sesso diverso da quello enunciato nell’atto di nascita a seguito di intervenute modificazioni dei suoi caratteri sessuali». E fin qui nulla di, poi, così complicato.

Un successivo intervento legislativo [2] ha, tuttavia, precisato che tale cambiamento si realizza «mediante trattamento medico-chirurgico (…) quando risulta necessario un adeguamento ai caratteri sessuali». Detto intervento legislativo ha, quindi, subordinato la modificazione del proprio sesso anagrafico (e cioè – come precisato sopra – il cambio di sesso e nome sui propri documenti) alla necessità di sottoporsi (oltreché alla trafila in Tribunale) anche ad un intervento chirurgico. Intervento chirurgico che data la “delicatezza” della “zona trattata” non può definirsi proprio una passeggiata, concretizzandosi in un’operazione che gli addetti ai lavori definiscono «demolitiva» in un caso e di «sterilizzazione chimica» nell’altro.

Il dato normativo, dunque, ha reso la procedura per il cambio di sesso anagrafico lunga e complicata, prevedendo: dapprima una diagnosi psicologica di disforia di genere (diagnosi preceduta da una lunga psicoterapia accompagnata dall’assunzione di ormoni); la successiva richiesta ad un Tribunale per ottenere l’autorizzazione all’intervento chirurgico e solo in seguito, ad operazione avvenuta, un’ulteriore istanza al giudice per conseguire il – tanto anelato – cambiamento dei documenti.

Verrebbe da dire, tutta questa trafila per cambiare un pezzo di carta?! Eppure fino a non molto tempo fa è stato così.

Per rendere le cose un po’ più semplici è intervenuta di recente la giurisprudenza, la quale ha statuito che per ottenere il cambio di sesso all’anagrafe non è più necessario l’intervento chirurgico di adeguamento degli organi sessuali. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione [3] chiamata a pronunciarsi su una vicenda molto particolare. La Cassazione, infatti, ha esaminato il caso di una persona transessuale che era stata autorizzata dal Tribunale all’intervento chirurgico, ma aveva poi cambiato idea e, nonostante avesse rinunciato a sottoporsi all’operazione, chiedeva comunque la rettificazione dello stato civile. La protagonista di questa vicenda dichiarava di non volersi più sottoporre all’intervento chirurgico perché nel tempo aveva raggiunto un equilibrio psico-fisico e da 25 anni viveva ed era socialmente riconosciuta come donna, anche se i suoi documenti testimoniavano il contrario.

Ebbene, la Suprema Corte, stabilendo che l’intervento chirurgico di adeguamento degli organi sessuali non è obbligatorio, le ha dato ragione e lo ha fatto con parole magistrali: «il desiderio di realizzare la coincidenza tra soma e psiche è, anche in mancanza dell’intervento di demolizione chirurgica, il risultato di un’elaborazione sofferta e personale della propria identità di genere realizzata con il sostegno di trattamenti medici e psicologici corrispondenti ai diversi profili di personalità e di condizione individuale».

In poche parole, dunque, a detta dei giudici non può essere un intervento chirurgico a condizionare il cambio di sesso anagrafico di una persona: l’autodeterminazione del singolo e la complessità di un percorso (personale e già di per sé doloroso) sono elementi molto più rilevanti.

Sul tema è intervenuta anche la Corte Costituzionale [4], che ha esaminato il caso di una donna che non aveva figli, non era sposata ed aveva dichiarato di aver percepito, sin da bambina, un’identità di genere maschile, lamentando «frustrazione e disagio», dovuti al fatto che nei documenti di identità risultava donna.

Ponendosi sulla stessa scia della Cassazione, anche ad avviso della Corte Costituzionale l’intervento chirurgico non è necessario per avere la correzione degli atti anagrafici, ma è solo un mezzo per il miglior benessere psicofisico della persona, che deve poter scegliere liberamente. Ed invero, una volta stabilito il diritto al cambio di sesso è inutile frapporre ad esso le barriere della chirurgia: il diritto alla realizzazione della propria personalità [5] deve essere sicuramente subordinato al principio del rispetto altrui e del rispetto reciproco, ma non di certo alla necessità di sottoporsi ad un’operazione di chirurgia plastica.

note

[1] L. n. 164 del 14.04.1982.

[2] D.Lgs. n. 150/2011, articolo 31, comma 4.

[3] C. Cass. sent. n. 15138 del 20.07.2015.

[4] C. Cost. sent. n. 221 del 21.10.2015 (redatta dal giudice Giuliano Amato).

[5] Cfr. art. 2 Cost.

Autore immagine: Pixabay


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI